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Quando si tentò di deviare l’eruzione dell’Etna del 1669

Un sacerdote e dei volontari

provarono a deviare la colata lavica a picconate.

 

La colata lavica del 1669 ha segnato la storia di Catania e di molti paesi etnei, ma rappresenta anche una importante testimonianza storica del primo tentativo documentato di deviazione di un flusso lavico.

L’11 marzo, un boato, sentito fino a Messina, secondo le testimonianze dell’epoca, aprì il fianco dell’Etna a 850 metri di quota, sopra Nicolosi.  Una frattura lunga 12 chilometri da cui fuoriuscirono circa 600 milioni di metri cubi di lava.

Per 122 giorni senza mai fermarsi, il fiume lavico scese verso il mare lentamente e inesorabilmente. Largo più di un chilometro e alto quasi 10 metri, bruciando interi paesi, raccolti e case.

Quando arrivò in prossimità delle mura di Catania, le aggirò a ovest e puntò verso il mare e, quindi, verso il Castello Ursino, che nel 1239 era stato costruito da Federico II come fortezza sul mare. 

Durante quel momento di paura e devastazione si impose la coraggiosa idea di un uomo: Don Diego Pappalardo, un sacerdote di Pedara, il quale propose un’operazione che non era mai stata fatta fino a quel momento.

Un intervento rivoluzionario, che è stato confermato, secoli dopo, dai più noti vulcanologi con i moderni interventi di sbarramento e bombardamento controllato della lava. Il Prof. Franco Barberi, ex capo della Protezione civile, durante l’eruzione del 1983, ha coordinato i primi interventi di controllo di una colata lavica dell’Etna con l’utilizzo dell’esplosivo e nel 1992, con il tritolo, ha polverizzato i canali di alimentazione della colata evitando che il fiume di lava incandescente raggiungesse le abitazioni di Zafferana.  

Don Pappalardo, constatando che la lava scorreva liquida dentro al canale di lava già solidificata, suggerì di rompere la crosta del fiume di lava a monte, per fare uscire la lava liquida di lato, in modo da deviarne il corso e non farla arrivare a Catania.

Un’idea pericolosa, ma che, nell’ immediatezza della tragedia, venne accolta dal senato cittadino catanese e approvata dal Vicario generale Don Stefano Riggio.

Don Pappalardo, insieme a Don Saverio Musumeci di Acireale e al pittore acese Giacinto Platania, radunò un gruppo di uomini pronti a sfidare la potenza della Natura.

Forniti di piccozze e di pelli bagnate sul corpo per resistere al calore eccessivo, risalirono il flusso fino alla sua origine, presso Belpasso, nel punto dove la lava si era raffreddata e aveva formato un tunnel di roccia solidificata.

Picconarono per due giorni la crosta incandescente, il calore superava i 700 gradi, e riuscirono, così, ad aprire un varco da cui la lava fuoriuscì dirigendosi verso Paternò.

Il fronte che minacciava Catania si svuotò e si fermò, dimostrando che, anche a mani nude, solo con delle piccozze, il flusso lavico poteva essere deviato.

Molte le testimonianze dei contemporanei e le relazioni scientifiche e storiche  dell’epoca che riportarono questo insperato successo, a conferma della straordinarietà dell’impresa compiuta da questi uomini.

Però gli abitanti di Paternò, rendendosi conto che la lava deviando il proprio corso, avrebbe raggiunto le loro terre, si armarono di fucili e forconi e, arrivati a Belpasso, minacciarono di morte Don Pappalardo e i suoi volontari, così come viene riportato dalle fonti storiche.

Ne nacque una vivace contesa che condusse Don Diego Pappalardo e i suoi uomini alla decisione forzata di sospendere il proprio intervento. In poche ore il varco si richiuse naturalmente per il raffreddamento esterno del flusso e la lava riprese il suo corso verso Catania.

Don Diego Pappalardo

Per 15 giorni avanzò dentro la città, coprendo il Lago di Nicito, distruggendo il Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena e il porto. Alla fine arrivò al mare e si estese per 1,5 chilometri, facendo avanzare la linea della costa di 800 metri.

Il Castello Ursino si ritrovò circondato da terra ferma, così come lo si vede oggi.

Al di là delle sue catastrofiche conseguenze, il 1669 segna un momento importante nella storia della vulcanologia applicata di Catania, in quanto fu la prima volta in assoluto in cui l’uomo mise in atto una pratica di deviazione.

Don Diego Pappalardo, illustre cittadino pedarese, cappellano e conventuale dell’Ordine Ospedaliero Gerosolimitano, Saverio Musumeci, esperto ingegnere militare e il pittore acese Giacinto Platania, che dipinse l’eruzione del ’69 in un affresco oggi conservato nella Sacrestia del Duomo di Catania, unirono i loro ingegni e, con l’aiuto di semplici contadini del luogo, riuscirono ad attuare  un’operazione pionieristica di deviazione, secoli prima che fosse praticata dai vulcanologi moderni.

 

 

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