Benito Mussolini e le cento sterline a settimana dei serivizi segreti inglesi per il Popolo d’Italia

Ogni tanto riaffiora, sui social e in certe ricostruzioni sommarie, un’affermazione tanto suggestiva quanto imprecisa: Mussolini sarebbe stato “finanziato dagli inglesi per costruire il movimento fascista”. La suggestione ha un fondo di verità documentale, ma la formula, così com’è, confonde due vicende storiche distinte separate da quasi due anni e da intenzioni molto diverse.
Quello che gli archivi dicono davvero è la ricostruzione nel 2009 lo storico Peter Martland, del Corpus Christi College di Cambridge, portò alla luce documenti d’archivio nell’ambito della stesura della storia ufficiale dell’MI5, curata da Christopher Andrew. Le carte mostravano che il servizio segreto britannico versò a Mussolini, a partire dall’autunno del 1917, uno stipendio di 100 sterline a settimana, una cifra considerevole per l’epoca, equivalente a circa 6.000 sterline odierne, per almeno un anno.

I pagamenti furono autorizzati da Sir Samuel Hoare, all’epoca a capo della rete di intelligence britannica a Roma, che dirigeva un centinaio di agenti sul territorio italiano. Il destinatario non era ancora il capo di alcun movimento politico, ma un trentaquattrenne direttore di giornale: Mussolini guidava Il Popolo d’Italia, foglio interventista che aveva lasciato il socialismo ufficiale proprio sulla questione della guerra.
Va detto che la notizia del rapporto tra Mussolini e i servizi britannici non era del tutto inedita: lo stesso Hoare l’aveva accennata nelle proprie memorie oltre cinquant’anni prima. Il contributo di Martland fu soprattutto quello di quantificare con precisione la cifra e la durata dell’accordo.

Il logo del MI5
Il contesto di questo finanziamento non era ideologico, ma serviva alla tenuta del fronte e per capire lo scopo di quei fondi bisogna guardare al 1917, uno degli anni più drammatici della Grande Guerra per l’Italia. In ottobre l’esercito austro-tedesco sfonda a Caporetto; l’economia è piegata da inflazione e carestie; la Russia, appena travolta dalla rivoluzione bolscevica, esce dal conflitto lasciando Londra con il timore fondato che anche Roma possa cedere.
In questo scenario, il denaro versato a Mussolini non aveva alcuna finalità di ingegneria politica interna: serviva a sostenere una campagna di propaganda a favore della prosecuzione della guerra italiana a fianco dell’Intesa. Le fonti riportano inoltre che Mussolini avrebbe mobilitato reduci per contrastare fisicamente le manifestazioni pacifiste a Milano e questo è un episodio che alcuni storici hanno letto, retrospettivamente, come un antecedente delle future squadre d’azione fasciste. Ma anche questa attività rientrava nella logica di tenuta del fronte bellico, non in un disegno di costruzione partitica.

La stanza del direttore Benito Mussolini
È la cronologia, più di ogni altra cosa, a rendere insostenibile la formula “finanziato per costruire il fascismo”:
I pagamenti documentati risalgono all’autunno 1917 mentre il fascismo come movimento organizzato nasce nel marzo 1919, con la fondazione dei Fasci italiani di combattimento a Milano.
La marcia su Roma, che porta Mussolini al potere, è del 1922, cinque anni dopo l’inizio della vicenda MI5.
Nessuna fonte storiografica seria attesta un finanziamento britannico continuativo negli anni cruciali dell’organizzazione fascista, tra il 1919 e il 1922. Il sostegno economico e politico che permise l’ascesa del fascismo in quella fase venne, semmai, da altri soggetti interni: agrari e industriali del Nord Italia preoccupati dal “biennio rosso”, ambienti dell’esercito e della piccola e media borghesia timorosa del rivolgimento bolscevico, oltre a una debolezza strutturale dello Stato liberale incapace di arginare la violenza squadrista.

Questa vicenda è utile anche come caso di scuola su come si deforma un fatto storico vero trasformandolo in una leggenda comoda. Non c’è bisogno di inventare nulla: basta prendere un dato reale — un pagamento effettivamente avvenuto — e allargarne artificialmente il significato, facendogli coprire un arco temporale e un obiettivo che i documenti non sostengono. Il risultato è una narrazione che sposta la responsabilità storica dell’ascesa del fascismo, complessa e in larga parte italiana, verso un presunto complotto straniero ordito ad arte fin dall’origine.

La sede del Popolo d’Italia
La realtà documentata da un agente segreto britannico che compra la penna di un direttore di giornale interventista in un momento di emergenza bellica e resta comunque un episodio significativo: getta luce sul rapporto ambiguo tra Mussolini e l’establishment britannico negli anni della sua formazione politica, e su quanto fossero permeabili, in tempo di guerra, i confini tra giornalismo, propaganda e intelligence. Ma è un episodio, appunto, che va letto nella sua cornice storica precisa, senza proiettarvi sopra la genesi di un regime che avrebbe preso forma solo negli anni successivi.
Fonti: Peter Martland, ricerche d’archivio confluite in Christopher Andrew, “The Defence of the Realm: The Authorized History of MI5” (2009); resoconti dell’epoca su The Guardian, riportati anche da testate internazionali (Foreign Policy, CBS News, The Christian Science Monitor).