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Parla il giovane Stefano Baudino, geniale studioso, divulgatore e attivista della cultura antimafia

La mafia vista con gli occhi e le lenti d’ingrandimento di un giovane studioso. È proprio il caso di Stefano Baudino, torinese, 31 anni,  animato sin dai tempi della scuola da una vocazione, l’impegno per la legalità e la diffusione di una cultura antimafiosa. Stefano è laureato in Mass Media e Politica all’Università di Bologna. Scrive e collabora con testate importanti come «L’Indipendente», «il Fatto Quotidiano» e «Antimafia Duemila». È autore di diverse pubblicazioni, tra cui ricordiamo numerosi saggi scritti per «Il Corriere della Sera», tra cui “Il Maxiprocesso”, “Il caso Contrada” e “La lotta del generale Dalla Chiesa”. Il giovane collabora da anni nelle scuole e nelle università attivando un modulo didattico su Cosa nostra. Nel 2021 l’Università di Bologna gli ha conferito una menzione al merito per l’impegno civile e nel 2022 la Fondazione Italia-Usa gli ha assegnato il “Premio America Giovani” al talento universitario. Negli ultimi anni, tra gli altri, sono arrivati il Premio Angelo Vassallo, il Premio Internazionale Joe Petrosino, il Premio Ancore della Legalità e il Premio Internazionale Milano International. Davvero una lieta sorpresa in un panorama assai arido di ricercatori e studiosi di giovane età che si occupano di questi temi ostici e lontani dal comune sentire. Recentemente ha scritto due libri che stanno avendo grande successo di critica, intitolati “La mafia non è una cosa da adulti” (Aliberti) e “Stato-Mafia – La guerra dei trent’anni”, quest’ultimo a quattro mani con Heiner Koenig, con la prefazione di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia (PaperFirst).

Stefano Baudino, brillante scrittore, è dotato di una vivace intelligenza e di una considerevole sensibilità sociale, perspicace e attento alla realtà, coglie  al volo quel che si muove nel variegato e complesso pianeta scolastico scegliendo di rivolgersi con passione ai giovani delle ultime generazioni. Per lui appunto la mafia “non è una cosa da adulti”, mentre al contrario il mondo mafioso può essere compreso anche dai ragazzi e dalle ragazze di oggi. Nel libro che così si intitola ci racconta la storia di Cosa nostra, le sue strutture, i suoi codici. Ci parla di Falcone e Borsellino e in questo vi è una splendida intervista a Salvatore, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio; poi tratta del maxi-processo, delle stragi del ’92. Sino ad arrivare alla controversa  trattativa Stato-mafia,  affrontando con semplicità e acume e con spirito critico la verità delle cose, se si vuole che questo Paese soprattutto nel futuro e per le giovani generazioni  diventi migliore, e, quindi,  un Paese più maturo e finalmente adulto.

 

Abbiamo voluto conoscere dalla sua viva voce il racconto del percorso che ha intrapreso.

 

Come nasce il tuo interesse per i fatti di mafia?

 

È iniziato tutto molto presto, già ai tempi delle scuole medie. Ho vissuto gran parte della mia infanzia torinese con la famiglia di mia madre, di (onestissima) ascendenza siciliana, e mi hanno sempre affascinato le peculiarità caratteriali mantenute dai meridionali anche dopo decenni di vita al Nord. Al contempo, ho cominciato ad approcciare libri – sono sempre stato un accanito lettore – e prodotti cinematografici sul fenomeno mafioso, che mi hanno spinto negli anni ad approfondirlo. Ricordo che scelsi la mafia come argomento del mio tema all’esame di terza media. Non potevo immaginare che sarebbe stato un precedente segnante: alla Maturità presentai una tesina sulle similitudini “narrative” tra la carriera del mafioso americano e quella degli artisti appartenenti al genere “gangsta rap” USA (l’hip-hop è sempre stata un’altra mia grande passione), mentre la tesi che ha chiuso il mio percorso universitario si intitolava “La trattativa Stato-mafia – Le origini, i fatti, le sentenze”. Insomma, un leitmotiv pluridecennale!

 

 Che idea e percezione hanno i giovani del fenomeno mafioso e quel mondo esercita ancora fascino su di loro?

 

Ne hanno una percezione fortemente distorta dal mainstream cinematografico e televisivo. Il mondo criminale esercita da sempre fascino sull’universo giovanile: questo però non mi sorprende e anzi, per certi versi, lo trovo quasi fisiologico. D’altronde, si tratta di un immaginario che tende subdolamente a infondere sicurezza e autostima in chi non è ancora umanamente “strutturato” e vive nel disorientamento tipico dell’adolescenza. Quel che invece mi sorprende è come il mondo della scuola e, più in generale, delle istituzioni, non abbia ancora trovato una ricetta efficace per contrapporre al leggendario “archetipo” del criminale – che in realtà non è altro che un soggetto che sceglie la convenienza delle armi e della sopraffazione rispetto alla cultura dell’onestà e del lavoro – un modello che premi l’essenza del (vero) coraggio. Eppure di esempi virtuosi da raccontare e da avvicinare ai ragazzi ce ne sarebbero tanti.

 

 La mafia è cambiata in questi trent’anni?

 

Enormemente. E su mille versanti: nelle modalità di governo del territorio e di guadagno, nei rapporti interni come in quelli esterni. Spesso, per i ragazzi, la mafia è sinonimo di “stragi”. Bisogna spiegare loro che quello, per Cosa Nostra, è stato solo un incidente di percorso. La vera mafia dialoga orizzontalmente con la pubblica amministrazione, fa marketing e proselitismo a seconda dei mezzi e delle tecnologie del tempo, cerca di essere simbolicamente visibile ma al contempo fa di tutto per non esercitare violenza esplicita. Specie contro lo Stato e i suoi rappresentati.

 

 Dalle “coppole storte” agli stragisti , dai corleonesi alla borghesia mafiosa. Come si fa a spiegare la complessità di Cosa Nostra?

 

Servono tempo, competenza, visione e obiettivi a lungo termine. Bisogna prendere per mano il lettore, l’ascoltatore e lo studente e far capire loro che il bianco e nero, in questa lunga e articolata storia piena di insidie, non esistono. Le tinte si mischiano, spesso si incappa in buchi neri e contraddizioni inspiegabili. Ma proprio lì sta il bello della ricerca e dell’esercizio dello spirito critico.

 

 La convivenza tra lo Stato e la mafia è antica e radicata. Pensi che si potrà recidere?

 

Solo se la cittadinanza avrà la forza di ricavare i mezzi culturali e psicologici, ma anche economici e sociali, per poter affrontare una battaglia così rivoluzionaria. I fattori in campo sono molteplici.

 

 La mafia non è solo un mero problema di ordine pubblico. Abbiamo bisogno di un esercito di educatori alla legalità?

 

È il primo tassello del percorso. Ma forse il più importante per poter contribuire alla costruzione di una vera alternativa rispetto a un mondo segnato in larga parte da un lato dalla complicità, dall’altro dalla rassegnazione.

 

Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Come si possono spiegare queste figure ai ragazzi di oggi?

 

Si tratta di figure storiche molto più complesse rispetto a come vengono dipinte dal mainstream informativo. Parliamo di personaggi che hanno attraversato la propria vicenda umana giocando un ruolo fondamentale nello scacchiere criminale di Cosa Nostra, ma che hanno spesso cambiato direzione e prospettive a seconda delle proprie ambizioni, convenienze e alleanze (sia dentro i ranghi mafiosi che fuori). Questo ha avuto un impatto enorme sulla vicenda storica della “trattativa Stato-mafia”, della nascita della Seconda Repubblica e dell’inabissamento della mafia nel periodo post-stragi.

 

Cos’è Corleone nell’immaginario collettivo dei ragazzi d’oggi?

 

Oggi forse più un cognome (quello della famiglia de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, film che tra l’altro consiglio a tutti di vedere e assimilare) che un luogo specifico, che sicuramente molti di loro non saprebbero nemmeno indicare sulla cartina. Personalmente, ci sono stato più volte: visitare direttamente i luoghi che si raccontano e incrociare gli sguardi delle persone del posto è spesso molto più istruttivo di ciò che si legge sui libri di storia.

 

 Dopo i moti di ribellione delle stragi Capaci e via D’Amelio che cos’è successo?

 

Dopo anni di lenzuola bianche sventolate sui balconi di Palermo in solidarietà con i magistrati onesti, simbolo della rinascita civica della città, si è tornati a una devastante “normalizzazione” del fenomeno mafioso. Da un lato mercati, feste rionali e interi quartieri sono tornati a parlare la grammatica della mafia; dall’altro, nel trentennale delle stragi, è stato eletto come nuovo sindaco il candidato di due importanti politici condannati negli anni precedenti per reati di mafia, Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Uno scenario assai eloquente: quando si abbassa la guardia e si dimentica il recente passato, la sua parte più sporca e pericolosa riemerge dalla melma.

La mafia continua ancora oggi a camminare con il potere politico ed economico?

 

Certamente. A volte in maniera esplicita, altre volte in modo più mascherato. Basta fare il conto dei Comuni che negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose e dei politici locali e nazionali che continuano a subire condanne per i loro legami organici con la mafia. Il quadro è inquietante, specie se rapportato al disimpegno dei media che contano nell’informare la popolazione sullo strapotere mafioso a livello economico e sul controllo sociale che esercita in vasti territori dello Stivale.

 

 

 Non pensi che spesso anche nella scuola si faccia solo antimafia di passerella?

 

Sicuramente ciò accade, soprattutto quando vengono invitati a parlare di mafia ai ragazzi personaggi per nulla specchiati e pieni di scheletri nell’armadio. Al contempo, però, continuano ad emergere insegnanti “illuminati” che fanno pressioni importanti sul corpo docenti e sui dirigenti scolastici per consentire ai ragazzi di affacciarsi allo studio della storia recente del nostro Paese e alimentare il dibattito anche sui suoi episodi più controversi. Sono docenti “scomodi: tra qualche anno i ragazzi li ricorderanno piacevolmente per le opportunità che hanno loro offerto. Non smetterò mai di ringraziarli per il loro impegno.

 

Come si forma un’autentica coscienza antimafiosa?

 

Nelle scuole elementari e medie, a mio avviso, partendo dall’abc della convivenza civile e da una robusta lotta al bullismo e a ogni tipo di sopraffazione. Dalle superiori in avanti, spiegando in particolare ai ragazzi come la legalità e la lotta alla corruzione e a tutte le mafie, se coltivata su larga scala, convenga proprio a tutti per le sue ricadute positive sulla qualità della politica, del mondo del lavoro e delle opere pubbliche, oltre che su tutte le componenti del welfare.

 

Riusciremo mai a disvelare i misteri italiani?

Grossi passi in avanti sono stati fatti negli ultimi anni. Grossi passi sono ancora da fare. Ma dobbiamo essere speranzosi e contribuire tutti, ciascuno a seconda del proprio ruolo, a che ciò avvenga nel minore tempo possibile. Lo dobbiamo ai parenti delle tante vittime prodotte dalle “stragi di Stato” terroristico-mafiose e alla nostra dignità di cittadini.

 

 Cosa ti indigna del tempo odierno?

La squallida ipocrisia di un establishment politico che quotidianamente, capovolgendo di 180 gradi la realtà, cerca di “avvelenare” a suon di retorica bellicista e para-criminale un elettorato sempre più scollato dal dibattito pubblico e vittima del disimpegno. E, dall’altra parte, l’asservimento di gran parte del mondo mediatico ai diktat di quel potere politico. Dobbiamo rialzare la testa e farlo  dal basso. A volte sembra una lotta contro i mulini a vento, lo sento da anni sulla mia pelle, ma sono convinto che più saremo capaci di rimanere compatti e attirare energie fresche, più soddisfazioni vedremo arrivare.

 

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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