Lea Garofalo e Denise Cosco: una storia di coraggio spezzata due volte

Ci sono vicende che sembrano non poter finire, perché il dolore che le attraversa continua a generare altro dolore, in un ciclo che la memoria collettiva fatica ad arrestare. È il caso della storia di Lea Garofalo e di sua figlia Denise Cosco, tornata drammaticamente alla cronaca nei giorni scorsi con la notizia della morte di Denise, che si è tolta la vita alla stessa età, trentacinque anni, in cui la madre fu assassinata dalla ‘ndrangheta.
Lea Garofalo nasce in una famiglia calabrese legata agli ambienti della criminalità organizzata di Petilia Policastro, in provincia di Crotone. Compagna di Carlo Cosco, se ne allontana nel 1996, dopo un arresto dell’uomo, iniziando un percorso di rottura con quel mondo che culmina nel 2002 con la decisione di collaborare con la magistratura. Racconta agli inquirenti quanto sa di omicidi, estorsioni e dinamiche interne ai clan, diventando testimone di giustizia insieme alla figlia, allora poco più che bambina.
Il prezzo di questa scelta di libertà sarà altissimo. Nel 2009 Lea, dopo aver interrotto il programma di protezione nella convinzione di poter gestire un contatto con l’ex compagno, viene attirata a Milano con l’inganno e le viene fatto credere che si discuterà del futuro di Denise. Il 24 novembre di quell’anno viene rapita, interrogata e uccisa da Cosco e da alcuni complici. Il suo corpo viene fatto a pezzi e bruciato per cancellarne ogni traccia; alcuni resti saranno ritrovati solo anni più tardi, grazie alla collaborazione di uno dei responsabili. I funerali si celebrano il 13 ottobre 2013 in piazza Beccaria a Milano, alla presenza di migliaia di persone e di don Luigi Ciotti.
Denise Cosco cresce nell’ombra di questa tragedia. Segue la madre nel programma di protezione fin da piccola, cambiando città e rinunciando a una vita normale. Dopo l’omicidio della madre, sceglie a sua volta la strada del coraggio: si costituisce parte civile contro il padre nel processo per l’omicidio, testimoniando pubblicamente contro di lui. Da quella scelta nasce anche una riflessione,più volte espressa nel corso degli anni, su quanto sia difficile schierarsi contro il proprio sangue in nome della giustizia, e su come la sentenza non abbia portato sollievo ma soltanto la consapevolezza di un’esistenza segnata per sempre.
Resta sotto protezione fino al 2018, cambia identità, trova lavoro, vive in una località segreta, sempre seguita dal Servizio Centrale di Protezione e sostenuta da don Luigi Ciotti e da Libera. Una vita ricostruita a fatica, attraversata secondo le ricostruzioni di questi giorni anche da fragilità e difficoltà personali.
Domenica scorsa, nell’abitazione di Ariccia dove viveva da alcuni anni con il figlio piccolo, Denise compie un gesto estremo. Muore alcuni giorni dopo in ospedale, alla stessa età in cui sua madre fu uccisa. La notizia, riportata inizialmente da Avvenire, ha suscitato la commozione di quanti, in questi anni, avevano seguito e sostenuto il suo percorso, a partire da don Ciotti, che le è rimasto vicino fino alla fine.

La vicenda di Lea Garofalo è da tempo un simbolo della lotta alle mafie e della scelta, spesso solitaria, di chi decide di collaborare con la giustizia pagandone un prezzo altissimo. Ma la morte di Denise pone una domanda che va oltre la cronaca giudiziaria: che cosa accade, nel tempo lungo, a chi sopravvive a una simile violenza? I programmi di protezione tutelano l’incolumità fisica, ma il peso psicologico di una vita costruita nella clandestinità, nella perdita di identità e negli anni di paura, resta un tema su cui le istituzioni, la società civile sono chiamate a interrogarsi con maggiore attenzione.
Nel ricordo di Lea Garofalo, simbolo di una ribellione che ha ispirato intitolazioni, libri e memoria collettiva, si inserisce oggi anche il destino di sua figlia: una storia che chiede non soltanto commemorazione, ma anche una riflessione più ampia su come lo Stato accompagni, nel tempo, chi ha pagato un prezzo così alto per la verità.