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A proposito dell’Accordo Quadro tra Libano e Israele

 

L’accordo quadro trilaterale firmato a Washington il 26 giugno 2026 da Libano, Israele e Stati Uniti non è un trattato di pace, ma una road map politico-militare finalizzata alla cessazione stabile delle ostilità, in Libano.

Si articola in 14 punti, i cui aspetti più rilevanti riguardano:

·        il riconoscimento reciproco del diritto di Libano e Israele ad esistere come Stati sovrani confinanti e in pace,

·        l’accettazione di un processo sequenziale, che passa attraverso l’estensione dell’autorità statale libanese e il disarmo verificato dei gruppi armati non statali –leggi Hezbollah– per consentire il ritiro progressivo delle Israel Defence Forces –IDF–;

·        la sperimentazione di questo meccanismo in aree determinate del Libano meridionale e la sua successiva estensione;

·        l’impegno del Libano a ristabilire la propria sovranità su tutto il territorio eliminando qualsiasi ruolo o capacità militare di gruppi non statali;

·        l’esclusione dell’incorporazione di Hezbollah nelle Lebanese Armed Forces –LAF–;

·        il divieto per qualsiasi Stato –leggi Iran– o attore non statale di usare la forza in nome del Libano;

·        l’istituzione di un Military Coordination Group for Lebanon –MCG4L– a partecipazione statunitense, incaricato della verifica;

·        il ritorno dei civili libanesi e la sicurezza delle comunità israeliane settentrionali.

Sono previste delle zone pilota, nelle quali: 1) vengono rimossi uomini, armi, postazioni, tunnel e infrastrutture di Hezbollah; 2) il risultato viene verificato; 3) Israele ritira le proprie forze; 4) le LAF assumono il controllo esclusivo dell’area; 5) la popolazione può tornare e comincia la ricostruzione. Il modello sarebbe poi replicato in altre aree.

 

L’ostacolo maggiore è rappresentato dal fatto che Hezbollah non è parte dell’accordo e non intende disarmare prima del ritiro israeliano.

Quanto alla sequenza da osservare per realizzare il disarmo, secondo l’accordo quadro, il disarmo è il primo passo, cui segue la verifica dello sgombero, che se positiva conduce al ritiro dell’IDF. Quest’ultima e decisiva fase risulta, quindi, condizionata alla certificazione della prima e alla relativa accettazione da parte di Israele.

In sostanza, lo Stato libanese assume un impegno che dipende dalla collaborazione di Hezbollah – o dalla possibilità di imporre il disarmo con la forza –, mentre Israele si riserva l’ultima mossa che non dipende da altri. Il disarmo verificato è la condizione per il progressivo ritiro israeliano.

 

La famosa risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza ONU prevedeva, invece, obblighi paralleli. Al ritiro israeliano faceva seguito il dispiegamento delle LAF e della missione UNIFIL; il tutto in assenza di armi e autorità diverse da quelle dello Stato libanese. In altri termini, Hezbollah non aveva diritto di conservare le armi finché Israele rimaneva, ma Israele non aveva diritto di occupare territorio libanese finché Hezbollah non fosse completamente disarmato. Le successive risoluzioni e dichiarazioni ONU ribadivano lo stesso schema: Israele deve ritirarsi a nord della Blue Line –la linea di demarcazione tra Libano e Israele–; il Libano deve estendere l’autorità dello Stato e assicurare il monopolio delle armi.

 

Nei fatti, Israele non ha cessato gli attacchi dopo la firma dell’accordo il 26 giugno.

Combattere mentre si negozia è prassi frequente: si intensificano le operazioni per migliorare la propria posizione negoziale. Tuttavia, usare lo spazio della mediazione per colpire la delegazione avversaria, come ha fatto Israele il 9 settembre 2025 in Qatar, è cosa ben diversa. Israele colpì i dirigenti di Hamas mentre il Qatar svolgeva una funzione di mediazione e la delegazione esaminava una proposta americana. Non è tanto lo status delle vittime a rendere grave l’azione, quanto l’uso –o abuso– della situazione negoziale, creata da una mediazione accettata, per sferrare l’attacco. Si sono pregiudicati in un sol colpo l’integrità del processo di mediazione e la sovranità territoriale del Qatar. Gli USA dichiararono di non essere stati preavvertiti dell’azione e la condannarono. Qualche malfidato sospettò della sincerità di tali affermazioni.

 

Dal 4 agosto è in corso il sesto turno di negoziati tra le parti. Ora, non si sta qui ipotizzando che Israele utilizzerà il negoziato con il Libano come ha fatto con Hamas –lo speriamo ardentemente, dato che l’incontro ha luogo presso l’ambasciata USA di Roma–. Si sta piuttosto sottolineando la fragilità di un meccanismo fondato esclusivamente sulla fiducia politica in Israele –e, per i maliziosi, negli Stati Uniti–.

Si può ragionevolmente immaginare che durante questo turno negoziale si parlerà della verifica del disarmo –a chi affidarla e secondo quali criteri– e dei tempi di ritiro delle IDF dopo la certificazione dello sgombero. e delle conseguenze nel caso di un eventuale inadempimento di una delle parti.

 

In conclusione, l’accordo quadro sembra di difficilissima attuazione, per la semplice ragione che prevede l’impegno di una parte non combattente –lo Stato libanese– di garantire il disarmo di uno dei combattenti che non vi consente –Hezbollah–.

Si possono ipotizzare tre scenari:

·        il ritiro volontario di Hezbollah dalle sole zone pilota, che però non risolverebbe la questione della capacità militare dell’organizzazione il cui azzeramento è l’obiettivo dichiarato di Israele;

·        un accordo interno tra Hezbollah e lo Stato libanese, che permetterebbe l’adempimento dell’accordo esterno tra Beirut e Israele, ma che appare molto improbabile visto l’atteggiamento di Hezbollah;

·        il disarmo forzato di Hezbollah da parte delle LAF.

Quest’ultimo scenario evidentemente evoca lo spettro di una guerra civile libanese che avrebbe esiti disastrosi.

Essere ottimisti è veramente arduo, soprattutto perché se nessuno dei tre scenari si materializzasse, cosa molto probabile, è difficile pensare che Israele cesserebbe i suoi attacchi.

 

 

 

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Maurizio Salustro ha maturato 41 anni di esperienza nel settore legale, compresi 31 anni con la magistratura italiana, spaziando dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti. Ha presieduto la Prima Sezione Penale del Tribunale di Catanzaro. Ha svolto un’intensa attività internazionale sia con funzioni esecutive (in Kosovo come Giudice con la Missione ONU - UNMIK e, poi, come Pubblico Ministero per i crimini di guerra con la Missione dell’UE – EULEX; in Guatemala come Capo delle Indagini con la CICIG -Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala-, sia nel settore dello sviluppo delle istituzioni (specialmente in Georgia e Iraq). In pensione dall’agosto 2022, si dedica a iniziative di promozione sociale.
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