La dolorosa morte di Denise

La dolorosa morte di Denise, la figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, mi ha profondamente turbato.
Attendo che sia l’autorità giudiziaria ad accertare la verità su quanto accaduto, pertanto mi astengo da qualsiasi valutazione in merito.
In molti hanno espresso sgomento e tristezza, e ad essi mi unisco.
Ma c’è un contesto politico-istituzionale del quale non si è parlato, oggettivamente corresponsabile di quanto accaduto, e del quale intendo parlare.
Nel 1989 ho accettato di assistere come difensore i testimoni e i collaboratori di giustizia: il primo ed unico avvocato in Sicilia, forse anche in Italia.
L’ ho fatto per scelta etica, convinto che potesse rappresentare un modo nuovo e concreto di contrastare il fenomeno mafioso.
Poi, dopo gli anni della grandi stragi, dopo Falcone e Borsellino, mi sono ulteriormente determinato in tale decisione.
Allora, negli anni ’90, anche sulla spinta emotiva di quanto accaduto, lo Stato decise di attrezzarsi con strumenti importanti per il sostegno a quanti decidevano di collaborare: testimoni, collaboratori, loro familiari.
Vennero approvate normative, vennero creati organi istituzionali come la Commissione Centrale, il Servizio Centrale di Protezione, i Nuclei Operativi di Protezione in ogni Regione.
Funzionavano bene, anche perché al loro interno vi erano funzionari ed operatori sia competenti che animati da una spinta ideale.
Tutto comincia a cambiare lentamente dal 2001 in poi.
Cambiano le normative, anche con il consenso di chi rappresentava l’opposizione, cambia il clima politico e progressivamente anche gli uomini dentro gli organi istituzionali.
Sarà un caso? Non credo.
In questa sede non posso entrare nei particolari, ci vorrebbe un convegno, ma un dato mi appare certo: lo Stato, in quasi tutte le sue articolazioni, non ha interesse a contrastare la mafia, tutta la mafia, soprattutto quella che si annida ed opera dentro il potere.
Smantellare il sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, e delle loro famiglie, è un strumento che torna utile a tale perverso disegno.
Certo, ancora c’è qualche funzionario e operatore di buona volontà, ma il sistema nel complesso è svuotato di efficacia.
La vicenda di Denise è anche il risultato del progressivo abbandono nei confronti di molti familiari incolpevoli, che hanno vissuto e vivono tragedie esistenziali di proporzioni immani.
Allora, formulo una decisa accusa nei confronti di un sistema politico-istituzionale che ha precise responsabilità.
Almeno ci venga risparmiato il formale rammarico da parte dei tanti scellerati farisei che periodicamente celebrano le tante vittime di mafia.
Siete voi, sciagurati, i primi responsabili morali di quanto accade.
Mi sorge spontanea una domanda: si tratta solo di responsabilità morale?