Il film”Umberto D.”, la marginalità esistenziale tra passato e presente

Una pellicola cinematografica rappresentante lo strazio della precarietà economica e abitativa del secondo dopoguerra. Un cult del cinema italiano che porta a delle riflessioni sul vivere segnato dalla precarietà esistenziale e dall’assenza di adeguate tutele sociali. Umberto D. (1952), regia di Vittorio De Sica, è un film, pietra miliare del Neorealismo, una pellicola del passato attraverso cui leggere il presente.
Trama di Umberto D.
Il film inizia con un corteo non autorizzato organizzato da un gruppo di pensionati i quali chiedono un aumento del loro sussidio, insufficiente per sopperire alle esigenze quotidiane. Tra questi uomini figura Umberto Domenico Ferrari, il quale percepisce la pensione dopo aver lavorato come funzionario per trent’anni al Ministero dei lavori pubblici. L’importo pensionistico che riceve ogni mese non gli consente di coprire le sue necessità, tanto da pranzare alla mensa dei poveri e da cercare di vendere i suoi averi pur di racimolare qualche soldo. Il dilemma economico più consistente e insostenibile che pesa su di lui corrisponde all’affitto. La pensione ridotta percepita rende Umberto D. totalmente in balìa dei ricatti della padrona di casa, una donna dell’alta borghesia la quale non tiene conto delle difficoltà economiche strutturali che attanagliano molte persone nel secondo dopoguerra. L’uomo, nel corso del corteo, auspica un aumento del 20% della sua pensione, somma che gli permetterebbe di sanare i debiti con la padrona di casa. Ella non considera minimamente i limiti del pensionato nel pagamento regolare dell’affitto, anzi assume un atteggiamento sempre più tracotante.
Umberto D. trova supporto comunicativo e morale con la domestica Maria; soprattutto il suo unico amico è il suo cane, Flaik, il quale gli è sempre vicino, fedele e allieva la sua solitudine indotta. L’uomo è affetto da tonsillite, va in ospedale per curarsi ma al ritorno trova la sua stanza invasa dai lavori di ristrutturazione ordinati dalla padrona, che vuol trasformare quell’ambiente domestico in un salotto di ricevimenti. Intanto Flaik scappa e Umberto riesce a recuperarlo al canile prima di venire soppresso. L’uomo, prima di giungere a casa, camminando lungo la città incontra prima un vecchio amico con la fretta di prendere il tram poi un altro conoscente commendatore intento a salire sull’autobus. In entrambi i casi Umberto spiega la sua situazione, cercando di essere fiducioso nel riuscire a fare valere i suoi diritti di inquilino. Ma si scontra con un muro di indifferenza, con persone a cui non importa granché della sua condizione esistenziale.
Umberto, dopo aver tentato di chiedere l’elemosina esponendo il suo cane ma ritrattandolo subito, torna a casa. Si reca presso quell’appartamento per l’ultima volta, la stanza in affitto era oramai espropriata dai lavori di ristrutturazione. Poi prende la valigia, saluta Maria, indicandole la roba rimanente lasciata da lui e dicendole di prenderla con sé. Umberto D. vaga in città senza meta con Flaik; al parco è in preda all’esasperazione, non sa che direzione far prendere a quel poco di vita che gli resta. Decide così di porre fine alla sua esistenza, tentando di avvicinarsi ai binari mentre sta per arrivare il treno. Flaik, terrorizzato, comprende il pericolo e scappa dalle braccia di Umberto il quale, dopo aver riacquisito la fiducia del cane, continua a giocare e girovagare assieme a lui nel parco.
Uno sguardo tra la realtà passata e quella attuale
Una pellicola cinematografica di oltre 70 anni che tocca sempre più le corde dei giorni nostri di centinaia di migliaia, se non di milioni, di persone in Italia.
Umberto D. rientra nel filone dei film del Neorealismo, genere cinematografico, letterario, artistico il quale ha descritto, anche in misura cruda, la condizione esistenziale di milioni di italiani e italiane nel secondo dopoguerra. Dai personaggi traspare l’immane difficoltà nello sbarcare il lunario, con la costante nel fronteggiare i problemi economici e di esclusione sociale. Ciononostante dai personaggi neorealisti affiora la volontà immensa di riscatto e di uscita dalla condizione di marginalità. La fine della guerra portava le persone verso la speranza di una realtà migliore, in cui nessuno doveva più patire sofferenze economiche e sociali.
Purtroppo i corsi e ricorsi storici negli ultimi decenni in Italia rendono il principio di uguaglianza delle opportunità sempre più una chimera da raggiungere; ecco perché il parallelismo tra la realtà descritta in Umberto D. e quella odierna è così inquietante. Dopo le lotte legate alle rivendicazioni sociali e economiche degli anni ’60 e ’70, dagli anni ’80 si è assistita ad una crescente e logorante depoliticizzazione della società italiana. L’avvento dell’edonismo, della televisione commerciale e della propaganda liberista secondo cui ognuno è “imprenditore di se stesso” ha portato alla distrazione di massa e quindi al progressivo rastrellamento dei diritti sociali con le politiche di austerità. Oggi l’Italia vive l’apice del neoliberismo, il quale non è solo un sistema economico incentrato sulla totale privatizzazione e distruzione delle protezioni sociali; esso ha colonizzato anche l’immaginario di milioni di italiani e italiane.
Ecco perché tra Umberto D. e i giorni nostri sussistono delle analogie da rabbrividire. Oggi in Italia molti pensionati e pensionate faticano ad arrivare a fine mese; anche chi percepisce sussidi di invalidità riscontra tali difficoltà. Molti di essi e molte di esse vivono in affitto e, pure da un momento all’altro, ricevono lo sfratto, così come molte persone che vivono vari tipi di difficoltà economiche e oltretutto si ritrovano nell’abisso dell’indifferenza, come nel caso di Umberto D. la precarietà abitativa, che incombe soprattutto nelle grandi città, è un altro dramma che si espande sempre più. La bolla della speculazione immobiliare, portata dal turismo di massa, rende un’impresa assurda chi vuol disporre di una stabilità abitativa ma vive in affitto. Chiaramente questo colpisce in misura ancora più violenta le fasce sociali più deboli.
In Umberto D., come nei giorni nostri, pertanto traspare il principio disumano di una società ingiusta, piena di disuguaglianze secondo cui solo chi si è accostato al “duro lavoro” può essere detentore di diritti. Ma la realtà è che non tutti e tutte partono dalle medesime opportunità: il sistema neoliberista lascia indietro chi non dispone di ciò, per poi colpevolizzarlo se non riesce. Umberto D. è un film da cui traspare la brutalità delle disuguaglianze economiche; una pellicola che scuote oggigiorno perché la retrocessione dei diritti sociali, rivendicati e ottenuti con la lotta politica, rende ancora drammatica l’allora esclusione sociale che pareva essere stata superata. I temi delle pensioni misere e della precarietà abitativa non vanno sottovalutati, occorre riprendere le redini di una solida lotta politica e di organizzazione dal basso che rende chi vive tali difficoltà dei soggetti volti al riscatto e non alla rassegnazione. Ciò che traspare in Umberto D. è l’immutata dignità, nonostante le immani avversità, che lo porta a non cedere a compromessi e a non sentirsi disposto a chiedere l’elemosina in strada. La sua integrità lo porta a non identificarsi nelle umiliazioni ricevute dalla padrona di casa e a riconoscere che lui stesso è aldilà di tutto. Una pellicola che funge da filo conduttore tra passato e presente ed esorta chi vive nella marginalità a rivendicare il cambiamento sociale.