Otto von Bismarck e il mito prussiano

Otto von Bismarck (1815-1898) nasce da una famiglia di Junker, la piccola nobiltà terriera a est dell’Elba. Diventa ministro-presidente di Prussia nel 1862, in pieno conflitto costituzionale: il Parlamento rifiutava i fondi per la riforma dell’esercito e il re Guglielmo I pensava all’abdicazione. Bismarck governò senza bilancio approvato, con la cosiddetta “teoria della lacuna”, e nel celebre discorso sul “sangue e ferro” sostenne che le questioni tedesche non si sarebbero risolte con i discorsi parlamentari.
Il suo metodo è la Realpolitik, termine coniato da Ludwig von Rochau nel 1853: la politica come calcolo dei rapporti di forza, non come ideologia. Tre guerre in sei anni fanno la Germania: contro la Danimarca (1864), contro l’Austria (1866, Sadowa/Königgrätz) e contro la Francia (1870-71), innescata dal dispaccio di Ems, che Bismarck editò per provocare Parigi. Il Reich viene proclamato a Versailles il 18 gennaio 1871, nella Sala degli Specchi.

Una volta ottenuta l’unificazione, Bismarck si fa “mediatore onesto” e costruisce un sistema di alleanze (Lega dei tre imperatori, Duplice alleanza con l’Austria, Triplice con l’Italia) per isolare la Francia e impedire una guerra su due fronti. Il Congresso di Berlino (1878) ne è il vertice. Sul piano interno combatte i cattolici (Kulturkampf), poi i socialisti (leggi antisocialiste del 1878), e insieme introduce le prime assicurazioni sociali (malattia, infortuni, vecchiaia), per sottrarre la classe operaia alla SPD. Nel 1890 il giovane Guglielmo II lo licenzia.
L’unificazione fu una “rivoluzione dall’alto”. La costituzione del 1871 combinava il suffragio universale maschile per il Reichstag con un sistema in cui contava soprattutto altro: la Prussia aveva circa i due terzi del territorio e della popolazione; il re di Prussia era imperatore, e il cancelliere di norma era anche ministro-presidente prussiano;
nel Bundesrat la Prussia aveva un peso che bastava a bloccare le modifiche costituzionali; in Prussia restava il voto per classi di censo, che garantiva il predominio dei conservatori.
I contemporanei lessero questo assetto in modi opposti. Marx ed Engels parlarono di bonapartismo, cioè di un potere che arbitra tra classi in equilibrio. Max Weber, nel 1917-18, accusò Bismarck di aver lasciato una nazione priva di educazione politica, abituata a farsi guidare da un grande uomo e da un’amministrazione efficiente.
Il mito nasce come una costruzione del XIX secolo, in gran parte retrospettiva, e ha tre strati. In primis per Federico il Grande come fondatore che già nel Settecento si forma l’immagine dello Stato-esercito (“non è la Prussia a possedere un esercito, ma l’esercito a possedere la Prussia”, frase attribuita a Mirabeau) e del sovrano-filosofo. Il Romanticismo e le guerre antinapoleoniche aggiungono la Prussia della riforma e del risveglio nazionale (Stein, Scharnhorst, Humboldt). Poi per la storiografia “borussiana” e per merito Droysen, Sybel e Treitschke, dopo il 1848 e soprattutto dopo il 1871, riscrivono la storia prussiana come missione: la Prussia era destinata a unificare la Germania. Sadowa e Sedan appaiono come l’esito inevitabile, e Bismarck come il suo compimento. Nasce anche il lessico delle “virtù prussiane”: dovere, disciplina, sobrietà, obbedienza, senso dello Stato.
Infine nacque il culto di Bismarck e dopo la morte compaiono monumenti colossali (Amburgo) e le “torri di Bismarck” in tutta la Germania. Il Cancelliere di ferro diventa il simbolo di una grandezza perduta, usato soprattutto dalla destra nazionalista di Weimar contro la repubblica.

Qui il tema si fa scivoloso e la tesi del Sonderweg (Fritz Fischer, Hans-Ulrich Wehler) vede una linea di continuità dalla Prussia militarista e autoritaria al Terzo Reich, con una borghesia che avrebbe rinunciato alla propria rivoluzione politica. Il 21 marzo 1933 il “Giorno di Potsdam”, con la stretta di mano tra Hindenburg e Hitler davanti alla tomba di Federico, fu la messa in scena di questa continuità, e il regime se ne servì. Nel 1947 il Consiglio di controllo alleato abolì formalmente la Prussia come “portatrice di militarismo e reazione”.
Tuttavia la storiografia più recente corregge questo quadro e Christopher Clark (Il regno di ferro, 2006) ricorda che la Prussia era anche uno Stato di tolleranza religiosa, di riforme amministrative e di una cultura illuminista, e che il collegamento diretto con il nazismo è un’operazione retrospettiva. Molti storici ricordano inoltre che il nazismo fu un fenomeno post-bismarckiano e antiborghese, nato da guerra, crisi e disfatta, e che Bismarck stesso non era un nazionalista da “Grande Germania”: si dichiarava piuttosto “soddisfatto” e cercava di stabilizzare l’Europa, cosa che i suoi successori non seppero fare.

Il lascito di Bismarck è ambivalente. Fu un genio diplomatico, capace di fermarsi dopo aver vinto, ma costruì un sistema che dipendeva dalla sua persona. Il mito prussiano, che lo ha celebrato, ha trasformato un equilibrio contingente in un destino nazionale, e ha reso più facile leggere la storia tedesca come una linea retta anziché come una serie di scelte aperte.