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Portopalo, il mare e l’arte di Dino Oliva

Le case basse digradano verso il mare, bianche e azzurre come il cielo, brune come la terra, illuminate da una luce intensa, quasi africana. Una sottile striscia di sabbia si protende verso l’Isola di Capo Passero, mutando con le maree.

Ho scoperto Portopalo di Capo Passero durante un viaggio intorno alla Sicilia, arrivando da Marzamemi e seguendo la strada costiera lungo il mare Ionio. Il paesaggio cambiava lentamente, ma non troppo: la pianura arsa dal sole, il vento sempre più forte e il mare via via più aperto.

Poi, quasi all’improvviso, preceduto dal profilo liberty del Castello Tafuri e dall’imponente Faro di Cozzo Spadaro, è apparso questo piccolo borgo, sospeso tra acqua, sale e cielo.

Mi ha conquistato all’istante, con la forza discreta dei luoghi che sanno farsi ricordare senza bisogno di mostrarsi troppo.

È il comune più a sud della terraferma italiana ed europea: qui il Mar Ionio e il Mediterraneo si cercano e si confondono, lasciando sul paesaggio il respiro salmastro dei luoghi di frontiera, come accade all’Isola delle Correnti, sempre nel territorio portopalese, là dove l’Italia finisce e i due mari si uniscono.

Portopalo si trova più a sud di Tunisi: una posizione estrema che si percepisce nel sole intenso, nell’acqua limpida, nei colori aridi della terra e nell’odore di salsedine che raggiunge le strade del paese.

In questo tratto di costa si alternano sabbie finissime, scogliere di grande interesse geologico e testimonianze archeologiche: a Scalo Mandrie, lungo la spiaggia, sono ancora visibili vasche greco-romane per la lavorazione del pesce, alcune risalenti al IV secolo a.C.

Portopalo non è una meta chiassosa né pensata per stupire a ogni costo: affascina invece con la sua autenticità, il ritmo lento delle giornate, la sua bellezza essenziale, e quel senso di fine del mondo che, anziché inquietare, trasmette una sorprendente libertà.

Col tempo è diventata la mia destinazione estiva preferita. Ci torno ogni anno, a luglio, e ogni volta ritrovo la stessa emozione del primo giorno.

Questa frequentazione mi ha permesso di conoscere sempre meglio la gente del posto: persone ospitali, sincere e generose, profondamente legate alla tradizione marinara e a un mare che non è soltanto paesaggio, ma lavoro, memoria e identità.

Sono uomini e donne abituati alla fatica quotidiana, al rispetto della natura e all’aiuto reciproco, capaci di affrontare le difficoltà con dignità e concretezza.

Eppure, accanto a questa forza semplice e produttiva, conservano anche una sorprendente capacità di sognare e di far sognare, raccontando storie, ricordi e speranze con la naturalezza di chi vive in un luogo incontaminato, dove ogni incontro lascia qualcosa.

Un giorno d’estate, sulla spiaggia di Scalo Mandrie, tra l’Isola di Capo Passero e l’antica tonnara, lo vidi disteso sulla sabbia, assorto in un’attività silenziosa, quasi rituale.

Intorno c’erano il rumore leggero delle onde, la luce forte del pomeriggio e quella calma particolare che appartiene ai luoghi di mare quando sembrano sospesi fuori dal tempo. Lui maneggiava alcuni sassi levigati dall’acqua, li osservava con attenzione, li girava tra le mani, come se cercasse dentro la loro forma naturale qualcosa che agli altri sfuggiva.

Mi avvicinai con discrezione e solo allora compresi che quelle pietre non erano semplici frammenti raccolti sulla riva: nelle sue mani erano diventate volti, soprattutto visi di donne, figure delicate, enigmatiche, nate dall’incontro tra la materia grezza, l’occhio dell’artista e la fantasia.

Quelle stesse pietre, in seguito, le avrei riviste in alcune strutture turistiche della zona, riconoscendo in esse la stessa poesia di quel primo incontro.

È Dino Oliva, artista multimediale e documentarista portopalese, amato e stimato dalla sua comunità, capace di ascoltare ciò che il mare restituisce e di trasformarlo in forme delicate, dense di memoria, bellezza e identità.

Web content creator e autore poliedrico, Oliva opera tra arte, musica, audiovisivo e documentario. Realizza opere manuali e digitali, compone musiche e testi in italiano e in dialetto, in prosa e in poesia, e firma cartoni animati, videoclip e filmati per eventi e rappresentazioni. Sue illustrazioni sono apparse nel volume “Era una notte buia e tempestosa”, edito da Feltrinelli per Radio DJ nel 1998, e un suo cartoon è stato trasmesso da Mediaset Italia 2.

Negli anni ha realizzato numerosi documentari sulla storia, le tradizioni e la promozione di Portopalo e della Sicilia sud-orientale, tra cui “Il palio del mare”, “Portopalo si racconta”, “Quannu sbarcarru i ‘ngrisi”, “Scuola con vista mare”, “Progetto Oversea”, “La vendemmia, fra storia e tradizione”, “Siemu piscaturi, siemu uomini di mari”, “A Tunnara”, “8 Dicembre 1988: l’Immacolata della paura e del Miracolo” e “Mi ciamu Franca Viola”.

Le sue produzioni intrecciano immagini, testimonianze, filmati d’epoca, ricerche storiche e colonne sonore originali. Ha ricevuto vari riconoscimenti: nel 2009 al Cortopalo Film Fest per “C’era ‘na vota a Portopalo”; nel 2020 il premio “Più a Sud di Tunisi” per la ricerca e divulgazione della memoria storica locale; nel 2021 un riconoscimento speciale a “Cibocorto” per un video sulla vita dei pescatori, molto seguito online e trasmesso anche da Telecolor e Antenna Sicilia.

Per il Comune di Portopalo ha curato un documentario sul 50° anniversario dell’autonomia politica del paese, raggiunta l’8 marzo 1975, ripercorrendo le tappe che portarono alla separazione da Pachino.

Lo abbiamo incontrato proprio sulla spiaggia davanti all’Isola di Capo Passero, nel luogo in cui il mare sembra consegnargli, giorno dopo giorno, materia, ispirazione e memoria.

Da quell’incontro è nato un dialogo semplice e intenso, fatto di domande sul mare, sull’arte e sul legame profondo con Portopalo.

Dino, da dove nasce il tuo rapporto con il mare e con queste pietre?

Sono nato a Portopalo, un paese affacciato sul mare, io stesso vivo a cento metri dalla spiaggia sulla quale ogni estate trascorro i miei pomeriggi. Il rapporto con il mare è viscerale: non so se saprei vivere bene in un posto lontano dal mare.

Grazie alle pietre, poi, c’è l’unione perfetta fra due delle mie grandi passioni: il mare e l’arte. Disegnare sulle pietre mi rilassa, mi piace pensare che quell’elemento naturale che sembra immutabile (la pietra, appunto) prenda vita grazie al ritratto che io vi disegno sopra.

Ogni sasso di mare è carico di storia: chissà da dove viene, chi l’ha tenuto in mano prima di me, chissà a chi poi apparterrà quando, dopo averlo disegnato, lo regalerò a qualcuno.

Quando raccogli un sasso, sai già cosa diventerà?

No, o meglio, non sempre. Vedo un sasso e penso di farmi guidare dalla sua forma; a volte, però, durante l’esecuzione, sono le sue caratteristiche – porosità, colore, superficie più o meno liscia, lievi imperfezioni – a suggerirmi una direzione diversa. In ogni caso, il risultato finale sarà sempre un ritratto, immaginario o di qualcuno che, in quel momento, si trovi nelle vicinanze.

Nei tuoi lavori compaiono sempre volti di donna. Che cosa rappresentano?

Disegnare un volto è difficile, un volto di donna lo è ancora di più, perché devi stare attento a mantenere la delicatezza dei lineamenti lavorando su una superficie ostica come la pietra, dove devi disegnare di getto, dove le operazioni di cancellatura vanno ridotte al minimo indispensabile. Uso solo una matita, un gessetto ed elementi naturali raccolti sulla spiaggia per le sfumature e, naturalmente, le dita, con cui sfumo e impasto gessetto e grafite.

Quanto conta Portopalo nella tua arte e nelle tue immagini multimediali?

Io penso che quando un artista esprime il suo estro in ogni forma possibile (pittura, scultura, musica, poesia…) all’interno delle sue creazioni vada tutto ciò che l’artista ha metabolizzato nella sua vita, gioie, dolori, emozioni…

In questo senso, essendo Portopalo una parte importante della mia vita, ecco che anche in ogni pietra disegnata c’è sempre un pizzico di Portopalo (d’altronde, le pietre le raccolgo sulla spiaggia del paese: volente o nolente sono già le pietre stesse a contenere la storia di Portopalo).

Ho dedicato al mio paese molte creazioni, manuali e multimediali (disegni, video, musiche, canzoni). È il mio modo di ricambiare tutto quello che Portopalo mi fa provare, con i suoi paesaggi, il suo clima, la sua gente.

Oltre che artista multimediale, sei anche documentarista. Che cosa cerchi di raccontare attraverso le immagini?

La storia del territorio è importante ma sottovalutata. Io la metterei come materia scolastica: i ragazzi devono sapere la storia del proprio paese, dei luoghi dove vivono, come si è arrivati a ciò che siamo adesso.

È da più di trent’anni che racconto il mio paese attraverso interviste, foto antiche e video. Sono del parere che la storia di un luogo vada raccontata attraverso le testimonianze di chi, quella storia, l’ha vissuta da protagonista, sulla propria pelle.

Per esempio, nel documentario sullo sbarco alleato del 1943 ho raccolto le voci di chi era presente e ha vissuto quei momenti. Ho raccontato un grande evento, un’operazione militare decisiva entrata nei libri di storia, attraverso le piccole vicende delle persone comuni e gli spaccati della loro vita quotidiana.

Dino Oliva

Sei tra i componenti del comitato esecutivo del premio nazionale “Più a Sud di Tunisi”, che si tiene ogni anno a Portopalo. Qual è il significato di questa iniziativa?

Quello di elevare Portopalo come faro culturale, mettendo in evidenza non solo le eccellenze locali, ma premiando la cultura, a livello nazionale, in ogni suo ambito: giornalismo, letteratura, musica, teatro e altro ancora.

Il premio fu istituito nel 2006 su iniziativa dell’allora parroco di Portopalo, Don Calogero Palacino, scomparso recentemente.

Da qualche anno il premio si articola in due serate: nella prima viene privilegiato il tema dei ribelli, sognatori e fuggitivi tanto caro allo scrittore Osvaldo Soriano, e in merito a questo tema vengono premiati libri, articoli e altri lavori, molto spesso riguardanti il mondo del calcio. Nella seconda serata, poi, avvengono le premiazioni con la cerimonia finale della manifestazione.

Mentre parlava, il mare continuava a muoversi alle sue spalle, come se accompagnasse ogni parola. E guardando quelle pietre, trasformate in volti e presenze, era facile capire che nella sua arte non c’è solo abilità manuale, ma un modo profondo di restare fedele alla propria terra.

 

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Luigi Lo Presti nasce a Francavilla di Sicilia il 10 settembre 1959; diplomato presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Randazzo. La sua prima esperienza con il giornalismo risale agli anni Ottanta, quando all’età di 25 anni inizia a collaborare con il quotidiano “La Gazzetta del Sud” come corrispondente da Francavilla di Sicilia, dal 1984 al 1988, e con il settimanale “La Gazzetta Jonica”. Nel 1989 viene assunto nella Pubblica amministrazione e si trasferisce a Cuneo, in Piemonte, dove rimarrà per 20 anni. La lunga permanenza nella città subalpina non gli farà tuttavia dimenticare le proprie origini, e così nel 2008 rientra in Sicilia. Studia Scienze dell’Informazione, tecniche giornalistiche e social media presso l’Università di Messina. Attualmente, collabora anche con il Gazzettinoline di Giarre.
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