Bologna, 2 agosto: la verità giudiziaria si è chiusa, non la ferita

Alle 10.25 di sabato 2 agosto 1980, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna, un ordigno nascosto in una valigia abbandonata su un carrello portabagagli fece crollare l’ala ovest dell’edificio. Ottantacinque morti, oltre duecento feriti: la strage più grave compiuta in Italia in tempo di pace. Oggi, 2 agosto 2026, quarantaseiesimo anniversario, Bologna torna in piazza — dal palco della stazione, come ogni anno — mentre per la prima volta l’associazione dei familiari delle vittime è guidata da Paolo Lambertini, che succede a Paolo Bolognesi dopo decenni alla presidenza.

Il processo ai mandanti si è chiuso con le sentenze definitive della Cassazione su Gilberto Cavallini e su Paolo Bellini, arrivate nei mesi scorsi, il percorso giudiziario sulla strage può dirsi concluso su tutti i fronti. La condanna all’ergastolo per Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini era già passata in giudicato da tempo come esecutori materiali. Restava aperto, dopo quarant’anni, il cosiddetto “processo ai mandanti”: quello che dà un volto e un contesto politico a chi organizzò, finanziò e coprì l’attentato.

PaoloBellini
La sentenza della Corte d’Assise di Bologna del 2022, confermata in appello nel 2024 e definitiva in Cassazione nel luglio 2025, ha condannato Paolo Bellini all’ergastolo come “quinto uomo” presente in stazione al momento dell’esplosione, e ha certificato le condanne per Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia. Le motivazioni, pubblicate a gennaio di quest’anno, ricostruiscono la strage come opera di un commando composto da più cellule dell’eversione neofascista — Nar, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione — unite da un obiettivo comune di destabilizzazione dell’ordine democratico, e sostenute da apparati statali “deviati” disponibili a fornire protezione e coperture in cambio di favori e compensi.

Luigi Ciavardini
Il “filo nero” che tiene insieme l’eversione, P2 e apparati dello Stato è affiorato con le sentenze, per la prima volta con questo grado di definitività, disegnano una linea di comando che va oltre gli esecutori. Nelle motivazioni compaiono, come mandanti, finanziatori e organizzatori occulti, quattro nomi: Licio Gelli, “venerabile maestro” della loggia P2; Umberto Ortolani, suo braccio destro, uomo di collegamento tra la P2, gli affari sudamericani e la finanza vaticana dello IOR; Federico Umberto D’Amato, a capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale; e Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese ed ex senatore del Msi. Tutti deceduti da anni, quindi non più processabili — ma indicati dai giudici come parte integrante del disegno che portò alla strage.

La Corte d’Assise ha scritto che il quadro indiziario su queste figure è “talmente corposo” da giustificare l’assunzione di uno scenario politico preciso come contesto operativo dell’attentato: un sistema in cui la P2 di Gelli finanziava e proteggeva, gli apparati di sicurezza deviati garantivano coperture e depistaggi, e le sigle dell’eversione nera fornivano il braccio armato. Bologna, crocevia della rete ferroviaria nazionale, fu scelta — secondo questa ricostruzione — proprio in quanto snodo strategico e “città laboratorio” sul piano politico.

Gilberto Cavallini
Non si tratta di un elemento nuovo in assoluto: il ruolo della P2 nella strategia della tensione è oggetto di studio e di inchieste giudiziarie da decenni, e già la Commissione parlamentare P2 degli anni Ottanta ne aveva tracciato la rete di potere occulto. Ciò che cambia, con le sentenze definitive del 2025 e le motivazioni di gennaio 2026, è lo status di quella ricostruzione: da ipotesi storiografica e giornalistica a verità accertata in sede processuale, sia pure nei confronti di responsabili ormai non più perseguibili perché deceduti.

Lico Gelli
Una verità giudiziaria “chiusa”, ma non una verità intera in cui gli avvocati di parte civile dei familiari delle vittime hanno parlato di una sentenza che “conferma che si è arrivati alla verità giudiziaria sui mandanti, organizzatori e finanziatori della strage, nonostante i depistaggi”. È un punto di arrivo significativo, ma le stesse associazioni che da decenni chiedono verità e giustizia sottolineano la differenza tra chiusura processuale e piena verità storica: restano infatti aperti interrogativi su complicità istituzionali più ampie, mai del tutto chiarite, e sul ruolo di apparati e figure che i processi non hanno potuto o voluto indagare fino in fondo.

Giusva Fioravanti
Quarantasei anni dopo, la strage di Bologna resta dunque un caso emblematico di due percorsi paralleli: quello giudiziario, che oggi può dirsi concluso, e quello della memoria collettiva, che continua a interrogarsi sulle zone d’ombra di una stagione ,quella della strategia della tensione , in cui logge coperte, apparati deviati e organizzazioni eversive si intrecciarono per colpire la democrazia repubblicana nel suo punto più affollato e simbolico: una sala d’aspetto di stazione, in un sabato di partenze per le vacanze.