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Sull’incoerenza delle rivendicazioni culturali della politica italiana

Capita sempre più spesso di ascoltare un esponente politico rivendicare, nello stesso comizio, l’eredità di tradizioni ideologiche fra loro inconciliabili: il rigore statalista accanto alla retorica libertaria, il radicamento identitario accanto all’internazionalismo di facciata, la memoria della sinistra storica accanto a pratiche di governo mutuate dal più spregiudicato pragmatismo di mercato. Non si tratta di un fenomeno marginale o di semplice disattenzione lessicale: è un tratto strutturale della comunicazione politica contemporanea, che merita di essere osservato con gli strumenti della storia delle idee prima ancora che con quelli della cronaca.

Le tradizioni ideologiche novecentesche che erano liberalismo, socialismo, cattolicesimo democratico e nazionalismo conservatore nascevano da corpi dottrinari coerenti, sostenuti da intellettuali organici, riviste, scuole di pensiero, e da un’appartenenza che comportava vincoli reali: si apparteneva a una tradizione anche quando essa costava consenso immediato. Oggi quella stessa eredità viene spesso trattata come un giacimento di simboli disponibili all’uso, da cui attingere selettivamente in base alla convenienza retorica del momento. Si invoca Gramsci per legittimare l’egemonia culturale e, nella pagina successiva del medesimo discorso, si invoca Burke per giustificare la difesa della tradizione: operazione che avrebbe fatto inorridire entrambi gli autori, ciascuno dei quali intendeva la propria elaborazione come alternativa irriducibile all’altra, non come componente di un mosaico personalizzabile.

Gaetano Mosca, nella sua teoria della classe politica, aveva già individuato il meccanismo: le élite di governo non hanno bisogno di una dottrina coerente, ma di una “formula politica” capace di giustificare il potere agli occhi dei governati. La formula può cambiare pelle senza che cambi la sostanza dell’esercizio del potere. Letta con gli occhi di Mosca, l’incoerenza ideologica dei politici odierni non è un difetto accidentale del sistema: è precisamente la funzione che la retorica identitaria è chiamata a svolgere.

Persino Augusto Del Noce ha descritto con precisione il processo attraverso cui la secolarizzazione svuota le grandi narrazioni politiche del loro nucleo metafisico, lasciandone sopravvivere solo l’involucro emotivo e simbolico. È un’intuizione che aiuta a comprendere perché oggi sia possibile rivendicare contemporaneamente radici cristiane e prassi di governo indifferenti alla dottrina sociale della Chiesa, oppure appellarsi alla Resistenza mentre si adottano politiche che ne contraddicono l’impianto valoriale. Quando il pensiero forte si eclissa, restano le bandiere: e le bandiere, a differenza delle dottrine, si possono issare e ammainare secondo l’opportunità del momento.

Vale la pena ricordare, a questo proposito, la controversia tra Palmiro Togliatti ed Elio Vittorini sulle pagine del Politecnico, negli anni immediatamente successivi alla guerra. Vittorini rivendicava per la cultura un’autonomia dalla disciplina di partito che Togliatti giudicava incompatibile con l’unità della lotta politica. Fu uno scontro aspro, ma fu anche , ed è questo il punto che qui interessa , uno scontro nitido e coerente: entrambi gli interlocutori sapevano esattamente cosa stavano difendendo, e ne pagavano il prezzo in termini di conflitto interno alla propria area politica. Quella capacità di tenere il conflitto aperto, di non sciogliere la contraddizione in una sintesi di comodo, è ciò che oggi sembra essere venuto meno: le rivendicazioni culturali contemporanee tendono a evitare il conflitto proprio dissolvendo la coerenza che lo renderebbe necessario.

Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire l’intera responsabilità di questo fenomeno alla sola classe politica. Durkheim insegnava che la coscienza collettiva si forma anche attraverso ciò che una comunità è disposta ad accettare come proprio linguaggio pubblico legittimo: se l’elettorato smette di esigere coerenza, la classe dirigente smette, semplicemente, di offrirla. L’incoerenza ideologica non è dunque solo un vizio dell’offerta politica, ma il sintomo di una domanda culturale che ha rinunciato a distinguere fra appartenenza e opportunismo.

Restituire spessore alle tradizioni ideologiche non significa irrigidirle in ortodossie immobili in quanto ogni tradizione viva si trasforma e, quindi, significa esigere che la trasformazione avvenga dentro un percorso riconoscibile, argomentato, capace di rendere conto di sé. La memoria storica e civica di cui questa testata si occupa da anni nasce proprio da questa convinzione: le idee, quando vengono trattate come costumi di scena, perdono la capacità di orientare il giudizio pubblico. E una comunità che rinuncia a quella capacità di giudizio è una comunità più esposta, non meno, alla manipolazione di chi il potere lo esercita davvero.

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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