Favignana, l’Itaca che nessun film potrà mai raccontare

Ma la nostra Itaca l’abbiamo davvero vissuta. Nessun film potrà mai restituire fino in fondo ciò che quest’isola è stata, perché la sua anima vive anche nella memoria di chi ha conosciuto gli anni in cui si compiva il rito secolare della Mattanza.
Davanti agli occhi riaffiorano i volti segnati dal sole, dalla salsedine e dalla fatica: Gioacchino, Clemente, Salvatore, Benito e tutti gli altri. E, insieme a quei volti, torna all’orecchio il suono di quell’antica nenia che accompagnava gli uomini verso il mare: «Aja Mola, Aja Mola».
E allora, sbloccando uno dei ricordi più cari della memoria, riaffiora il rito del mare. Le immagini scorrono lente come nella moviola di un film, ma non di un film raccontato o immaginato: di un film vissuto. È la memoria di un tempo che riemerge, lenta ma nitida, patrimonio di vita, sacrificio e identità. Un patrimonio che non appartiene solo alla storia di Favignana, ma al cuore di chi l’ha conosciuta, amata e custodita nel tempo e che nessun film potrà mai sostituire.
Nel mese di maggio, con il fenomeno migratorio dei tonni, dopo un lungo inverno segnato dal vento e dal freddo, vengono riportate alla luce attrezzature, reti, ancore e imbarcazioni. L’attesa è cessata e la comunità si tinge di nuovi colori per l’avvento della nuova stagione di pesca, fonte di sostentamento e di vita per l’intera comunità egusea.
All’orizzonte, nello specchio di mare compreso tra Favignana e Levanzo, si scorgono le boe alle quali vengono fissate le reti, che cadono a piombo sul fondale, creando una complessa struttura divisa in camere.
Non appena il primo branco proveniente dall’Atlantico, fiancheggiando le coste, giunge nelle acque prescelte, il Rais, capo assoluto, ordina per la mattina successiva la Mattanza. E il paese si riunisce in preghiera, affidando a San Pietro, protettore della tonnara, la sorte degli uomini e la speranza di un pescato generoso.
All’alba, anche i turisti, ospiti delle barche dei pescatori, raggiungono il punto prestabilito, dove, a poche ore di distanza, il rito si ripeterà. Da lontano, a bordo del Vasceddu, si scorgono le sagome dei Tonnaroti che, tra il riecheggiare della Cialoma “Nianzò, Nianzò” e lo sciabordio delle acque, issano a bordo le reti. È un canto che non scandisce soltanto il lavoro, ma custodisce la memoria di generazioni di uomini che a quel mare hanno affidato la propria vita.

Mattanza nel 1994
E il Rais, dalla Muciara, regista inconsapevole dell’antico rito del mare, dirige i pescatori e dà avvio alla grande pesca. Tra il ribollire del mare e il suono della Cialoma “Lina, Lina … Lina, Lina”, i tonni vengono issati a bordo, mentre il mare si tinge progressivamente di rosso. Tutto avviene in pochi istanti: uno spettacolo cruento, ma al tempo stesso pieno di significato, una lotta tra l’uomo e la natura nel rispetto di un rituale quasi “sacro”.

Mattanza nel 1994
La storia di ieri affonda le sue radici nelle affascinanti vicende della famiglia Florio che, nel 1874, acquistò per 2.700.000 lire dell’epoca le isole Egadi e le tonnare di Favignana e Formica dalla famiglia Pallavicino.
Dietro quei volti, dietro quei canti e dietro quel rito antico, si intreccia anche la storia dei Florio che segnarono l’inizio dell’età d’oro delle tonnare nelle Egadi e la nascita dello Stabilimento Florio, destinato a diventare uno dei più importanti complessi industriali del Mediterraneo per la lavorazione del tonno. Fu grazie alla visione di Ignazio Florio senior che venne sviluppato e industrializzato l’innovativo metodo di conservazione del tonno sott’olio, destinato a portare il nome di Favignana oltre i confini del Mediterraneo.
Dal 2007 la Mattanza non viene più praticata ma, grazie al recupero e alla valorizzazione dell’Ex Stabilimento Florio, delle attrezzature di tonnara e delle reti, è possibile rivivere quelle atmosfere, intrecciate anche alla storia della famiglia Florio. La suggestione è tale che, per un attimo, l’immaginazione supera il racconto e lascia intravedere la lancia bianca di Donna Franca Florio che lascia il porto per raggiungere i Tonnaroti per assistere al rito della Mattanza.

L’ex Stabilimento Florio
Sono racconti che vivono a metà tra memoria e storia: in parte custoditi da chi c’era, in parte affidati ai documenti e alla narrazione storica. Non una pellicola, non un cortometraggio, ma la storia di un popolo che per secoli ha affidato la propria vita e il proprio sostentamento alla pesca del tonno.
A quei Tonnaroti, ai loro sacrifici, alla loro forza e alla loro dignità, va il rispetto e la riconoscenza di chi ha avuto il raro privilegio di assistere, anche inconsapevolmente, a una delle ultime grandi pagine della civiltà del mare.
L’isola del Favonio, così chiamata dal nome del vento che per gran parte dell’anno ne accarezza le coste, spesso rifugio dalla frenesia del mondo, rimarrà per sempre nel cuore di quanti l’hanno vissuta. Un set naturale sospeso tra cielo e mare, dove storia, sacrificio e bellezza si fondono in un racconto senza tempo, degno di occupare un posto tra le pagine più significative della memoria collettiva.