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Pacem in Terris: la pace come ordine fondato sulla verità

Sessant’anni dopo, l’enciclica di Giovanni XXIII parla ancora a un mondo in guerra.
L’11 aprile 1963, Giovedì Santo, Giovanni XXIII firmava la Pacem in Terris. Sei mesi prima il mondo era arrivato a un passo dalla guerra nucleare con la crisi dei missili di Cuba. Il Concilio Vaticano II si era aperto da pochi mesi, e il Muro di Berlino divideva l’Europa dal 1961. Papa Roncalli, già malato, sentì il bisogno di rivolgersi a tutti, e per la prima volta nella storia un’enciclica fu indirizzata non solo ai vescovi e ai fedeli, ma «a tutti gli uomini di buona volontà».
Il cuore del documento è l’idea che la pace non sia semplice assenza di conflitto o equilibrio del terrore, ma un ordine che poggia su quattro colonne: verità, giustizia, carità e libertà. Senza di esse la convivenza resta precaria, anche quando le armi tacciono.
Alla base c’è la dignità della persona. L’enciclica elenca con precisione quasi giuridica i diritti universali e inviolabili: alla vita e a un tenore di vita dignitoso, all’istruzione, al lavoro, alla libertà di culto, di riunione e di partecipazione alla vita pubblica. A ogni diritto corrisponde un dovere, perché la libertà di ciascuno trova il suo limite e il suo senso nel rispetto degli altri. È un approccio che dialoga con la Dichiarazione universale del 1948, di cui Giovanni XXIII riconosce il valore con un gesto di apertura non scontato per la Chiesa del tempo.
Roncalli legge la storia con occhio attento: l’emancipazione del mondo operaio, l’ingresso della donna nella vita pubblica, la fine dell’epoca coloniale e la nascita di nuovi popoli indipendenti. Non sono minacce, ma segni di un cammino verso una maggiore consapevolezza della dignità umana. Da qui anche la celebre distinzione tra l’errore e chi sbaglia: l’errante conserva sempre la dignità di persona, e il dialogo resta possibile anche con chi appartiene a ideologie lontane.
Sul piano politico, l’autorità pubblica trova il suo fondamento nell’ordine morale e ha come fine il bene comune. Ma i problemi dell’umanità, dalla corsa agli armamenti alla fame, superano ormai i confini nazionali. L’enciclica chiede quindi un’autorità pubblica di portata mondiale, costruita col consenso e nel rispetto della sussidiarietà, e guarda con fiducia alle Nazioni Unite. Sul disarmo il Papa è netto: la pace vera richiede che le armi vengano ridotte insieme, in modo bilanciato e controllato, e che si fondi sulla fiducia reciproca. Giunge a definire contrario alla ragione, nell’era atomica, l’uso della guerra come strumento di giustizia.
Giovanni XXIII morì il 3 giugno 1963, poco più di cinquanta giorni dopo la firma. La Pacem in Terris resta quindi il suo testamento spirituale e politico. Davanti a nuovi conflitti, minacce nucleari evocate senza pudore e diritti calpestati, il suo messaggio non appare datato: la pace si costruisce, ogni giorno, con la verità e la giustizia, non si impone con la forza.
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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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