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Nuovo quotidiano d'opinione e cultura
Il tempo: la ricchezza per l’umanità
Nuovo quotidiano d’opinione e cultura

Il grido oltre il rumore: la ricostruzione di un patto sociale per non arrenderci

Attraversiamo un’epoca di continui cambiamenti che disorienta: il futuro appare incerto e persino la quotidianità richiede un’energia e uno sforzo costanti. Quando le piazze si infiammano, il racconto mediatico dominante tende a impoverire la complessità della realtà, riducendola troppo spesso alla sterile e polarizzante dicotomia tra ordine pubblico e disordine. È doveroso e inequivocabile ribadirlo: la violenza va condannata senza se e senza ma, perché distrugge il senso stesso del confronto democratico e ferisce i luoghi che dovrebbero custodire il bene comune.

Tuttavia, fermarsi alla superficie del sensazionalismo di facciata significa compiere un errore politico e culturale imperdonabile. Sotto quei riflettori distorti si muove una moltitudine eterogenea di cittadini responsabili: non solo giovani studenti, ma lavoratori precari di tutte le età, famiglie, professionisti impoveriti e cittadini esasperati. Scendono in strada pacificamente per difendere i propri diritti fondamentali e per denunciare un sistema che mostra evidenti e insostenibili crepe strutturali. Non siamo di fronte a semplici ed episodiche proteste locali, ma alla manifestazione visibile di una crisi sistemica, europea e globale, alimentata da un malessere profondo che attraversa l’intera piramide sociale e da una miope mancanza di visione d’insieme.

La politica assente e l’incapacità di una visione globale

Il problema centrale del nostro tempo risiede nello scollamento abissale tra la realtà vissuta dai cittadini e la torre d’avorio in cui si è rifugiata la politica contemporanea. Chi governa appare spesso privo di uno sguardo d’insieme, incapace di cogliere la natura interconnessa del mondo moderno e impermeabile alle difficoltà concrete di una società sospesa tra precarietà lavorativa, affitti insostenibili, servizi sanitari al collasso ed efficienza amministrativa ridotta ai minimi termini.

In queste piazze non si loda un’ideologia astratta, ma si grida l’esigenza elementare di poter progettare un domani. Come osservava il sociologo Zygmunt Bauman parlando di società liquida, viviamo in un mondo in cui ogni punto di riferimento stabile è evaporato, lasciando l’individuo solo di fronte all’incertezza e privo di adeguate reti di protezione collettive.

Quando le istituzioni abdicano al loro ruolo naturale di mediazione, ascolto e pianificazione, il dialogo si spezza. Ma per riallacciare questo filo non bastano appelli formali alla calma: serve comprendere i malesseri reali prima che questi sfocino in rabbia inascoltata e violenze deplorevoli. I conflitti sociali non si reprimono soltanto; si governano, si studiano e si prevengono attraverso l’empatia istituzionale e la forza della programmazione.

Il fallimento del dogmatismo neoliberista: il collasso sociale ed emotivo

Per decenni ci è stato ripetuto un mantra economico rassicurante: lasciamo piena libertà d’azione al mercato, perché attraverso una presunta “mano invisibile” saprà autoregolamentarsi e distribuire ricchezza. Ci è stato venduto il dogma secondo cui la deregolamentazione selvaggia avrebbe generato benessere diffusivo, riducendo il ruolo dello Stato e trasformando ogni cittadino nel solo ed unico “imprenditore di sé stesso”.

Oggi raccogliamo i frutti amari di quell’illusione. La massima libertà concessa alle sole dinamiche finanziarie non ha creato una società di individui liberi e prosperi, ma ha portato al progressivo sgretolamento del tessuto sociale, culturale ed emotivo. Il neoliberismo sregolato ha mercificato ogni ambito dell’esistenza: dalla sanità, all’istruzione, dalle relazioni umane e al tempo libero, trasformando il lavoro da strumento di dignità e realizzazione personale a mera merce di scambio precariamente flessibile, usa-e-getta.

In questo paradigma iper-competitivo si innesta la riflessione profonda del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han, che ha descritto la nostra epoca come una “società della stanchezza” (o della prestazione), aiutandoci a comprendere come sia cambiato radicalmente il meccanismo del controllo sociale nella realtà contemporanea:

  • Dal “padrone esterno” al padrone interiore: Nel modello industriale del Novecento, l’oppressione e il controllo avevano un volto preciso: il datore di lavoro, il capofabbrica, l’autorità aziendale. Era un “padrone esterno” che imponeva orari e ordini. Oggi, facendoci credere di essere “imprenditori di noi stessi” e totalmente liberi, il sistema neoliberista ha fatto interiorizzare quella figura autoritaria. Non c’è più bisogno di una guardia che ci ordini di produrre di più: siamo noi stessi a imporcelo quotidianamente.
  • L’auto-sfruttamento mascherato da libertà: L’imperativo del sistema attuale è transitato dal classico “Devi obbedire” (imposto dall’esterno) al ben più insidioso “Puoi e devi farcela, devi performare, devi migliorare te stesso”. Questa apparente libertà si trasforma in un auto-sfruttamento feroce, in cui l’individuo diventa contemporaneamente il carnefice e la vittima di sé stesso.
  • L’impossibilità della ribellione collettiva: Quando l’oppressione derivava da un padrone esterno, i lavoratori potevano unirsi, scioperare e lottare collettivamente per i propri diritti. Contro un imperativo interiore, invece, la ribellione verso l’esterno appare impossibile: se non si raggiungono gli obiettivi o si crolla sotto la fatica, la colpa viene fatta ricadere interamente sul singolo. Il fallimento sistemico viene così vissuto come un’incapacità personale, spingendo gli individui verso l’ansia cronica, la depressione e l’isolamento.

Il risultato di questo processo è un’epidemia silenziosa di solitudine e smarrimento. Riducendo la comunità a una somma di individui isolati e in perenne competizione tra loro, il liberismo incontrastato ha eroso la solidarietà organica, privando i cittadini di quel calore collettivo che rende sostenibili le difficoltà della vita.

Una generazione inclusiva e generosa: la lezione di fratellanza dalla Francia

Chi guarda a questa nuova generazione con condiscendenza o superficialità commette uno sbaglio storico clamoroso. Questa non è una gioventù apatica, cinica o ripiegata su sé stessa; al contrario, siamo di fronte a una generazione immensamente più inclusiva, generosa, intelligente e aperta di quanto i racconti paternalistici vogliano far credere. È una generazione abituata a pensare in termini globali, che desidera vivere in spazi multiculturali, accoglienti e privi di discriminazioni, e che riconosce nell’altro non un concorrente da abbattere, ma un fratello con cui condividere la strada.

Un esempio straordinario e commovente di questa nuova consapevolezza si è manifestato chiaramente durante le recenti mobilitazioni studentesche che hanno attraversato la Francia nell’ottobre del 2026. Di fronte alle proteste contro le disuguaglianze e le carenze dell’istruzione pubblica, si è verificata una saldatura interclassista e umana senza precedenti, che molti sociologi hanno accostato allo spirito del Maggio ’68.

I ragazzi dei licei d’élite parigini più prestigiosi e storici — come il Louis-le-Grand e l’Henri-IV —, assieme agli studenti di roccaforti universitarie come Sciences Po, si sono uniti in massa ai blocchi e ai cortei. Non lo hanno fatto per rivendicare tutele per sé stessi, ma per manifestare spalla a spalla con i coetanei delle periferie più difficili e delle scuole meno abbienti, segnate da strutture fatiscenti e cronica mancanza di risorse.

Questi giovani, destinati ad essere la futura classe dirigente, hanno affermato con forza un principio rivoluzionario nella sua semplicità: i privilegi di cui godono non devono essere un’eccezione per pochi fortunati, ma un diritto garantito universalmente a tutti. Hanno guardato ai coetanei provenienti da contesti sociali svantaggiati non con compassione dall’alto in basso, ma riconoscendo in loro fratelli e sorelle a cui viene negato il futuro. È questa generosità sistemica, questa capacità di superare le barriere di ceto in nome dell’uguaglianza sostanziale, a mostrare il vero volto di questa generazione.

Il valore della programmazione e il ritorno allo Stato Sociale

Per dare risposte a questa spinta ideale e fraterna occorre recuperare con coraggio il valore della programmazione pubblica e della pianificazione economica orientata al bene comune. L’economia non può rimanere un dogma intoccabile al di sopra della democrazia; deve tornare a essere uno strumento governato dalla politica per servire i bisogni concreti della società.

Come insegnava l’economista John Maynard Keynes, il mercato lasciato a sé stesso produce inevitabilmente squilibri devastanti e disuguaglianze inaccettabili: spetta allo Stato intervenire con politiche espansive, investimenti strategici di lungo periodo e tutele forti per garantire la coesione sociale e riequilibrare le forze in campo.

Ricostruire dalle fondamenta significa dunque ripartire dallo Stato sociale (Welfare State). È urgente rifondare un patto di cittadinanza che garantisca universalmente l’accesso a un’istruzione pubblica d’eccellenza, a un sistema sanitario efficiente, al diritto all’abitazione e a contratti di lavoro dignitosi che restituiscano stabilità e prospettiva ai giovani per costruire il proprio domani e serenità a tutte le famiglie, senza distinzione di origine o di classe.

La dimensione europea: tra coesione e solidarietà

Questa trasformazione non può tuttavia consumarsi entro i confini isolati dei singoli Stati nazionali. La sfida è profondamente europea e richiede una visione globale del futuro. L’Europa non può continuare ad essere percepita come un mero patto di stabilità finanziaria o una somma di rigidità burocratiche; deve riscoprire e rivendicare la propria vocazione sociale, multiculturale ed integrativa.

Occorre fare propria la lezione di grandi politici e visionari come Jacques Delors, il quale sosteneva con forza che l’unificazione europea non potesse reggersi soltanto sul mercato unico e sulla moneta, ma necessitasse imperativamente di una solida “dimensione sociale”, intesa come armonizzazione verso l’alto dei diritti dei lavoratori, coesione territoriale e solidarietà transnazionale.

Un’inclusione europea autentica significa pianificare risorse comuni per ridurre i divari, fermare il dumping salariale e sociale e costruire uno scudo democratico capace di proteggere i cittadini dalle oscillazioni della finanza globale.

Un messaggio per non demordere

Rivedere l’architettura della nostra società richiederà senza dubbio uno sforzo collettivo sostenuto: tutti saremo chiamati a fare sacrifici, nessuno escluso. Ma questi sacrifici avranno un senso profondo soltanto se percepiti come equamente distribuiti, trasparenti e finalizzati a un progetto di ricostruzione comune, e non al mantenimento di privilegi o rendite di posizione.

“La speranza ha due figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per come sono le cose; il coraggio per cambiarle.” — Sant’Agostino

È questo sdegno costruttivo il motore che spinge le persone pacifiche a riempire le strade: non la volontà di distruggere, ma l’esigenza impellente di edificare un modello di convivenza più umano, equo e sostenibile.

Se la fatica del quotidiano vi fa sentire invisibili, se avete la sensazione che le vostre ragioni siano soffocate dal rumore della propaganda o dall’indifferenza delle istituzioni, non demordete. I grandi cambiamenti della storia non si realizzano mai attraverso processi improvvisi; si compiono attraverso la sedimentazione continua di coscienze che rifiutano la rassegnazione e l’inevitabilità dell’ingiustizia.

La disperazione, la resa emotiva e il cinismo sono i migliori alleati di chi trae profitto da uno status quo immobile. L’empatia, la cultura, la solidarietà fraterna e la capacità di fare rete sono le armi più potenti di cui disponiamo. Continuiamo a esigere dialogo, a pretendere una politica coraggiosa e lungimirante, e a credere che uno Stato sociale forte, un’Europa solidale e un mondo più giusto siano non soltanto necessari, ma concretamente realizzabili. La storia non si ferma: a farla camminare sono sempre coloro che rifiutano di arrendersi.

Dedicato a chi rifiuta l’inerzia

Dedicato a voi, giovani d’Europa, che vi siete trovati a crescere tra le macerie di un’illusione economica globale che vi voleva isolati, iper-competitivi e perennemente in affanno.

Dedicato a voi, che dalle periferie alle grandi metropoli del nostro Continente, invece di chiudervi nell’isolamento o nel rancore, avete scelto l’inclusione, trasformando l’ansia da prestazione in una richiesta corale di senso, di comunità e di giustizia sociale.

Dedicato a chi ha avuto la maturità politica e umana di guardare le disparità del nostro tempo e gridare che un diritto non può mai essere il privilegio di pochi. A chi, come i ragazzi delle scuole d’élite a Parigi e nei centri d’Europa, ha saputo superare le barriere di classe per scendere in piazza accanto ai coetanei delle periferie dimenticate, riconoscendo in loro fratelli e sorelle a cui restituire dignità e futuro.

Non siete la “generazione del domani”: siete la coscienza critica dell’Europa di oggi. Siete la risposta pulita a chi vorrebbe ridurvi a meri consumatori, a chi considera il lavoro un materiale usa-e-getta e a chi concepisce la politica come un monologo sordo e distante dalla realtà.

Se vi dicono che siete utopisti o che la vostra è un’illusione, ricordate a questo tempo distratto che ogni grande conquista della storia europea — dalle tutele sociali al welfare, dai diritti civili alla democrazia — è nata sempre dal rifiuto ostinato di considerare l’ingiustizia come un fatto inevitabile.

Non abbiate paura della vostra stanchezza, né della vostra lucida indignazione. Custoditele, fatene rete transnazionale, trasformatele nella materia viva con cui ricostruire un nuovo patto sociale europeo, dove nessuno debba più rimanere indietro.

A voi, ragazzi d’Europa, che non chiedete un posto in questo sistema immobile, ma il coraggio, lo spazio e il diritto di rifondarlo dalle sue radici.

 

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Nato a Catania nel 1990. È Dottore in Scienze e Tecnologie Agrarie ed è abilitato all'esercizio della professione di Dottore Agronomo e Forestale. È Associato in uno studio tecnico di progettazione e consulenza, dove opera da diversi anni come consulente e progettista nei settori dello sviluppo rurale, della sostenibilità ambientale e delle energie rinnovabili. Le sue principali specializzazioni includono la gestione di progetti agricoli (bandi PSR Sicilia e OCM Vino) e la redazione di Studi di Impatto Ambientale (S.I.A.), Valutazioni di Incidenza Ambientale (V.Inc.A.) e relazioni paesaggistiche. Si occupa inoltre della progettazione agronomica e della verifica di sostenibilità (DNSH) per gli impianti da fonti energetiche rinnovabili.
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