Garlasco, il buco nero del potere. Una lettura tra Kafka e Arendt

Kafka racconta l’impotenza dell’individuo di fronte al potere; Hannah Arendt interroga la responsabilità di chi lo esercita. Tra queste due prospettive, il caso Garlasco rivela un paradosso dello Stato di diritto: un sistema di garanzie e procedure che non sempre riesce a rispondere delle conseguenze che produce.
Il caso Garlasco non è qui occasione per discutere di un eventuale errore giudiziario, ma il punto di partenza per interrogarsi sulla vulnerabilità di chiunque di fronte ai meccanismi del potere.
Perché Garlasco ci riguarda tutti. Non soltanto per la gravità del delitto e per gli interrogativi che continuano ad accompagnare la vicenda giudiziaria, ma perché ci pone davanti a una possibilità inquietante: che una persona qualunque, un cittadino come tanti, possa precipitare in un meccanismo dal quale diventa estremamente difficile uscire. Un buco nero nel quale la vita di un individuo può essere assorbita da una successione di atti, accertamenti e decisioni, senza che sia sempre possibile individuare una responsabilità per le conseguenze prodotte.
È difficile non pensare a Franz Kafka e al suo Processo. Josef K. si trova improvvisamente coinvolto in un procedimento di cui non comprende le ragioni e del quale non riesce a individuare il centro decisionale. Il potere non si presenta con un volto riconoscibile: si manifesta attraverso funzionari, uffici, competenze e procedure. Ciascuno svolge una funzione, ma nessuno sembra poter rispondere dell’intero meccanismo.
Naturalmente, la giustizia di uno Stato di diritto non è quella descritta da Kafka. Esistono garanzie, possibilità di difesa, strumenti di controllo e di revisione. E tuttavia proprio questa differenza rende più interessante la domanda: può esistere un potere formalmente garantista ma sostanzialmente incapace di rispondere delle conseguenze che produce?
Gli interrogativi emersi sugli accertamenti genetici relativi ai pedali della bicicletta di Alberto Stasi offrono un esempio concreto. Analisi successive hanno restituito risultati discordanti e, a distanza di quasi vent’anni, si cerca ancora di ricostruire il significato e la gestione di quei dati. Le indagini potranno accertare eventuali responsabilità. Ma la questione che qui interessa è un’altra: chi risponde dell’intera catena che conduce dal reperto alla prova, dalla prova alla sua interpretazione, dall’interpretazione alla decisione?
Chi preleva il materiale risponde del prelievo; chi lo custodisce della conservazione; chi lo analizza della correttezza dell’esame. Ma chi garantisce che tutti i risultati rilevanti, anche quelli discordanti, siano adeguatamente documentati, trasmessi e valutati? Il potere di produrre una prova non coincide con quello di determinarne il significato, né con quello di decidere quali conseguenze giuridiche trarne. Sono funzioni distinte, affidate a soggetti differenti. Ed è proprio nella successione di questi passaggi che può diventare difficile individuare dove termini una responsabilità e dove ne cominci un’altra.

C’è tuttavia una questione ancora più profonda, che riguarda il rapporto tra conoscenza e potere. Ogni indagine prende forma attraverso ipotesi interpretative che orientano la ricerca e la selezione delle informazioni. Accade anche nel nostro mestiere di ricercatori: interroghiamo le fonti a partire da intuizioni, categorie e interrogativi che inevitabilmente condizionano la nostra lettura. Personalmente, ancora oggi mi chiedo quanto del pensiero di Machiavelli, dopo oltre cinquecento anni di interpretazioni, corrisponda effettivamente alle sue intenzioni e quanto, invece, alle categorie attraverso le quali noi studiosi abbiamo continuato a leggerlo. Non è possibile sottrarsi all’interpretazione, ma è necessario riconoscerne i limiti. Il rischio nasce quando ciò che contraddice la nostra ipotesi viene considerato marginale, trascurato o persino ignorato. Non occorre una volontà di falsificare: può bastare la convinzione di avere già individuato la spiegazione corretta.
La responsabilità non riguarda soltanto ciò che scegliamo di fare, ma anche ciò che scegliamo di non vedere. È qui che la riflessione epistemologica incontra quella politica: il potere non si esercita soltanto attraverso le decisioni che assume, ma anche attraverso le conoscenze che seleziona per renderle possibili.
È qui che Hannah Arendt ci aiuta ad andare oltre Kafka. L’esercizio di una funzione, l’adempimento di un compito, l’obbedienza alle regole non cancellano la responsabilità personale. Ma può la divisione delle competenze diventare una forma di deresponsabilizzazione, anche in assenza di una volontà deliberata di sottrarsi alla responsabilità? E fino a che punto chi partecipa a un procedimento può considerarsi responsabile soltanto della correttezza del proprio segmento, senza interrogarsi sugli effetti complessivi ai quali contribuisce?
La questione non riguarda soltanto l’eventuale errore, ma la possibilità che la responsabilità si disperda in un sistema nel quale ogni passaggio trova una propria giustificazione procedurale. Il rispetto delle regole rimane una garanzia irrinunciabile, ma non esaurisce il problema della responsabilità. Una decisione può essere riesaminata, una prova rivalutata, una sentenza eventualmente corretta, senza che questo comporti necessariamente una risposta adeguata alle conseguenze che nel frattempo hanno segnato un’esistenza.

Garlasco diventa così uno specchio di una contraddizione della modernità: abbiamo costruito procedure sempre più articolate per limitare l’arbitrio del potere, ma non sempre siamo riusciti a rendere altrettanto riconoscibile la responsabilità del suo esercizio. Ed è forse questo il buco nero che Kafka aveva intravisto e che Arendt ci aiuta a interrogare: un potere che non ha necessariamente bisogno di violare le regole per diventare opaco, perché può trovare proprio nella frammentazione delle procedure la difficoltà di rispondere dei propri effetti.
La vera vulnerabilità dell’individuo contemporaneo non consiste soltanto nel poter essere vittima di un’ingiustizia, ma nel non riuscire a individuare a chi chiedere conto di quell’ingiustizia.