Loading
Nuovo quotidiano d'opinione e cultura
Il tempo: la ricchezza per l’umanità
Nuovo quotidiano d’opinione e cultura

La Solitudine moderna non è una libera scelta ma conseguenza dell’emarginazione sociale

 

Siamo animali sociali, (zoon politikon), così come affermato secoli fa dal noto filosofo Aristotele, ma nel corso della vita ci sono momenti in cui si sente il bisogno di rimanere da soli, di allontanarsi dal frastuono quotidiano, per riappropriarsi di se stessi e dei propri pensieri.

Petrarca nel noto Sonetto del Canzoniere “solo e pensoso…vo mesurando a passi tardi e lenti…” ricerca la solitudine per guardare la propria anima e allontanarla dalle sofferenze e dalla curiosità del volgo, come un’occasione di riflessione su se stesso.

La solitudine, in passato, era una scelta consapevole, un modo per riscoprirsi e per comprendere il mondo circostante in maniera più armonica.

Era un ideale di vita solitaria e bucolica, “Beata solitudo” dicevano i latini.

Un’occasione per raggiungere una pace interiore. 

Ma oggi, nella nostra società la solitudine moderna non è più una libera scelta, è una conseguenza della crescente emarginazione sociale. 

La frenesia quotidiana, l’essere proiettati verso il raggiungimento ossessivo dei propri obiettivi lavorativi, l’universo virtuale dentro cui siamo sempre più risucchiati, hanno soffocato la dimensione umana e privato di ogni valore le relazioni tra individui.

Si vive immersi nel caos delle città, in un anonimato soffocato dalla mancanza di empatia, di solidarietà reciproca.

Ci rifugiamo nei social, ma, paradossalmente, più siamo connessi e più siamo soli.

La velocità con cui la tecnologia avanza ha creato un sentimento di straniamento, di smarrimento per mancanza di punti di riferimento.

Una condizione denominata Anomia dal sociologo Durkheim e che genera inevitabilmente condizioni di solitudine forzata.

Una solitudine che potrebbe essere curata recuperando la nostra umana propensione a relazionare con l’altro.

Invece gli interessi economici delle multinazionali sfruttano questa fragilità moderna e immettono sul mercato robot che accentuano questo pericoloso processo di disumanizzazione.

Recentemente, la società cinese di robotica UBTech ha presentato U1 un robot dalle sembianze umane da progettare su larga scala come rimedio contro la solitudine.

Il robot,  che si basa sull’Intelligenza artificiale, è in grado di riconoscere e analizzare il nostro tono della voce e le nostre espressioni facciali in modo da individuare e poter gestire le nostre emozioni e stati d’animo. 

La sua pelle, in silicone, rende il volto estremamente realistico, e si può personalizzare il suo aspetto, rendendolo somigliante a un amico o a un personaggio dello spettacolo.

Questo robot è in grado di conversare, offrire sostegno emotivo e anche ricordare l’assunzione dei farmaci.

Più che rieducare alle relazioni reali, all’ascolto dell’altro, si tende a risolvere queste mancanze, riempendole con una macchina artificiale.

L’empatia e l’affettività sembrano essere solo delle noiose incombenze da delegare a una anonima macchina, travestita da essere umano.

Creare robot sempre più simili all’uomo, acuisce le difficoltà relazionali, produce alienazione dei sentimenti e conduce a una pericolosa oggettivizzazione dell’individuo.

Le occasioni di socialità sono sempre meno frequenti, le relazioni interpersonali sempre più difficili, e questi robot non risolvono la solitudine interiore ed esistenziale, ma generano nuove forme di allontanamento sociale e di esclusione.

Il vuoto emozionale che caratterizza la nostra modernità non può essere riempito in modo meccanico da una macchina.

La nostra solitudine non potrà mai essere guarita dalla compagnia di un robot.

La solitudine, oggi, è la diretta conseguenza della nostra incapacità di metterci in gioco con le relazioni. Crediamo di essere al sicuro, rintanati dietro alle nostre tastiere, illusi di vivere emozioni reali.

Ma se in un prossimo futuro, affideremo i nostri sentimenti e le nostre relazioni a un robot, segneremo il fallimento della nostra Umanità. 

Stare con gli altri, nella vita reale, è essenziale e soprattutto terapeutico.

Secondo numerosi studi è stato evidenziato che chi vive da solo ha molte più probabilità di ammalarsi rispetto a chi invece ha rapporti stabili con gli altri.

Ognuno di noi ha un bisogno innato di sentire le voci degli altri, di comunicare i propri pensieri e le proprie emozioni.

Secoli fa Aristotele, definendoci Zoon Politicon, ha esplicitato pienamente questa propensione naturale che spinge ogni essere umano a formare comunità, poiché solo al suo interno potrà sviluppare la propria individualità.

Il rumore del mondo ci nutre e ci permette di connetterci con i nostri simili e ci ricorda che la nostra Umanità non la si può barattare con nessun sostituto meccanico.

 

 

Share Article
Laureata in Lettere moderne, per alcuni anni ho insegnato, ma la passione per la scrittura ha prevalso e ho collaborato con diverse riviste locali e pubblicato tre romanzi giallo-storici. Il mistero mi affascina e ho collaborato come saggista per il Blog Sicilia Arcana. Sono anche speaker radiofonica su Radio CRT Catania con un programma di pillole di cultura e di storia. Ha pubblicato tre romanzi gialli: “L’Ombra della Verità”, “L’Impercettibile Sussurro del Silenzio”, “Il Respiro profondo del mare”.
TOP