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La parola a Luigi Li Gotti, celebre avvocato dei collaboratori di giustizia

Luigi Li Gotti, avvocato penalista di 79 anni, originario di Mesoraca (Crotone), vive a Roma dagli anni ’70. Si è laureato in Giurisprudenza a Bari. Ha avuto una carriera articolata sia come penalista ma ha anche svolto un’attività politica in vari periodi della sua esistenza. Ha raggiunto una certa notorietà sul piano mediatico in quanto ha difeso pentiti e collaboratori di giustizia di Cosa Nostra come Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca e Francesco Marino Mannoia, ed è stato parte civile nel processo per la strage di Piazza Fontana, eccidio di via Fani e sequestro Moro, ha assistito la famiglia del commissario Calabresi,  partecipando ai processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili e per i fatti della scuola Diaz. Per quanto riguarda la  politica negli anni ’60 faceva parte delle organizzazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano (MSI). Nel 2001 ha aderito all’Italia dei Valori. Dal 2006 al 2008 è stato sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi, e dal 2008 al 2013 è stato senatore per l’Italia dei Valori. Recentemente è al centro dell’attenzione mediatica per aver presentato una denuncia il 23 gennaio 2025 per favoreggiamento e peculato che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e del sottosegretario Alfredo Mantovano in relazione al caso del rimpatrio del generale libico Almasri.

Luigi Li Gotti 

Su questo caso Li Gotti ha dichiarato di aver agito come semplice cittadino presentando una denuncia per possibili reati, negando qualsiasi collegamento con Romano Prodi.

Come giunse alla difesa di Tommaso Buscetta e i ricordi che serba della figura di don Masino ?

Sono diventato difensore di Buscetta agli inizi del 1990.

In quel periodo storico, la difesa di mafiosi che parlavano con la Giustizia, non era accettata per timore di vendette trasversali. Io avevo già assunto l’assistenza di Francesco Marino Mannoia, cui avevano appena ucciso la madre, la sorella e la zia (strage di Bagheria). Con Masino Buscetta ho trascorso moltissimo tempo a discorrere e ad apprendere di “cosa nostra”. Diverse volte mi sono recato negli USA, a casa sua, ove mi trattenevo per giorni per conoscere ancora e approfondire. Era una mia necessità professionale l’apprendimento del fenomeno criminale, delle logiche, delle regole, della mentalità, del rapporto con la società civile, con le istituzioni, con la politica, della trasformazione con l’avvento dei corleonesi e le guerre intestine.

Tommaso Buscetta 

Ha difeso alcuni dei più importanti pentiti di mafia. Che ricordi ha di quegli anni e come è stato lavorare con Paolo Borsellino e specie con Giovanni Falcone, che le chiese di difendere Francesco Marino Mannoia?

Lavorare con Falcone e Borsellino (ed altri magistrati), è stata una esperienza unica. La loro professionalità non era invadente o aggressiva. All’inizio non c’era ancora la legge che imponeva la registrazione degli interrogatori, sicché era particolarmente importante la verbalizzazione delle risposte e la fedeltà a quanto detto. Giovanni Falcone scriveva i verbali a penna, con cura assoluta. Paolo Borsellino prendeva appunti completissimi e poi verbalizzava.

La difesa di pentiti di mafia è una scelta professionale che può essere controversa. Come risponderebbe a chi critica gli avvocati che assistono collaboratori di giustizia accusati di crimini gravissimi?

La difesa dei “pentiti” era vista con molta ostilità dai colleghi. Per alcuni anni, quando entravo nelle aule, nessuno mi salutava o rispondeva al saluto (peraltro io, in breve, mi astenni dal farlo). Ad essere sinceri, non mi importò affatto rimanendo indifferente all’ostilità. Capivo che i miei colleghi erano intimoriti dai loro clienti mafiosi, che non avrebbero sopportato la minima confidenza con l’avvocato dell’infame. La medesima ostilità era manifestata negli ambienti politici o di certo giornalismo. Hanno espresso parole di disprezzo nei confronti dei “pentiti”, e mai detto o scritto parole analoghe per i boss stragisti e irriducibili.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino 

Nella lotta alle organizzazioni mafiose si è sottovaluta per tanti anni la ‘ndrangheta al punto che oggi è divenuta una delle mafie più ricca e potente del mondo…

Certamente ci fu nel tempo minore attenzione per la ‘ndrangheta. Non si conosceva l’unitarietà del fenomeno criminale calabrese ma si considerava una criminalità a macchie di leopardo, ossia legata a singole realtà territoriali con propri interessi.

La sua denuncia sul caso Almasri ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati della premier Meloni e di tre esponenti del governo. Quali sono gli elementi che l’hanno convinta ci fossero estremi di reato e perché ha ritenuto necessario presentare questa denuncia come cittadino?

Sul caso Almasri, la mia denuncia per peculato e favoreggiamento suscitò in alcuni ambienti irrisione (ad esempio il presidente delle Camere penali e, in TV, Giletti, un avvocato mi denunciò per vilipendio delle istituzioni e calunnia). Feci spallucce. Il Tribunale dei Ministri fece l’indagine e chiese di poter processare Nordio, Piantedosi e Mantovano. La Camera dei deputati non concesse l’autorizzazione, salvandoli. Il Governo italiano, con decisione della Corte Penale Internazionale, è stato deferito all’Assemblea delle Nazioni Unite. Il caso sarà trattato a metà dicembre.

Lei ha avuto un percorso politico particolare, dal MSI all’Italia dei Valori, passando per Alleanza Nazionale. Come è cambiata la sua visione politica nel corso degli anni e cosa l’ha spinta a compiere questi passaggi?

Ho già detto che ho fatto politica attiva sino al 1974 nel MSI. Poi, con il trasferimento a Roma, ed essendo professionalmente impegnato nel processo di Piazza Fontana, non feci più politica. Nel 2001, aderii all’Italia dei Valori, di cui fui dirigente nazionale, sottosegretario alla Giustizia e, quindi, senatore. La destra era un lontano ricordo. Come succede a volte, la sezione del Msi e poi di Alleanza Nazionale, rinnovavano con automatismo l’iscrizione. Peraltro, ero negli elenchi degli iscritti ma non ricevevo la tessera. Nel 1998, mi inviarono la tessera. Chiesi quindi di cancellarmi dagli elenchi. Cosa che fu fatta. Dal 1974 non avevo più sottoscritto alcun modulo di adesione.

Durante la sua esperienza come sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, quali sono state le principali sfide che ha affrontato e quali riforme o interventi considera più significativi?

Durante i due anni da sottosegretario alla Giustizia nel Governo Prodi, l’iniziativa legislativa fu enorme. Le leggi di cui più mi diedero soddisfazione, furono l’istituzione della banca dati del DNA e la ratifica del Trattato di Prum, la legge contro il crimine informatico, contro il terrorismo internazionale, l’istituzione dell’ufficio per il processo d’intesa con tutti i sindacati e lo scorrimento di carriera, la ratifica del trattato sulla Corte penale internazionale e l’adeguamento interno.

Guardando all’attuale sistema giudiziario italiano, quali sono secondo lei le criticità più urgenti da affrontare e quali riforme sarebbero necessarie?

La riforma da fare è la modifica della Legge Cartabia per ridare al processo penale la sua natura di processo orale e partecipato. Con la Cartabia si è pensato di accelerare i tempi della giustizia, ridimensionando il ruolo dell’avvocatura. Le carenze di organico sono ormai cronicizzate ed i pensionamenti produco vuoti di personale e di conoscenza. I giovani che entrano non trovano più gli anziani, unica vera scuola di formazione. Ossia il trasferimento del sapere e delle prassi che nessun apprendimento su testi, può assicurare. La situazione è destinata a peggiorare. Ho conoscenza diretta che spesso le sentenze vengono scritte con l’intelligenza artificiale. Mi è stato confidato da un Presidente che leggeva sentenze sempre identiche, tant’è che dovette fare una circolare interna.

In un’epoca in cui i processi mediatici spesso precedono quelli giudiziari, come dovrebbe evolversi il rapporto tra informazione e giustizia per tutelare sia il diritto di cronaca che la presunzione di innocenza?

I processi mediatici sono una iattura. Gli avvocati dovrebbero sottrarsi dal parteciparvi.

Luigi Calabresi

Guardando alla sua lunga carriera, c’è un caso o un momento particolare che l’ha segnata profondamente, che l’ha fatta riflettere sul significato più profondo della giustizia?

Il processo che più ha segnato la mia vita professionale è quello per l’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Stravinto dopo anni di battaglie (dal 1989 al 2000).

 

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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