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Lo statista Vittorio Emanuele Orlando, illustre giurista e “Presidente della Vittoria”

Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo il 19 maggio 1860 e scomparso a Roma il 1º dicembre 1952, fu un illustre giurista e uomo di stato italiano, noto come il “Presidente della Vittoria” per aver guidato l’Italia alla conclusione della prima guerra mondiale. Senza dubbio è stato un protagonista assoluto della politica liberale tra l’Ottocento e la metà del Novecento.
Dopo essersi laureato  in giurisprudenza nel 1881 intraprese una brillantissima carriera accademica: a soli 26 anni vinse tre cattedre di diritto costituzionale, diventando il più giovane professore universitario in Italia. È riconosciuto come il fondatore della scuola italiana di diritto pubblico.
Nel 1897 fu eletto deputato del collegio di Partinico, vicino a Palermo, dove fu sempre rieletto fino al 1925 , ricoprì vari incarichi di governo: Ministro della Pubblica Istruzione dal 1903 al 1905, Ministro di Grazia e Giustizia dal 1907 al 1909 e nuovamente dal 1914 al 1916, Ministro dell’Interno dal 1916 al 1917.
Dopo la disfatta di Caporetto, nel 1917 venne nominato Presidente del Consiglio. Sostituì il generale Luigi Cadorna con Armando Diaz e guidò il Paese verso la vittoria finale nel 1918. Nel 1919 rappresentò l’Italia nella conferenza di pace di Parigi del 1919 con il suo ministro degli esteri Sidney Sonnino a seguito della vittoria italiana al fianco della Triplice intesa contro gli Imperi centrali nella prima guerra mondiale, ruolo che gli valse l’appellativo di “Presidente della Vittoria”.
V.E. Orlando (secondo da sinistra) alla conferenza di Parigi con D.Lloyd George, G.Clemenceau  e Woodrow Wilson 
Dopo le dimissioni da capo del governo, divenne presidente della Camera dei deputati. Inizialmente incline ad un atteggiamento attendista nei confronti del fascismo, passò all’opposizione dopo il delitto Matteotti nel 1925 e si dimise da deputato nel 1928, rifiutando di giurare fedeltà al regime.Nel 1931 il collocamento a riposo dall’insegnamento universitario per raggiunti limiti d’età gli risparmiò di dover giurare fedeltà al regime.
Dopo la caduta di Mussolini, fu nuovamente Presidente della Camera dal 1944 al 1945. Eletto all’Assemblea Costituente nel 1946, ne diresse la prima seduta inaugurale in qualità di decano. Nel 1948 divenne senatore di diritto.
Il suo pensiero giuridico affonda le radici nel cosiddetto “metodo giuridico”, una rivoluzione metodologica che egli importò e rielaborò dalla Staatslehre tedesca, in particolare dalle opere di Carl Friedrich von Gerber e Paul Laband. Fino a quel momento il diritto pubblico italiano era un campo ibrido, attraversato da suggestioni filosofiche, storiografiche e politiche; Orlando pretese invece di costruirlo come scienza autonoma, fondata su categorie strettamente giuridiche, depurate da contaminazioni etiche o sociologiche. Il manifesto di questa svolta sono i “Principii di diritto costituzionale” (1889): un testo che impose il rigore concettuale come criterio di scientificità, e che fece scuola al punto da generare un intero filone, la cosiddetta scuola giuridica italiana di diritto pubblico, di cui Orlando è considerato il padre fondatore, insieme alla rivista da lui creata nel 1891, l’Archivio di Diritto Pubblico.
Centrale in questo impianto è la concezione dello Stato come persona giuridica: un soggetto di diritto dotato di sovranità propria, distinto e superiore ai governi che, di volta in volta, lo amministrano.
F. Foch G.Clemenceau, D.Lloyd George , V.E. Orlando e S.Sonnino alla conferenza di Parigi
È una nozione apparentemente tecnica, ma gravida di conseguenze politiche: se lo Stato è continuità che trascende le vicende dei governi, allora la sua sopravvivenza istituzionale può legittimamente essere anteposta alla difesa di una particolare maggioranza o di un particolare assetto di potere. Questa convinzione spiegherà, anni dopo, tanto la sua capacità di attraversare regimi diversi mantenendo ruoli istituzionali, quanto le ambiguità del suo comportamento politico negli anni della crisi dello Stato liberale.
Sul piano della scienza amministrativa, il contributo più imponente fu la direzione del “Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano” (1897-1925), opera collettiva monumentale che diede per la prima volta sistematicità e dignità scientifica autonoma alla materia. È in questo contesto che Orlando elaborò la distinzione, ancora oggi operante nella giurisprudenza italiana, tra atto politico e atto amministrativo, e la nozione di indirizzo politico come categoria giuridica a sé: gli atti che esprimono la suprema direzione dello Stato restano sottratti al sindacato giurisdizionale, mentre quelli amministrativi vi sono soggetti. Una distinzione tecnica, ma che rivela il nucleo del suo pensiero: l’esistenza di una sfera “alta” della politica statale, irriducibile al controllo ordinario, che il giurista deve riconoscere e delimitare, non contestare.
È proprio questo statalismo liberal-conservatore, fiducioso nella capacità delle istituzioni di assorbire e disciplinare il conflitto politico, a spiegare il nodo più controverso della sua biografia. Infatti da ricordare l’iniziale atteggiamento attendista verso il fascismo, culminato nel voto di fiducia al primo governo Mussolini nel 1922. Orlando, come gran parte della classe dirigente liberale dell’epoca, ritenne per qualche tempo che il fascismo potesse essere normalizzato all’interno della cornice statutaria, ridotto a fenomeno di governo transitorio gestibile con gli strumenti consueti del trasformismo parlamentare.
Orlando, Bonomi e Nitti
Fu un errore di prospettiva storiograficamente molto discusso, da Gaetano Salvemini in avanti: la sottovalutazione, da parte del vecchio ceto liberale, della natura inedita e totalitaria del movimento mussoliniano. Il delitto Matteotti segnò la rottura: da quel momento Orlando si spostò su posizioni di opposizione sempre più nette, fino al gesto, tutt’altro che scontato per un uomo della sua generazione e del suo prestigio istituzionale, di dimettersi da deputato nel 1928 piuttosto che giurare fedeltà al regime.
La sua eredità scientifica sopravvisse comunque al fascismo e lo attraversò: la sintesi tarda del “Diritto pubblico generale” (1940) fu scritta proprio negli anni del regime, quasi a dimostrare la pretesa di autonomia tecnica del giurista anche nel pieno della dittatura. E fu proprio dalla sua scuola che emerse, per via dialettica, l’istituzionalismo di Santi Romano, suo allievo, che ne avrebbe sviluppato e in parte superato l’impianto, spostando l’attenzione dallo Stato-persona all’ordinamento giuridico come fenomeno sociale. Nel dopoguerra, il vecchio Orlando, decano dell’Assemblea Costituente, incarnò la continuità più alta e più problematica del liberalismo italiano: testimone della sua grandezza tecnico-giuridica, ma anche dei suoi limiti politici di fronte alla crisi delle istituzioni rappresentative.
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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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