El Alamein: la sconfitta con onore e il trionfo militare di Montgomery

Il 23 ottobre 2026 saranno passati ottantaquattro anni dall’inizio dell’ultima battaglia di El Alamein, la sconfitta che segnò la fine delle ambizioni italo-tedesche in Africa settentrionale. Ricordarla non significa rimpiangere una guerra sbagliata, ma restituire dignità e memoria a chi la combatté.
Quel giorno, nel deserto egiziano a un centinaio di chilometri da Alessandria, migliaia di soldati italiani affrontarono un nemico molto più forte, con mezzi inadeguati e senza rifornimenti. Molti non tornarono. Il loro sacrificio è rimasto sospeso tra retorica celebrativa e silenzio, e proprio per questo merita uno sguardo storico lucido, lontano da entrambi gli eccessi.

Nell’estate del 1942 l’Asse sembrava vicino ad Alessandria e al Canale di Suez. Rommel aveva spinto le sue forze fino a un tratto di costa di appena sessanta chilometri tra il mare e la depressione di Qattara, dove non era possibile aggirare le difese nemiche. Ad Alamein la corsa si fermò una prima volta nel luglio, e di nuovo a fine agosto ad Alam Halfa.
Il problema non era soltanto militare ma logistico. Ogni litro di carburante e ogni proiettile dovevano attraversare il Mediterraneo sotto la minaccia di aerei e sommergibili britannici, che da Malta affondavano una parte crescente dei convogli. Più l’Asse avanzava, più si allungavano le linee di rifornimento. Gli Alleati, al contrario, combattevano vicino alle proprie basi.
La notte del 23 ottobre 1942 l’Ottava Armata britannica del generale Montgomery aprì il fuoco con un bombardamento d’artiglieria che investì per ore le linee dell’Asse. Gli Alleati disponevano di circa il doppio degli uomini e di una superiorità schiacciante in carri armati e aerei. Nelle forze italo-tedesche circa la metà dei soldati era italiana, ma i carri italiani, come gli M13/40, erano ormai superati.
Rommel era in Germania per curarsi e il comando passò al generale Stumme, morto d’infarto il giorno dopo. Rommel rientrò il 25 ottobre. Dopo giorni di scontri durissimi tra campi minati e posizioni fortificate, con l’operazione Supercharge i britannici sfondarono il 2 novembre. Il 4 novembre l’Asse iniziò una ritirata che si sarebbe fermata solo in Tunisia. La battaglia si chiuse l’11 novembre; le perdite dell’Asse, tra morti, feriti e prigionieri, superarono di molto quelle alleate.

Fanti Italiani
In quelle settimane i soldati italiani, mal equipaggiati e a corto di acqua, viveri e carburante, tennero spesso posizioni che la propaganda aveva dato per scontate. Il simbolo di questa resistenza è la divisione paracadutisti Folgore, schierata nel settore meridionale, dove respinse ripetuti attacchi britannici e combatté finché ebbe munizioni. Anche le divisioni Ariete, Trieste, Littorio e Pavia, tra le altre, pagarono un prezzo pesantissimo.
È da qui che nasce la formula della sconfitta con onore, che i vertici militari ripetono ancora oggi nelle cerimonie di commemorazione. Gli storici invitano però a distinguere: il valore dei singoli e dei reparti è documentato, ma la responsabilità dell’impreparazione ricadde su comandi e regime, che avevano mandato in guerra un esercito privo dei mezzi necessari.
Alamein fu uno dei punti di svolta della guerra. Pochi giorni dopo, l’8 novembre 1942, gli Alleati sbarcarono in Marocco e Algeria, stringendo le forze dell’Asse tra due fronti. Entro il maggio 1943 la campagna d’Africa era finita.
Il passo successivo fu la Sicilia: lo sbarco del 10 luglio 1943 portò la guerra sul suolo italiano e accelerò la crisi del fascismo, che cadde il 25 luglio. Per noi siciliani la distanza tra il deserto egiziano e le nostre coste è dunque molto più breve di quanto sembri. La sconfitta di Alamein incrinò anche il consenso popolare verso il regime, mostrandone per intero le debolezze militari e politiche.

Soldati italiani sullo scenario della battaglia
Oggi, a Quota 33, il Sacrario militare italiano custodisce le spoglie di migliaia di caduti. Sulla pietra è incisa la frase “Mancò la fortuna, non il valore”, che riassume il modo in cui l’Italia ha scelto di ricordare quella battaglia.
Il compito di una testata come la nostra non è né esaltare né rimuovere, ma raccontare con precisione. Ricordare Alamein significa ricordare soldati giovani, spesso di famiglie contadine come tante siciliane, mandati lontano da casa da decisioni che non presero loro. Onorarli e capire perché furono lì sono due gesti che vanno tenuti insieme.