Governare senza decidere. La nuova morfologia del potere

Questa riflessione sul potere nasce dalla lettura del primo volume della collana Dispositivi curata da Stefania Mazzone e che ha per titolo Dai processi alle procedure. Democrazie, segreti e tecnologie del potere (Aracne 2026). Un titolo che invita a interrogarsi su una trasformazione più generale: che cosa accade al potere quando la decisione tende a tradursi in procedura?
La modernità politica ha costruito la democrazia intorno a una domanda fondamentale: chi decide? Limitare il potere del sovrano significava renderne visibili le decisioni, sottoporle alla legge, attribuirle a soggetti riconoscibili e, soprattutto, renderle contestabili. La libertà politica nasceva anche da qui: dalla possibilità di sapere chi esercitava il potere e di opporre alla decisione un’alternativa.
Oggi quella domanda non è scomparsa, ma non sembra più sufficiente. La morfologia del potere sta cambiando. Dispositivi come l’intelligenza artificiale rendono particolarmente evidente una trasformazione già in corso: il passaggio dal potere visibile o invisibile a un potere impersonale. Il potere non scompare, ma si trasforma in procedura; si riorganizza senza esporsi, mentre i suoi effetti continuano a essere vincolanti.
La procedura, infatti, non ha bisogno di reprimere: anticipa. Non impone necessariamente una scelta: predispone le condizioni entro le quali scegliere. Soprattutto, non decide nel significato tradizionale del termine, ma organizza il campo del possibile. Classifica, seleziona, stabilisce priorità e compatibilità. Ciò che ieri appariva come decisione politica tende così a presentarsi come esito di un processo tecnico.
Ma questo non significa che il conflitto scompaia. Piuttosto, si sposta. Una parte crescente del conflitto politico contemporaneo riguarda ormai le procedure attraverso le quali una decisione diventa possibile, legittima ed efficace. Lo mostrano anche le tensioni che si producono intorno agli organi di garanzia e di controllo. Il recente intervento legislativo sulle funzioni della Corte dei conti e sulla responsabilità amministrativa è, da questo punto di vista, significativo: oggetto del confronto non è soltanto la decisione politica, ma l’estensione, i tempi e gli effetti delle procedure attraverso le quali essa viene controllata.
La domanda «chi decide?» deve allora essere accompagnata da un’altra: chi stabilisce le procedure attraverso le quali qualcosa può diventare una decisione? È qui che emerge una nuova dimensione del potere. Chi governa il procedimento non determina necessariamente l’esito, ma delimita il campo entro il quale determinate possibilità possono realizzarsi.
Anche il conflitto democratico ne viene trasformato. La democrazia non ha mai eliminato il conflitto: lo ha reso politicamente produttivo, consentendo all’alternativa di organizzarsi e all’ordine esistente di essere contestato. Il potere procedurale può invece agire prima che il conflitto si manifesti apertamente, stabilendo criteri, soglie, classificazioni e compatibilità. Non elimina necessariamente l’alternativa, ma può restringere lo spazio entro il quale essa riesce a costituirsi come possibilità politica.

Per questo il potere procedurale possiede una forza profondamente conservativa. Conserva l’ordine, ma tende a cancellarne il carattere storico: assume ciò che esiste come dato e lo trasforma nel presupposto delle decisioni future. L’intelligenza artificiale rende particolarmente evidente questo paradosso: utilizza continuamente il passato, ma lo traduce in dati, correlazioni e regolarità. In questo passaggio rischia di scomparire ciò che rende storico il presente: il fatto che l’ordine esistente non è necessario, ma è il risultato contingente di conflitti, scelte, rapporti di forza e alternative sconfitte. Ciò che è stato costruito storicamente finisce così per presentarsi come la condizione naturale a partire dalla quale organizzare il futuro.
Il problema, dunque, non è soltanto chi controlla l’algoritmo. Se la decisione si distribuisce tra procedure, competenze tecniche, controlli, dati e dispositivi automatici, anche la responsabilità diventa più difficile da imputare. È questo uno dei caratteri del potere impersonale: conserva la propria efficacia mentre perde progressivamente un volto al quale chiedere conto dei suoi effetti.
Non siamo necessariamente di fronte a una riduzione della politica, ma a una trasformazione del politico che può assumere tratti autoritari senza ricorrere alle forme tradizionali dell’autorità. Non occorre vietare quando è possibile predisporre; non occorre imporre quando si può delimitare preventivamente ciò che appare possibile.
Ed è qui che torna in gioco la libertà. Essere liberi non significa soltanto poter scegliere tra alternative già disponibili. La libertà politica implica anche la possibilità di contestare l’ordine che produce quelle alternative e di modificarne le condizioni. Il contrario della libertà, allora, potrebbe non essere più soltanto l’obbedienza. Potrebbe essere l’impossibilità di trasformare il campo del possibile.