Il miraggio e la spina: l’amore impossibile tra Callas e Pasolini e l’ombra di Laura Betti

Esistono sodalizi dell’anima capaci di sfidare le leggi della contingenza biologica e le barriere dell’incomunicabilità.
L’incontro tra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini, consumatosi nel 1969 sul set del film Medea, ne è l’archetipo più fulgido e doloroso. Fu un amore cristallino, un cortocircuito di solitudini abissali che cercarono rifugio l’una nell’altra, uniti da quelle che il poeta friulano definiva, con delicatezza sciamanica, «antenne» capaci di captare l’angoscia comune. Eppure, questo idillio spirituale — che per la Callas fu un’autentica, disperata scommessa di rinascita — non si consumò nel vuoto: si scontrò con la gelosia feroce di Laura Betti, la “giaguara”, custode gelosa dell’universo pasoliniano.
Per Maria Callas, reduce dal naufragio sentimentale con Aristotele Onassis e ferita dal declino della propria voce, Pasolini rappresentò l’ancora di salvezza e quel padre amorevole che tanto aveva desiderato. Sul set di Grado e poi in Turchia, la cantante riversò sul regista un sentimento assoluto, quasi infantile nella sua purezza, sperando in un miracolo impossibile: convertire quell’intellettuale radicale ed ereticamente omosessuale all’amore eterosessuale. Pasolini, dal canto suo, rimase folgorato non dalla diva, ma dalla donna sacra, archetipica, custode di un mondo antico e non ancora corrotto dalla modernità borghese. Le regalò anelli, poesie, disegni; la trattò come una gemma preziosa da «frantumare in mille schegge per poter essere ricostruita del materiale della poesia». Un amore altissimo, dunque, ma inevitabilmente incompiuto, sospeso sul ciglio di un baratro tra anime fragili. Nelle loro lettere e nei versi che il regista le dedicò (poi confluiti nella raccolta Trasumanar e organizzar), traspare un’intimità profonda, unita alla consapevolezza dolorosa di non poter stare per sempre insieme.

Il loro scambio epistolare è una partitura emotiva di altissimo livello. Scriveva Pasolini, analizzando la natura di questo legame che superava i confini della passione per farsi mistero metafisico:
“In ogni amore c’è una fusione tra la persona che si ama e qualcun altro: ma ciò è naturale. Nell’affetto ciò sembra invece così innaturale: la fusione avviene a tali profondità che non è possibile darne spiegazioni… benché sembri assurdo, per un simile affetto, si potrebbe anche dare la vita.”
Da parte sua, la Callas si affidava a Pasolini con totale e disarmante sincerità, cercando di proteggere il poeta dalle sue stesse inquietudini. Rimasta celebre la sua accorata esortazione, specchio di una donna innamorata che ne reclamava la presenza:
“Certo le parole sono parole, facili a scrivere a te – ma quando è che crescerai P.P.P.? Non è giunta l’ora di essere più ricco e maturo, anche se fanciulli si è sempre grazie a Dio. So che mi odierai per quel che ti scrivo. Ma ti ho sempre detto la verità, e ti chiedo scusa che invece di coccolarti ricevi queste stupide parole. Te le avevo già dette e ti chiedo perdono. Sono qui, peccato che non vieni, chi sa perché poi. Gli amici sono per i momenti difficili, te l’ho detto sempre. Sarò qui tutto l’Agosto anche. Vorrei avere tue notizie. Sono sempre tua caramente con l’amicizia di sempre. Scrivimi qui Draconizzi Petacci Marmari. Grazie del telegramma da Londra. Maria (fanciullona) – 21 luglio 1971. (Alessandro Cannavò dall’Archivio storico del Il Corriere della Sera», 12 giugno 1993).
La poesia e il cinema, per un attimo, illusero la Divina di poter trattenere a sé quell’intellettuale tanto fragile quanto tagliente. Ma Pasolini stesso, con la lucidità chirurgica che lo contraddistingueva, seppe definire la natura cristallina e dolorosa del loro destino:
“Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia.”
In questo perimetro di silenzi e misticismo si inserì la presenza perturbante di Laura Betti. Attrice musa e sodale di Pasolini, la Betti viveva un legame simbiotico e viscerale con il regista, un possesso totalizzante che mal tollerava intrusioni. La “giaguara” percepì immediatamente la minaccia di quella Callas così fragile eppure così ingombrante. La gelosia della Betti non era una banale rivalità femminile, bensì una difesa strenua del proprio territorio emotivo e artistico. Ella vedeva in Maria l’illusione, il sogno borghese e impossibile in cui Pier Paolo rischiava di perdersi; un tentativo di normalizzazione che minacciava l’estetica della marginalità pasoliniana.
Mentre Maria scriveva a Pier Paolo lettere di una concretezza disarmante, invitandolo a poggiare i «piedi per terra» e a non inseguire i fantasmi d’amore (come la dolorosa infatuazione per Ninetto Davoli), Laura Betti erigeva barriere. Il contrasto tra le due donne rifletteva le due anime di Pasolini: da un lato la Callas, la tragedia greca, il mito incontaminato, l’umiliazione della donna illusa e abbandonata che cercava e dava affetto smisurato; dall’altro la Betti, la realtà romana, la provocazione,la concretezza.

P. P. Pasolini e M. Callas sul set del film “Medea”
L’amore tra la Callas e Pasolini rimase un miraggio, un bacio rubato in aeroporto che non si tradusse mai in matrimonio o in carne, ma che scatenò un vero e proprio “gossip” e lasciò una traccia indelebile nella storia del Novecento. Un amore impossibile che Laura Betti vigilò come una Vestale, consapevole che certe anime, per rimanere immortali, non devono fare altro che consumarsi nella propria splendida, irreparabile solitudine.