Il giovane Paolo Rossi, ucciso dalla furia ideologica della violenza squadrista

Paolo Rossi era un giovane studente socialista che fu ucciso il 27 aprile 1966 alla Facoltà di Lettere dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma mentre distribuiva volantini in occasione delle elezioni per il rinnovo degli organismi rappresentativi studenteschi. Fu un’aggressione squadrista colpito con un pugno di ferro dai fascisti e poi gettato da un muro alto cinque metri.

Il giovane era un cattolico non violento, iscritto alla Federazione Giovanile Socialista, studente di architettura di 19 anni, venne aggredito e picchiato brutalmente da un gruppo di fascisti e segnò tragicamente il debutto degli omicidi politici dopo la nascita della Repubblica. Ci sono state numerose testimonianze di persone presenti e molte foto, di studenti che vengono picchiati selvaggiamente dai fascisti con la tacita accondiscendenza della Polizia di Stato.
Fra gli aggressori che uccidono Paolo si ricordano, oltre a Stefano Delle Chiaie anche Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.
I responsabili dell’aggressione non saranno mai puniti dalla magistratura, che oltre ad insabbiare le indagini con l’aiuto prezioso della Polizia di allora, non fece alcuno sforzo per punire i colpevoli dell’omicidio.
Alcuni degli aggressori dovevano essere implicati, tre anni più tardi, nelle «trame nere» con le quali si cercò di scardinare lo Stato democratico.

Una lapide nel luogo dell’omicidio
Anche per questo Paolo Rossi non va dimenticato. Anzi viene ricordato con passione civile ogni 27 aprile, almeno con un fiore, primo caduto di una nuova Resistenza romana.
Bisogna inquadrare il periodo storico che viveva l’Italia ,caratterizzato da una fase di tensione crescente tra le formazioni neofasciste e la sinistra studentesca. Le università erano terreno di scontro, e la Sapienza di Roma era già teatro ricorrente di aggressioni. Il Movimento Sociale Italiano aveva una corrente interna durissima, e formazioni come Avanguardia Nazionale, fondata da Stefano Delle Chiaie, che operavano con metodi esplicitamente squadristi. La polizia dell’epoca, ancora profondamente segnata dai quadri formatisi durante il fascismo, mostrava spesso quella “tacita acquiescenza” di cui parla il testo.

Vi era un’impunità diffusa e il caso di Paolo Rossi è emblematico di un fenomeno più vasto: la tendenza della magistratura e degli apparati dello Stato a insabbiare i processi per violenze di matrice neofascista negli anni Sessanta e Settanta. Questa impunità sistematica non fu episodica, anzi si può dire che fu strutturale, e alimentò la spirale di violenza che avrebbe caratterizzato il decennio successivo con morti sia nella sinistra che nella destra. Furono i primi fuochi che contribuiranno alla nascita degli anni di piombo che viene convenzionalmente associato al periodo 1969-1980, con la strage di piazza Fontana come punto d’avvio simbolico.
È una memoria che merita di essere tenuta viva per dissacrare la violenza degli opposti estremismi.