Yalta: la conferenza che disegnò il mondo diviso

C’è una fotografia che quasi tutti abbiamo visto almeno una volta, sui libri di storia o nei documentari: tre uomini seduti fianco a fianco, avvolti in cappotti pesanti, sullo sfondo di una terrazza della Crimea. Franklin Delano Roosevelt al centro, Winston Churchill alla sua destra, Iosif Stalin alla sua sinistra. È il febbraio 1945, la guerra in Europa non è ancora finita ma la sua conclusione è ormai scritta, e i tre uomini che si sono seduti a Yalta stanno decidendo, con largo anticipo sulla resa della Germania, come sarà fatto il mondo che verrà dopo.
Yalta non è stata soltanto una conferenza diplomatica.

È diventata, nel linguaggio politico e storiografico, una parola-simbolo: sinonimo di spartizione, di sfere di influenza, di un ordine mondiale deciso da poche grandi potenze sulla testa di tutti gli altri. Comprendere cosa accadde davvero in quei giorni sul Mar Nero, e distinguerlo dal mito che si è formato attorno a quel nome, è un esercizio necessario per chiunque voglia orientarsi nella storia del Novecento e nelle sue eredità ancora vive.
Quando i tre leader delle potenze alleate si incontrano nel palazzo di Livadia, ex residenza estiva degli zar, l’Armata Rossa ha già liberato gran parte dell’Europa orientale e sta avanzando verso Berlino; gli angloamericani, dopo lo sbarco in Normandia e la difficile campagna in Occidente, si preparano a varcare il Reno. La sconfitta della Germania nazista è ormai una questione di mesi, non di anni. Ma proprio per questo la conferenza arriva nel momento più delicato: quello in cui bisogna decidere non solo come vincere la guerra, ma come gestire la pace che seguirà, e con essa gli equilibri di potere tra le nazioni che l’hanno vinta.
Yalta non nasce dal nulla. È il terzo di una serie di vertici tra i cosiddetti “Tre Grandi”, dopo Teheran nel 1943, e sarà seguito dalla conferenza di Potsdam nell’estate del 1945, quando lo scenario politico sarà già mutato: Roosevelt sarà morto e sostituito da Harry Truman, Churchill perderà le elezioni a metà dei lavori e sarà rimpiazzato da Clement Attlee. Yalta resta però il momento in cui le decisioni più strutturali vengono discusse mentre l’alleanza antinazista è ancora, almeno sulla carta, un fronte unico.

F.D.Roosevelt e W.Churcill
I temi affrontati a Yalta furono numerosi e complessi, e vale la pena distinguerli con chiarezza dalle semplificazioni che spesso li accompagnano.
Sulla Germania, i tre leader concordarono il principio della resa incondizionata e della successiva divisione del paese in zone di occupazione, affidate rispettivamente a Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e, su insistenza britannica, anche alla Francia. Berlino, sebbene interamente circondata da territorio che sarebbe finito sotto controllo sovietico, fu a sua volta suddivisa in settori: una scelta che avrebbe generato, pochi anni dopo, alcune delle crisi più acute della Guerra Fredda.
Sulla Polonia si giocò forse il nodo più delicato e controverso dell’intera conferenza. Il confine orientale del paese fu spostato verso ovest secondo la cosiddetta linea Curzon, cedendo territori all’Unione Sovietica, mentre alla Polonia venivano assegnati in compenso territori tedeschi orientali. Sul piano politico, Stalin ottenne che il futuro governo polacco fosse ricostituito ampliando il governo provvisorio filosovietico già installato a Lublino, con la promessa rimasta largamente inattuata di elezioni libere. È qui che si misura lo scarto tra gli impegni sottoscritti sulla carta e la loro applicazione concreta.
Sul fronte del Pacifico, Stalin si impegnò a entrare in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla resa tedesca, in cambio di concessioni territoriali in Asia orientale, tra cui il recupero di Sachalin meridionale e alcuni diritti su Port Arthur e sulle ferrovie della Manciuria.
Infine, la conferenza gettò le basi per la futura Organizzazione delle Nazioni Unite, definendo il meccanismo del diritto di veto per i membri permanenti del futuro Consiglio di Sicurezza: una struttura pensata proprio per riflettere, in forma istituzionale, gli equilibri di potenza tra le nazioni vincitrici.

J. Stalin e W.Churcill
È qui che occorre una precisazione storiografica importante, spesso trascurata dal linguaggio corrente. L’idea di una spartizione formale dell’Europa in “sfere di influenza” non nasce a Yalta, ma alcuni mesi prima, nell’ottobre 1944, durante un incontro bilaterale a Mosca tra Churchill e Stalin. In quell’occasione, secondo la testimonianza dello stesso Churchill, venne abbozzato su un foglio di carta il celebre “accordo delle percentuali”: una ripartizione di influenza politica, paese per paese, tra Unione Sovietica e potenze occidentali, con percentuali che riguardavano Romania, Grecia, Jugoslavia, Ungheria e Bulgaria.
A Yalta questo schema informale non fu mai formalizzato in un documento ufficiale con questo nome, e gli Stati Uniti di Roosevelt mantennero sempre una posizione pubblica contraria a ogni logica di spartizione in sfere di influenza, preferendo il linguaggio universalista della sicurezza collettiva e dell’autodeterminazione dei popoli, sancito nella Dichiarazione sull’Europa liberata sottoscritta proprio a Yalta. Ma i fatti concreti che seguirono la conferenza e in particolare l’atteggiamento occidentale di sostanziale non intervento rispetto al progressivo consolidamento del controllo sovietico sull’Europa centro-orientale, produssero comunque, nella prassi, l’effetto di una spartizione di fatto, anche in assenza di una spartizione di diritto.
È questa la ragione per cui “Yalta” è diventato, nel linguaggio storico e politico successivo, la sintesi simbolica di un intero processo che in realtà si estende su più mesi e più incontri, dall’accordo delle percentuali di Mosca fino alla conferenza di Potsdam e alla progressiva chiusura della cortina di ferro descritta da Churchill stesso nel celebre discorso di Fulton, nel marzo 1946.

Le conseguenze di quelle settimane in Crimea si sono fatte sentire per decenni. La divisione dell’Europa in due blocchi, la separazione della Germania e di Berlino, la subordinazione dei paesi dell’Europa centro-orientale a Mosca fino al 1989, ma anche l’architettura istituzionale delle Nazioni Unite che regge ancora oggi il sistema di sicurezza internazionale, portano tutte, in misura diversa, l’impronta di quelle decisioni.
Vale la pena, in chiusura, sgombrare il campo da una lettura troppo semplificata: a Yalta non si “regalò” l’Europa orientale a Stalin per ingenuità o debolezza degli alleati occidentali. Le scelte compiute rispecchiarono innanzitutto i rapporti di forza militare già esistenti sul terreno nel febbraio 1945, con l’Armata Rossa che occupava fisicamente gran parte dei territori di cui si discuteva. La diplomazia, a Yalta come altrove, ratificò più che creare gli equilibri di potenza. È una lezione di realismo politico che, a distanza di ottant’anni, mantiene intatta la sua capacità di far riflettere su cosa significhi davvero negoziare la pace tra potenze vincitrici.