Franco Baresi, il capitano che restava

Se n’è andato oggi, a 66 anni, dopo una malattia che lo aveva messo a dura prova negli ultimi tempi. Con Franco Baresi scompare non soltanto un campione, ma una delle poche figure capaci di dare un senso pieno, quasi antico, alla parola “capitano”.
Nato a Travagliato l’8 maggio 1960, Baresi arrivò nel settore giovanile del Milan a soli quattordici anni e non se ne andò più, se non al termine di una carriera lunga vent’anni, dal 1977 al 1997, tutta vissuta in rossonero. Settecentodiciannove presenze, trentatré reti, quindici stagioni con la fascia al braccio: numeri che raccontano solo in parte cosa sia stato per il Milan e per il calcio italiano. Il suo numero 6 fu il primo, in Italia, a essere ritirato da una società: un gesto che pochi altri campioni hanno meritato.
Difensore di rara intelligenza tattica, Baresi ha attraversato le sfide con i più grandi interpreti del suo tempo — Maradona, Platini, Baggio, Romario — con una compostezza che gli avversari stessi hanno sempre riconosciuto come rispetto reciproco. Fu protagonista della rivoluzione del calcio moderno targata Arrigo Sacchi, e con la maglia azzurra fece parte della spedizione campione del mondo nel 1982, pur senza scendere in campo.
C’è poi la storia, tutta sua e tutta italiana, di due fratelli — lui e Beppe, storica bandiera dell’Inter — che crebbero insieme in un oratorio di provincia e si ritrovarono, per vent’anni, su fronti opposti nel derby più sentito d’Italia. Non fu mai soltanto una partita: fu una responsabilità condivisa, un equilibrio da proteggere, una rivalità vissuta senza mai perdere il rispetto per l’altro.
Baresi è rimasto legato al Milan anche dopo il ritiro, ricoprendo un ruolo nella Fondazione del club e, più di recente, la vicepresidenza. Lo scorso anno aveva ancora avuto l’onore di portare la fiaccola olimpica alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, un’immagine che chiude simbolicamente un cerchio tra lo sport di ieri e quello di oggi.

Restano, di lui, un braccio alzato a dirigere la difesa, una maglia numero 6 appesa per sempre a San Siro, e l’idea — sempre più rara nel calcio contemporaneo — che si possa restare vent’anni fedeli a una maglia sola, e che questo basti a diventare un simbolo. Se n’è andato un uomo che il calcio lo ha onorato più con la coerenza che con i gol: e forse è proprio per questo che il suo ricordo, come ripetono in tanti oggi, resterà per sempre.