L’8 settembre e il tradimento dell’obbedienza

Quando alle 19:42 dell’8 settembre 1943 la voce del maresciallo Badoglio lesse al microfono dell’EIAR il comunicato dell’armistizio, l’Italia non sapeva ancora di essere entrata nella sua notte più lunga. Le parole erano poche e ambigue: cessare ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane, reagire ad «eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Non una parola su chi fosse questa «altra provenienza», non una direttiva su cosa fare dei tedeschi, che fino al giorno prima erano alleati e il giorno dopo sarebbero stati occupanti.

Pietro Badoglio
Il dramma dell’armistizio non fu la resa in sé, che era inevitabile dopo lo sbarco in Sicilia, la caduta del fascismo e il collasso militare del paese. Fu il modo. L’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre e tenuto segreto per cinque giorni, mentre i vertici militari non diramavano alcun ordine concreto. Quando Eisenhower lo annunciò da Radio Algeri, anticipando i tempi, il governo fu costretto a confermarlo in fretta. E nella notte, il re, Badoglio e i capi di stato maggiore abbandonarono Roma verso Pescara e poi Brindisi, lasciando la capitale e le forze armate senza una catena di comando.
Fu su questo vuoto che si abbatté il peso maggiore. Centinaia di migliaia di soldati italiani erano schierati fuori dai confini, nei Balcani, in Grecia, nelle isole dell’Egeo, in Francia, nella stessa Italia settentrionale, spesso fianco a fianco con reparti tedeschi, in condivisione di caserme, trincee e rancio. All’improvviso quei camerati d’armi diventavano nemici, ma nessuno aveva detto ai comandanti come comportarsi. La «Memoria OP 44», diramata a fine agosto, prevedeva genericamente di reagire a eventuali iniziative tedesche, ma non fu mai trasformata in ordini operativi chiari. Ogni comandante si ritrovò solo, a decidere con le proprie forze se resistere, cedere le armi, trattare o disperdersi.

I tedeschi, al contrario, sapevano esattamente cosa fare. Il piano «Achse» era pronto da tempo: disarmare l’esercito italiano, occuparne i territori, catturarne gli uomini. In pochi giorni circa 650.000 militari italiani furono fatti prigionieri e deportati nel Reich. Non ebbero lo status di prigionieri di guerra, che li avrebbe protetti con le garanzie della Convenzione di Ginevra: Hitler li dichiarò «internati militari italiani», una formula creata apposta per sottrarli a ogni tutela, sfruttarli come manodopera e lasciarli senza il controllo della Croce Rossa. Quasi tutti rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò o di continuare a combattere a fianco dei tedeschi. Quel «no» ripetuto nei lager, per quasi due anni, fra fame, freddo e lavoro forzato, è una delle pagine più alte e meno raccontate della nostra storia: una resistenza senza armi, fatta di dignità. Circa 40.000 non tornarono.
Altrove, dove i comandanti scelsero di opporsi, il prezzo fu altissimo. A Cefalonia la divisione «Acqui» combatté per giorni contro la Wehrmacht; dopo la resa, i tedeschi fucilarono migliaia di ufficiali e soldati, sebbene si fossero arresi. A Corfù, a Lero, a Spalato, in Montenegro, nelle isole del Dodecaneso, si ripeterono scene analoghe: eroismo isolato, mancanza di rifornimenti, nessun appoggio dall’alto.
Cefalonia
Molti reparti si dissolsero, e i soldati tentarono di tornare a casa a piedi, in abiti civili procurati dai contadini, attraversando un paese che non c’era più.
Resta la questione morale e storica, che non va banalizzata. Quei soldati non avevano scelto la guerra di Mussolini; eppure ne pagarono il conto più pesante, due volte: prima mandati a combattere con mezzi inadeguati, poi abbandonati nel momento in cui la scelta politica di cambiare campo li espose, senza ordini né protezione, alla rappresaglia di chi fino a poche ore prima era alleato. La monarchia e il governo Badoglio salvarono sé stessi e la continuità dello Stato, ma scaricarono sull’esercito il costo della propria inerzia.

Per questo l’8 settembre viene spesso definito la «morte della patria», secondo la formula di Ernesto Galli della Loggia. Fu certamente il collasso di un’idea di Stato fondata sull’obbedienza gerarchica: quando la gerarchia sparì, rimase la coscienza individuale. E fu proprio da quella coscienza, dall’ufficiale che decise di resistere a Cefalonia, dal soldato che scelse il lager invece di Salò, dal giovane che salì in montagna, che nacque la possibilità di una rinascita morale e politica.

Il re Vittorio Emanuele III
Ricordare l’armistizio significa dunque guardare in faccia una verità scomoda: una nazione può essere tradita non solo dai suoi nemici, ma dall’incapacità di chi la guida di assumersi le proprie responsabilità. E significa restituire ai militari dimenticati, ai caduti di Cefalonia e agli internati nei lager un posto che per decenni la memoria ufficiale ha esitato a dar loro.