La Dna senza Ardita: quando il merito si piega alla congiura normativa

Sebastiano Ardita non sarà il vice di Giovanni Melillo alla Direzione Nazionale Antimafia. Dopo un’ora e mezza di dibattito, il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la candidatura dell’attuale procuratore aggiunto di Catania, preferendogli con tre voti di scarto Franca Imbergamo, sostituta alla Dna, rientrata in corsa dopo un’iniziale esclusione. Un esito che chiude una delle vicende più torbide della recente storia dell’autogoverno della magistratura.
Sulla carta, la partita sembrava già scritta con la prevalenza di Ardita che appariva quasi inevitabile, grazie alla sua esperienza assai superiore nelle materie di competenza della Dna, oltre agli incarichi da direttore generale del Dap e da membro del Csm. Eppure il giorno del voto in plenum, con una mossa che ha il sapore del blitz procedurale, i consiglieri anti-Ardita hanno chiesto e ottenuto di azzerare la procedura, invocando una sentenza del Consiglio di Stato che avrebbe reso obbligata la nomina di Imbergamo.
Il nodo tecnico brandito per fermare Ardita è un cavillo procedurale che riguarda il presunto differenziale di sei anni di esperienza nelle materie Dda/Dna, previsto come criterio “selettivo” dall’art. 24 del Testo Unico sulla dirigenza giudiziaria. Ma i numeri raccontano un’altra storia: come emerso già nella prima tornata di plenum del 12 giugno, tra Ardita e il concorrente Fusco la differenza di esperienza era di circa quattro anni, sotto la soglia dei sei anni prevista dalla norma regolamentare che rappresenta un dato tale da rendere il richiamo alla “valenza selettiva” tecnicamente inconferente secondo gli stessi consiglieri di Magistratura Indipendente, che avevano già istruito la pratica a favore di Ardita.
Il cavillo, insomma, è stato costruito ad hoc nel momento in cui serviva. Prima si è tentato con Fusco, indicato da Melillo come profilo preferito per le competenze in cybercrime. Caduta quella carta, è arrivata la lettera di Imbergamo che rivendicava un’anzianità superiore ai sei anni, argomento che la stessa Commissione aveva già esaminato e ritenuto non significativo.
Qui bisogna sottolineare il ruolo giocato da Melillo che è stato un procuratore che “scende in campo”, il
dato forse più inquietante di questa vicenda è il coinvolgimento diretto del procuratore nazionale antimafia nella scelta del proprio vice. Ha giocato un ruolo centrale la “discesa in campo” di Melillo, esplicitamente contrario alla nomina di Ardita, tanto da chiedere lui stesso di essere audito dalla commissione per orientare la scelta verso un profilo diverso. Un consigliere togato indipendente del Csm, Andrea Mirenda, non ha usato mezzi termini nel denunciare in plenum la durissima battaglia politica sottesa alla pratica, invitando a interrogarsi sulle mire che l’hanno ispirata.
Lo stesso Felice Giuffrè, relatore della candidatura di Ardita, ha rivolto un affondo esplicito proprio contro Melillo, denunciando una “concezione proprietaria delle istituzioni” da parte del procuratore nazionale antimafia. Quando è il capo di un ufficio a orientare pubblicamente la scelta di chi dovrà affiancarlo ,e,dunque, a scartare, di fatto, il candidato con il curriculum più solido, la domanda che si impone non è più solo tecnica, ma di opportunità istituzionale.
Alla fine è prevalsa nel Csm una convergenza trasversale contro un candidato percepito come troppo indipendente, non allineato a nessuna cordata.
Un magistrato “scomodo” e non è la prima volta che la candidatura di Ardita viene raccontata in questi termini. Già alla fine di giugno, Nino Di Matteo aveva messo in guardia sul rischio che l’autogoverno elettivo tollerasse anche solo il sospetto di un tentativo di escludere Ardita perché le sue idee e la sua indipendenza dalle correnti non lo rendono gradito al sistema. Dopo il voto definitivo, Di Matteo si è detto profondamente preoccupato, ricordando che chi viene a conoscenza di indebite pressioni esterne sull’attività del Csm avrebbe il dovere istituzionale di denunciarle apertamente, indicandone autori e modalità. Questo è un appello che, va notato, e resta finora senza risposta pubblica da parte di chi quelle pressioni le avrebbe subite o esercitate.
Un’altra fonte, più vicina all’associazionismo antimafia, ha collegato esplicitamente la vicenda alla vicinanza di Ardita a figure “scomode” come lo stesso Di Matteo, e al fatto che il magistrato catanese venga percepito come una figura troppo indipendente per essere lasciata avvicinare ai dossier più delicati sulle stragi del ’92-’93.
Al netto delle interpretazioni, resta un dato oggettivo e per certi versi più grave di ogni sospetto: il Csm ha impiegato oltre un mese, due tornate di plenum, un passaggio in commissione, un cambio di candidato concorrente e l’invocazione postuma di una sentenza amministrativa per evitare di nominare il candidato che la propria istruttoria aveva indicato come prevalente. Non è un dettaglio procedurale: è la fotografia di un organo di autogoverno che piega le proprie regole al risultato desiderato anziché applicarle prima di conoscere l’esito.
Che si tratti di un disegno organizzato “dall’alto” o della somma di convergenze occasionali tra correnti diverse, il risultato pratico è identico: un magistrato con il curriculum più solido, il maggiore radicamento sul territorio siciliano nella lotta alla mafia e il sostegno della propria commissione istruttoria viene fermato da un cavillo costruito in corsa. È un precedente che pesa sulla credibilità dell’intero sistema delle nomine ,molto più di quanto pesi il nome del singolo escluso.
La congiura messa in atto con sottigliezze normative trova il suo punto di approdo con l’ennesima bocciatura per un magistrato di valore.