Il Vulcano Etna: patrimonio storico e culturale siciliano

Come ogni estate, L’Etna diventa protagonista e offre il suo straordinario spettacolo naturale con la sua intensa attività eruttiva e le spettacolari colate di lava incandescente lungo le sue pendici.
Tralasciando le polemiche per la gestione della notevole emissione di cenere che ha paralizzato l’aeroporto di Catania, è innegabile il suo fascino perenne, manifestazione di una natura che prorompe in tutta la sua brutale bellezza. Accolta, nel corso dei secoli, nella tradizione orale e fissata nella memoria collettiva come patrimonio millenario del popolo siciliano.
L’Etna, il cui nome risale alla parola greca “Aitna” che significa: ardere, non è solo un vulcano geograficamente rilevante, ma è legato intrinsecamente alla nostra storia e alla nostra cultura.
“ ‘A Muntagna” così come è sempre stata chiamata affettuosamente dai contadini, è come una madre, per la quale nutrire rispetto e timore al tempo stesso. Nonostante la sua potenza distruttiva, è sempre stata considerata come un simbolo di fertilità, capace di rendere fertili e rigogliose le terre intorno, grazie alla ricchezza di minerali in esse presenti.
Un legame affettivo che questa parola dialettale esprime in tutta la sua pregnanza, evidenziando quanto l’Etna per i siciliani sia essenzialmente una parte integrante della vita quotidiana. Una “madre” che nutre la sua terra e i suoi figli, ma anche potente e imprevedibile quando si risveglia ed erutta fiumi rossi di lava.
La sua magnificenza ha affascinato sia in epoca greca, romana che araba, quando veniva chiamata “La Montagna delle Montagne”.
Il Mongibello, appellativo ancora oggi usato, nato dall’unione della parola latina: “Mons” con il termine arabo “Jabal” che significava anch’esso: monte.
Una ripetizione doppia del termine proprio per evidenziare il ruolo predominante che l’Etna ha sempre avuto non solo sul territorio siciliano, ma anche nella storia dei suoi abitanti, che hanno reso la sua maestosità naturale, simbolo caratterizzante della propria cultura, sia orale che scritta.

L’Etna racchiude e custodisce tradizioni millenarie, racconti popolari e leggende immortali che l’hanno resa un “Catasto magico” prendendo in prestito la definizione della scrittrice Maria Corti nel suo libro del 1999.
Tante le leggende nate e raccontate nei secoli, dall’essere fucina di Efesto che insieme ai Ciclopi, forgiavano le armi degli dei, a divenire ingresso dell’Inferno.
Lo storico Giuseppe Pitrè riporta, nei suoi scritti, questa antica credenza popolare, secondo la quale il cratere dell’Etna era la porta dell’Inferno.
La Chiesa Cattolica aveva posto l’Inferno al centro della Terra e, nel suo impegno di cristianizzazione, aveva demonizzato le precedenti divinità pagane della cultura greca e romana, assimilandole alla figura del Diavolo cristiano.
Lucifero aveva il suo regno proprio dentro ai vulcani, e le colate incandescenti non erano altro che le fiamme dell’Inferno.
Il ventre dell’Etna, misterioso e terrifico, diviene “Ombelico dell’Inferno” così come attestato dallo studioso brontese Benedetto Radice, (i cui scritti recentemente sono stati riportati in vita dall’accurato lavoro dellanipote, Prof. Giuseppina Radice), il quale nel suo volume, “Memorie storiche di Bronte” nel capitolo: l’Etna, eruzioni miti e leggende, evidenzia questa demonizzazione del nostro vulcano ad opera del cristianesimo. I templi vennero distrutti, gli dei pagani trasformati in demoni malvagi e si convertì il “fuoco etneo in fuoco infernale”. Per paura dei terremoti, manifestazione demoniaca, l’Etna venne “battezzata” e lungo le pendici furono eretti altari e costruiti monasteri e conventi.
Sant’Ambrogio e molti altri Padri della Chiesa cominciarono a predicare che ”i morti nell’ira di Dio, vengono condannati nel fuoco dell’Etna”.
L’Etna, dimora di Lucifero ma anche ispiratrice di numerose leggende legate ai demoni infernali che vi abitavano, tra queste quella del “diavolo meridiano”. Un demone, citato anche nella Bibbia e ripreso poi dai monaci medievali, che vagava non di notte, ma a mezzogiorno per tentare i religiosi e indurli al peccato di accidia.
Una leggenda rievocata dalla scrittrice Marinella Fiume del suo libro “Sicilia Esoterica” che, in passato, è stata riportata sia da Benedetto Radice, che da Santo Calì nel suo libro “Leggendario dell’Etna”.

Entrambi nel rievocare questa antica leggenda popolare etnea, narrano che il diavolo meridiano era particolarmente temuto dalle “ragazze del popolo” che abitavano alle pendici dell’Etna. Esso assumeva sembianze note e rassicuranti come quello di un parroco o di un sagrestano, e si manifestava nei mesi di luglio e agosto, nei pomeriggi afosi quando erano più vulnerabili e più propense a cedere alle sue lusinghe.
Leggende che traggono spunto da quel particolare momento tutto siciliano, quando il caldo assume consistenza e l’afa stritola il respiro. Le strade si spopolano, l’indolenza prende il sopravvento e la vita sembra rallentare il proprio ritmo.
Momenti che oggi purtroppo sono sempre più rari, soffocati dalla frenesia quotidiana.
Ma l’Etna con le sue storie continua a raccontare la nostra cultura e la nostra memoria.
( Le foto sono di Piero Romano )