Nella politica locale sempre più individualismo, piccoli interessi e la parcellizzazione del consiglio comunale

Nei consigli comunali italiani, specie nei centri di media e piccola dimensione, si assiste da tempo a un fenomeno che merita più attenzione di quanta gliene venga solitamente dedicata: la moltiplicazione dei gruppi consiliari, la nascita di liste personali, il passaggio disinvolto da una maggioranza all’altra. Non è solo cronaca di palazzo. È il sintomo visibile di una trasformazione più profonda nel modo in cui si intende, oggi, la rappresentanza politica a livello locale.
La politica locale novecentesca si organizzava attorno a strutture quali le sezioni di partito, le correnti e i comitati che precedevano e in qualche misura disciplinavano l’ambizione individuale. Chi entrava in consiglio comunale rispondeva, almeno formalmente, a un progetto collettivo. Oggi lo schema si è capovolto: sempre più spesso è il nome del singolo a fondare la lista, non la lista a selezionare il nome. Ne nascono simboli elettorali costruiti su un cognome, gruppi consiliari che coincidono con un solo consigliere, alleanze che durano il tempo di una giunta e si sciolgono alla prima occasione utile.
Non è un giudizio moralistico sulla vanità dei singoli: è una domanda sulla forma che la rappresentanza sta assumendo quando il legame organizzativo si allenta. Gaetano Mosca, nella sua teoria della classe politica, osservava che ogni ceto dirigente tende a organizzarsi per conservare e riprodurre il proprio potere; ma l’organizzazione presuppone una qualche coesione di interessi tra i suoi membri. Quando quella coesione manca e quando ciascuno amministra in proprio la propria piccola rendita di consenso ,la classe dirigente locale smette di essere classe e diventa somma di individui in concorrenza tra loro.
Chi fa politica a livello locale risponde spesso a bacini di consenso molto circoscritti: un quartiere, una parrocchia, una rete di conoscenze personali, talvolta una singola categoria professionale. È una politica di prossimità, e in sé non ha nulla di deteriore ,anzi, è spesso la forma più autentica di rappresentanza, quella che conosce per nome i problemi che tratta. Il rischio nasce quando questa prossimità si chiude su se stessa: quando l’orizzonte dell’amministratore locale si esaurisce nella tutela del proprio piccolo perimetro di consenso, e la visione d’insieme della città , il bilancio, la programmazione urbanistica, le politiche sociali strutturali diventa terreno residuale, subordinato alla contabilità dei favori e delle rielezioni.

È qui che il concetto durkheimiano di coscienza collettiva torna utile come chiave di lettura, per contrasto: una comunità politica tiene insieme quando esiste un tessuto di rappresentazioni e obiettivi condivisi che eccede la somma degli interessi particolari. Quando quel tessuto si sfilaccia, restano gli individui , ciascuno legittimo nella propria rivendicazione, ma incapaci, nell’insieme, di produrre una linea di governo coerente.
Il risultato istituzionale di questa dinamica è sotto gli occhi di chiunque segua le cronache amministrative siciliane: consigli comunali frantumati in una miriade di gruppi, spesso più numerosi delle liste che si sono presentate alle elezioni. Il “gruppo misto” cessa di essere un’eccezione residuale e diventa, in alcuni consessi, il più affollato. Le maggioranze si tengono insieme non per condivisione di programma ma per calcolo di sopravvivenza, e ogni provvedimento diventa oggetto di trattativa puntuale con singoli consiglieri, ciascuno portatore di un proprio pacchetto di richieste.
Questa parcellizzazione ha un costo democratico preciso: rende illeggibile all’elettore la responsabilità politica. Se il consenso non si organizza più attorno a progetti riconoscibili ma attorno a persone e microinteressi, il cittadino perde lo strumento principale con cui la democrazia rappresentativa gli consente di giudicare chi governa ,la possibilità di premiare o punire una linea politica coerente nel tempo. Vota un nome, ma quel nome può ricollocarsi altrove nel giro di una consiliatura, senza che nulla nella forma istituzionale lo impedisca.
Sarebbe facile risolvere la questione imputando tutto a un difetto di carattere degli amministratori locali. Ma la fragilità delle strutture di partito, la loro riduzione, in molti contesti, a etichette vuote prive di radicamento reale, è precondizione, non conseguenza, di questo individualismo diffuso. Dove manca un’organizzazione capace di selezionare, formare e disciplinare la classe dirigente locale, è naturale che la rappresentanza si ricomponga su base personale: è l’esito prevedibile, non patologico, di un vuoto strutturale.
Ricostruire una politica locale meno parcellizzata non significa dunque invocare un ritorno nostalgico ai partiti di massa, quanto interrogarsi su quali corpi intermedi ,associazioni, reti civiche, esperienze di partecipazione strutturata ,possano oggi svolgere quella funzione di mediazione tra interesse individuale e bene comune che un tempo era compito del partito. In sua assenza, la somma delle prime donne continuerà a produrre consigli comunali sempre più affollati di gruppi e sempre più poveri di governo.