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Il paradosso culturale: mai così tanti libri, mai così pochi lettori

Ogni anno, in Italia, escono decine di migliaia di nuovi  pubblicazioni di opere. Case editrici storiche, piccole sigle indipendenti, collane di self-publishing e piattaforme digitali alimentano un flusso editoriale che non ha eguali nella nostra storia recente. Eppure, mentre gli scaffali,sia  fisici che virtuali , si riempiono, i lettori forti continuano a calare, languono e la percentuale di italiani che dichiara di aver letto almeno un libro nell’anno resta stabilmente bassa rispetto alla media europea. È un paradosso che merita di essere guardato in faccia, valutato senza veli e ipocrisie e non può essere liquidato con la solita nostalgia per “i tempi in cui si leggeva di più”.

 

Fino a qualche decennio fa, scrivere un libro e vederlo pubblicato era un percorso stretto difficoloso: filtri editoriali severi, costi di stampa elevati, distribuzione limitata. Oggi quei filtri si sono aabbassati drasticamente quasi ovunque. Piattaforme di autopubblicazione, stampa on demand, social network che fungono da vetrina letteraria: chiunque abbia un testo può, con relativa facilità, trasformarlo in un oggetto-libro disponibile all’acquisto oppure essere distribuito in varie forme e modi. La conseguenza è un’esplosione dell’offerta che non ha un corrispettivo nella domanda. Si scrive, insomma, più di quanto si legga: una condizione quasi inedita nella storia dell’editoria, dove per secoli la scarsità è stata dalla parte della produzione, non della fruizione.

Le ragioni di uno squilibrio e di tale inversione storica risiede in diverse dinamiche concorrono a questo scarto. La prima è culturale: scrivere un libro è diventato, per molti, un atto di affermazione identitaria, personale  prima ancora che un progetto letterario. Significa una forma di visibilità sociale in un’epoca in cui tutto tende all’autorappresentazione. La seconda è tecnologica: la lettura profonda, quella che richiede tempo disteso e concentrazione, compete ormai con formati brevi, immediati, frammentati, che riducono progressivamente la soglia di attenzione disponibile per un romanzo o un saggio. La terza è strutturale: vi è la crisi delle librerie indipendenti, la difficoltà di orientarsi in un catalogo sterminato, l’assenza di un’adeguata mediazione critica fanno sì che moltissimi titoli restino semplicemente invisibili, sommersi in un mercato che non riesce più a selezionare.

Gli effetti culturali di questo squilibrio non è solo un problema di mercato editoriale: è un sintomo culturale più ampio. Un’società che produce molta scrittura ma consuma poca lettura rischia di trasformare il libro in un oggetto di pura e mera rappresentanza, qualcosa che si possiede, si esibisce, si cita, più che si attraversa realmente. Al tempo stesso, la sovrabbondanza di titoli può disorientare anche il lettore volenteroso, che si trova davanti a un’offerta tanto vasta quanto priva di gerarchie affidabili. Il rischio, in altre parole, non è solo “leggere meno”, ma leggere in modo più superficiale e frammentario, saltando da un titolo all’altro senza mai costruire quella continuità di pensiero che la lettura, storicamente, ha sempre garantito. Chi fa cultura assolve ad un ruolo importante di fronte a questo sscenario. Il compito di chi si occupa di editoria, giornalismo culturale e organizzazione di eventi letterari diventa più delicato e insieme più necessario. Non si tratta di rimpiangere un passato editoriale più selettivo, quanto di ricostruire strumenti di orientamento: recensioni argomentate, presentazioni pubbliche, percorsi di lettura guidata, spazi di confronto reale tra autori e pubblico. La sovrabbondanza di libri non è di per sé un male, anzi, per carità, testimonia una vitalità creativa diffusa,però richiede, per non disperdersi, una mediazione culturale altrettanto diffusa. Il problema, in fondo, non è che si scriva troppo, ma che manchino le infrastrutture di tipo  critico, editoriale e di comunità, capaci di trasformare quella scrittura in lettura condivisa.

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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