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La nomina del vice della Direzione Nazionale Antimafia tra limiti delle regole e la perdita di credibilità del Csm

Vicenda aggrovigliata e di difficile comprensione ai comuni mortali il caso relativo alla nomina del vice alla Direzione Nazionale Antimafia. In questo contesto emerge la figura di Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania, magistrato di grande valore e di riconosciuta qualità professionale, con un curriculum di alto livello, che oggi si trova suo malgrado a dover competere con colleghi che vengono posti in alternativa alla sua candidatura. In poco tempo il Csm ha sbarrato la strada alle legittime aspirazioni del magistrato catanese che ha subito nel recente passato alcune bocciature per ricoprire la carica di procuratore capo in diverse sedi nazionali tra cui Catania. In tutte le occasioni mancava l’imprimatur finale per motivi che apparivano incomprensibili e inestricabili. Oggi per questo incarico si richiedono requisiti variabili che vanno da priorità preferenziali per la competenza tecnica o per la maturazione di esperienza nell’ambito della lotta alla criminalità.  L’impressione che si ricava è l’affiorare di una sensazione di fastidio per il magistrato catanese che nel recente passato non ha lesinato critiche alla correntocrazia giudiziaria e non ha mai nascosto la sua affinità culturale con Nino Di Matteo. Ardita non solo appare ma è anche una personalità scomoda, libera da condizionamenti e obbedienze di potere.

Ci sono nomine che, più di altre, funzionano da cartina di tornasole. Quella del procuratore nazionale antimafia aggiunto che dovrebbe essere il “vice” di Giovanni Melillo alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, poteva essere una decisione di quelle scontate, risolte dai numeri prima ancora che dalle discussioni. E invece è diventata, nel giro di poche settimane, il sintomo più evidente di un Consiglio superiore della magistratura che fatica a scegliere quando la scelta più logica dispiacerebbe a qualcuno.

Il curriculum di Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania, parla da sé: oltre quindici anni dedicati al contrasto della criminalità organizzata, la guida per undici anni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, quattro anni da consigliere togato al Csm. Di fronte a un profilo di questo spessore, la Quinta Commissione aveva formulato una proposta di maggioranza a suo favore, con tre voti contro il voto singolo raccolto dal proposto alternativo, Eugenio Fusco, sostituto a Milano la cui esperienza specifica in materia di criminalità organizzata è, nei fatti, assente dal curriculum.

Eppure l’11 giugno il plenum ha scelto di non scegliere: con 17 voti favorevoli, 10 contrari e 2 astenuti, la pratica è tornata in Commissione, azzerando mesi di istruttoria e riaprendo la corsa a chiunque avesse presentato domanda. Una decisione che i consiglieri togati di Magistratura Indipendente hanno bollato come tecnicamente pretestuosa, fondata su ragioni non dichiarate apertamente, e che si è consumata al termine di quasi dieci ore di udienza.

Palazzo dei Marescialli sede del Consiglio Superiore della Magistratura 

Il pretesto, se così si può chiamare, è stato costruito attorno alla presunta “valenza selettiva” di un differenziale di sei anni di esperienza tra Dda e Dna previsto dal Testo Unico sulle nomine con una lettura tecnica che, come ha chiarito il presidente della Quinta Commissione Felice Giuffrè, non reggeva nemmeno sul piano aritmetico, dato che il differenziale tra Ardita e la sua principale sfidante non raggiungeva affatto la soglia invocata.

Quel che resta, tolta la cortina delle norme regolamentari, è un gioco di potere che ha ben poco a che vedere con la comparazione dei curricula. Diversi osservatori hanno letto nell’ostracismo verso Ardita il timore che la sua nomina potesse rafforzare, all’interno della Dna, le posizioni più critiche verso la gestione delle indagini sulle stragi del 1992-1993 e in particolare rispetto all’isolamento della Procura di Caltanissetta rispetto ad altri uffici impegnati sullo stesso fronte. Non è un caso che il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo abbia parlato apertamente di un tentativo di escludere un collega non per demerito, ma perché le sue idee e la sua indipendenza dalle correnti non lo rendono gradito al sistema.

È qui che la vicenda smette di essere una questione di curricula e diventa una questione di metodo. Se un magistrato con un profilo nettamente superiore può essere fermato per due volte con il tentativo di far prevalere l’esperienza cyber su quella antimafia, e poi rimescolando le carte con una terza candidata, Franca Imbergamo, tirata in ballo a giochi già avviati , allora il problema non è più la singola nomina, ma la credibilità stessa dell’autogoverno elettivo della magistratura. Un sistema che si giustifica proprio nella misura in cui riesce a sottrarre le nomine di vertice alla logica delle appartenenze correntizie: quando quella logica riemerge, e riemerge in modo così scoperto, l’intero impianto ne esce indebolito.

Colpisce, in tutto questo, la misura con cui lo stesso Ardita ha scelto di rispondere pubblicamente, senza toni polemici, limitandosi a ribadire la propria coerenza rispetto al passato e ai propri ideali. Una compostezza che stride, per contrasto, con la disinvoltura con cui alcuni consiglieri hanno maneggiato ,e continuano a maneggiare , le regole che loro stessi avevano contribuito a scrivere.

Non si tratta di stabilire a priori chi tra i candidati meriti l’incarico: è compito della Commissione e del plenum valutarlo nel merito. Si tratta, piuttosto, di chiedersi perché un impianto che sulla carta doveva rendere le nomine più trasparenti e meno negoziabili tra correnti abbia prodotto, in questo caso, l’esatto contrario: un iter più lungo, più opaco, e apparentemente costruito a ritroso a partire dal nome che si voleva escludere. È una domanda che riguarda Catania solo di riflesso. Riguarda, in realtà, l’intera credibilità del governo autonomo della magistratura italiana. Comincia a serpeggiare persino un sospetto: forse  si sta consumando una congiura per bloccare il magistrato catanese?

 

 

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Rosario Sorace, nasce a Giarre il 13 maggio 1958;nel 1972, a 14 anni, inizia un intenso impegno politico e sociale. A soli 25 anni diventa segretario regionale dei giovani socialisti in Sicilia e dopo due anni, nel 1985, viene eletto al Consiglio Comunale di Giarre. Successivamente, viene eletto al Consiglio Provinciale di Catania dove svolge la carica di Assessore allo Sviluppo Economico. Nel 1991 viene eletto Segretario della Federazione Provinciale del PSI di Catania. Nel contempo consegue la laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Catania in cui ha svolto il servizio in qualità di funzionario di Biblioteca del Dipartimento di Scienze Chimiche. È giornalista pubblicista dal 21 maggio 2021. Collabora dal 2018 con i giornali on line IENE SICULE, SIKELIAN, IL CORRIERE DI SICILIA, AVANTI LIVE e PRIMATV ON LINE. Direttore responsabile di CLESSIDRA2021 ,giornale fondato dallo stesso. È un grande di lettore di prosa e scrittore di poesie.
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