Elogio di Trecastagni

I trecastagnesi la chiamano “Trinità dei Monti”, come il più famoso monumento romano, perché lo riportano alla memoria due rampe di scale che, abbracciando lo Slargo Abate Ferrara, sulla via Vittorio Emanuele, si inerpicano da bande opposte, ma con convinta decisone, su, verso la Chiesa Madre di lava e di gesso, accanto al cui sagrato finalmente si uniscono.

In quel punto, una balconata suggestiva, mentre per guardare tutta la fantastica facciata, bisogna guardare all’insù, dove si scorgeranno le guglie gotiche che in estate, quando la luna ha bisogno di chiacchierare, si fa sorprendere dalla loro leggera architettura e dal loro slancio mistico, nel tentativo certamente di discorrere anche con le stelle. La chiesa è intitolata a San Nicola di Bari, il patrono di Trecastagni, la quale, insieme con le scalinate che si abbracciano per raggiungerla, affascina già all’esterno coi suoi mascheroni e gli archi, i cornicioni sporgenti e il campanario.
Ma lo sbigottimento per quella snella e singolare costruzione, realizzata forse sopra un vecchio cono vulcanico, cede subito il posto a un’altra meraviglia, dovuta questa volta alla natura, perché da quella altezza, e dalla balconata, il mare, fino al faro di Augusta attraverso la falce della Plaia di Catania e lungo Agnone Bagni, è possibile vedere in un solo colpo d’occhio, che poi, spingendolo a vagare ancora sul pianoro di cangianti colori dell’acqua marina lontana, si riposa sui monti della Calabria da dove, girandolo ancora, suggerisce le cime boscose del monte Tauro, a Taormina, per uncinare, alla fine, quasi stregato da tanta meraviglia, la bocca fumosa del vulcano. A strapiombo, invece, da questo belvedere accanto alla Chiesa, s’acquattano le creste delle case dai tetti aguzzi, appoggiate l’una all’altra e le guglie d’altre chiese di Trecastagni, che sembrano annunciare, un po’ più sotto, gli altri mille tetti di altrettanti mille paesini che, come fungaie crescono a precipizio verso il mare.
Città prodigio si potrebbe dire a quel punto e i locali amano definire il loro paese “Belvedere dell’Etna”, benché le belle visoni siano pure raccolte tra le sue viuzze medievali e i suoi palazzi che con onorevole maestà segnano i tracciati e i percorsi e pure la storia nobiliare di questo centro singolare, quasi di borgo, per metà trecentesco. Che fosse ricco, un tempo, lo declamano le oltre 20 chiese sparpagliate un po’ dovunque fra i suoi quartieri e che fosse, ma lo è ancora, luogo di misticismo e di preghiera lo annuncia l’armoniosa facciata del santuario dei Tre Santi, al cui interno una collezione di ex voto, risalenti perfino a metà dell’ottocento, racconta quanta devozione la gente dell’Etna abbia, e ancora mantiene, per i Santi Fratelli martiri: Alfio, Cirino e Filadelfo.

E a maggio, fra i profumi del sambuco e delle rose, e pure del primo gelsomino e del balico viola, la festa in onore dei Santi Martiri esplode sulla piazza accanto al Santuario e lungo la tortuosa strada baroccheggiante in continuazione della “Salita dei saponari”, percorsa da centinaia di pellegrini nei giorni della solennità: pregando alcuni, altri distratti dalle bancarelle, mentre i “nudi” vi corrono fra gli acciottolati coi ceri accessi, nella notte della vigilia, invocano il miracolo e il riannodarsi del patto col divino, quello che il mormorio della coscienza ha suggerito, magari in un momento buio. Ma ai Tre fratelli tutto è dovuto e quel cero pesantissimo sulla spalla racconta mille storie di fede e di promesse, d’amore e devozione, di voto e giuramento.

Se esulta Trecastagni nella festa, esulta pure nella sua Piazza grande, intitolata a Marconi (chissà perché se qui vi dimorava Ercole Patti e i principi Di Giovanni la resero pregevole), che per le sue piante, gli arbusti, gli alberi e i roseti, le schiere di tulipani con le chiazze di fiori variopinti tra l’erbetta recintata dietro i sedili, appare luogo dell’incontro atteso, della passeggiata affabulante, della conversazione preziosa, mentre i ritrovi, nei lati estremi di questa sorta di singolare giardino, invitano al riposo di fronte a una granita profumata dai limoni e dal pistacchio, dai ribes e dalle fragole che ancora contadini volenterosi coltivano sui loro appezzamenti, sul petto tormentato del vulcano. E tra valli e cocuzzoli, hanno saputo stendere terrazzamenti di pietra a secco che come giganteschi gradoni scalano le cime, simili a spettacolari ricami. Bella la piazza, fra le più belle di questa Sicilia incantata dall’estate e dalla magia ubertosa portata dai colori che il tempo nei secoli ha diffuso. E belli i concerti d’archi sotto “Trinità dei Monti” e le serate calme, con le stelle a contemplare questo scorcio di natura e di passione artistica che con le case antiche e i cortili, i giardini e le viuzze, sui cui balconi protendono al passante altri fiori e altri profumi. E poi si espandono verso i castagneti ed i vigneti e pure sopra gli abitanti, come l’aria salubre di Trecastagni che parla di vicende sacre, sussurrando pure di serenità e di freschezza.