Intervista esclusiva ad un testimone di giustizia in processi di mafia

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare un imprenditore siciliano che ha detto no alla mafia facendo condannare in via definiva 15 persone per estorsione aggravata dal metodo mafioso ed anche all’ ergastolo. Attualmente ha ancora quattro procedimenti aperti contro sette persone appartenenti a clan mafiosi. Attualmente vive in programma di protezione per testimoni di giustizia assieme al suo nucleo familiare. I testimoni di giustizia in programma speciale di protezione sono in tutto 50 su una popolazione di oltre 60 milioni. La cosa incredibile è il fatto che questo stato non è in grado di farli vivere dignitosamente in modo da garantire a loro un futuro sereno e tranquillo.Ecco l’intervista che ci ha rilasciato.
Cosa l’ha spinta a denunciare, nonostante i rischi che immaginava?
La cosa che mi ha spinto a denunciare è, innanzitutto, l’insegnamento e l’educazione ricevuta da mio padre: la distinzione tra il bene e il male, e per cosa vale la pena lottare.
C’è stato un momento preciso in cui ha capito che non poteva più tacere?
Sì, sono stato portato con le spalle al muro. Le estorsioni erano molto frequenti, insistenti e pressanti. La vigilia di Natale del 2012 sono venuti a casa mia in quattro, mentre stavo per prepararmi con la mia famiglia per il Natale — il primo Natale insieme al mio bambino. L’ennesima estorsione, proprio in casa mia, ha interrotto quell’armonia e quella magia del Natale.
Ha mai pensato, anche solo per un istante, di non farlo? Cosa gliel’ha impedito?
Avevo delle paure: paura di non farcela, paura di non essere creduto, di non riuscire a proteggere la mia famiglia, e che nessun altro mi avrebbe aiutato a farlo.
Come ha vissuto il momento in cui ha dovuto lasciare la sua casa, il suo lavoro, i suoi affetti quotidiani e cosa ha significato per lei perdere la propria identità, il proprio nome, la propria storia?
Ha significato come morire. Per i testimoni di giustizia cancellare le proprie origini, le proprie amicizie, la propria famiglia, essere sradicati da un posto e trasferiti altrove, ti fa sentire smarrito, solo, come se fossi morto — e non ne puoi parlare con nessuno. Devi tenerti tutto dentro, devi mentire ogni giorno alle persone, raccontando storie non vere: le racconti agli altri, le racconti alle persone che ami, le racconti a te stesso. Vivi nella bugia e nel torpore della menzogna.
C’è un oggetto, un luogo o un’abitudine della vita precedente di cui sente ancora la mancanza?
Le mie origini sono ormai morte e sepolte, purtroppo. Per evitare di aumentare la sofferenza che ho dentro, sapendo che non potrò mai più tornare in Sicilia, ho dovuto reprimere ogni sentimento, ogni ricordo, ogni luogo dove ho vissuto in passato.
Come si convive con l’impossibilità di raccontare a chi le sta vicino cosa sta realmente vivendo?
Si vive male. Le persone che conosci lo avvertono, avvertono che non sei del tutto sincero, e quindi i rapporti diventano labili, non veri. Questo rende impossibile costruire legami autentici con chiunque.
Ha potuto mantenere rapporti con la famiglia d’origine? Come è cambiato quel legame?
I miei familiari mi hanno tutti voltato le spalle. I miei fratelli e sorelle non hanno retto il peso di questa realtà. Molte persone preferiscono vedere la mafia nelle fiction televisive o nei film: la mafia spaventa e fa paura a chiunque, e purtroppo anche i legami più forti si indeboliscono e si interrompono.
Quali sono i momenti in cui la solitudine si è fatta più pesante?
La solitudine può uccidere, proprio come la mafia. Sentirsi soli e abbandonati porta a gesti estremi. Mi sono sentito molto vicino a farla finita proprio nel momento in cui sia la mia famiglia che le istituzioni mi hanno voltato le spalle, dopo la mia denuncia, nonostante fossi la vittima e dalla parte giusta. Pensavo che farla finita avrebbe salvato mia moglie e mio figlio. Ci sono andato molto vicino, alla fine, e posso dire di aver trovato in me la forza di non mollare — non so come ho fatto, perché mi sentivo veramente stremato, senza forze.
Il sistema di protezione l’ha aiutata come si aspettava, o ha incontrato lacune e ritardi e cosa cambierebbe, oggi, nel sistema di tutela dei testimoni di giustizia?
La legge sui testimoni di giustizia è scritta bene, andrebbero apportate delle modifiche per migliorarla, ma il problema non è lì. Il problema è che la missione del programma di protezione dovrebbe essere aiutare il testimone e la sua famiglia — che si affidano allo Stato — ad affrontare gli anni a venire, sostenendoli nelle difficoltà quotidiane che nuclei familiari come il mio possono incontrare: assistenza allo studio per i minori, assistenza psicologica, aiuti concreti invece di spot pubblicitari. Invece vieni inghiottito da una spirale, un vortice che ti avvolge, pieno di divieti e di negazioni, che all’inizio pensi siano per la tua tutela, per preservare la tua vita. Invece ti sbagli, e quando lo scopri la verità è troppo tardi: vieni tradito proprio da quello Stato che ti aveva assicurato protezione, per te e per la tua famiglia. In questo momento storico il Servizio Centrale di Protezione e il loro personale hanno perso di vista la loro missione. Mi dispiace, ma non entrerei più in un programma di protezione.
Come si ricostruisce un senso di normalità quando ogni giorno bisogna stare attenti a non lasciare tracce del proprio passato?
Il concetto di normalità, nelle nostre vite, è impossibile da ricostruire. Le nostre vite sono state stravolte, è come un vaso rotto: anche se sei bravo a rimettere insieme i pezzi, resta pur sempre un vaso rotto, non ritroverai mai un equilibrio.
Riesce a costruire nuove relazioni autentiche, o la paura resta un filtro costante?
Ho provato a farlo più volte, nei miei tredici anni di programma di protezione, ma arrivo sempre a un punto in cui o io mi allontano, o vengo allontanato. Purtroppo è sempre così.
Cosa significa, per lei, oggi, la parola “libertà”?
Oggi mi farebbe più piacere la parola serenità. La serenità di poter vivere la propria vita senza doversi proteggere dai mafiosi e dallo Stato.
Ha percepito diffidenza o pregiudizio, come se fosse lei ad aver sbagliato qualcosa?
Inizialmente sì. L’isolamento e la diffidenza di tutti mi avevano quasi convinto che fossi io ad aver sbagliato. Oggi più che mai sono convinto di aver fatto la cosa giusta a denunciare tutte le persone che mi hanno fatto del male, appartenenti a clan mafiosi o no.
Pensa che l’opinione pubblica capisca davvero la differenza tra testimone e collaboratore di giustizia?
Purtroppo non molti sanno cosa sia un testimone di giustizia, ed è più semplice accostare questo status a quello dei collaboratori di giustizia (i “pentiti”) — non per pregiudizio, ma solo per cattiva informazione. Mi è capitato di doverlo spiegare anche nelle aule di tribunale.
Cosa vorrebbe che le persone comuni sapessero, e che invece ignorano, di questa condizione?
Mi farebbe piacere che le persone comuni prendessero più seriamente la nostra condizione, leggendo, informandosi. Siamo trasparenti, invisibili: la nostra esistenza non viene percepita, eppure esistiamo, viviamo e moriamo. Lo abbiamo fatto dignitosamente, e spero che un giorno si possa capire davvero chi è il “testimone di giustizia”.
D) Se potesse tornare indietro, rifarebbe la stessa scelta?
Sì, certo, rifarei tutto — tranne essere inserito nel sistema di tutela per testimoni di giustizia. Preferirei ricominciare tutto in un altro Paese, non in Italia. Io credo nella giustizia, ma non credo più nelle persone che gestiscono la vita di noi testimoni di giustizia.
C’è qualcosa che l’ha aiutata a non arrendersi nei momenti più difficili?
I miei figli mi danno la forza, ogni giorno, di combattere e di non arrendermi. Sono loro che mi tengono in vita.
Cosa direbbe oggi a chi si trova di fronte alla stessa scelta che ha fatto lei?
Non so cosa direi… domanda difficile, troppo personale. So cosa non farei io, e questo mi basta.