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Los Angeles chiama, Catania risponde: la storia di Riccardo Celi

Dall’Italia a Hollywood, passando attraverso il teatro, la musica e il cinema: il percorso artistico di Riccardo Celi è il racconto di una passione coltivata con studio, talento e determinazione. Attore, musicista, cantante e cantautore siciliano, oggi residente a Los Angeles, Riccardo ha costruito la propria formazione tra due continenti, diplomandosi nel giugno 2025 presso la prestigiosa American Academy of Dramatic Arts di Hollywood, dove ha ricevuto anche il prestigioso Award for Musical Theater.

La sua preparazione affonda le radici nel teatro di prosa e nel musical, con una particolare attenzione alla costruzione dei personaggi e alle loro dinamiche emotive. Una solida base classica che si fonde con un approccio contemporaneo, dando vita a uno stile interpretativo intenso, fisico e profondamente personale.

Ma il suo percorso non si limita al palcoscenico. Riccardo vive il cinema a tutto tondo, lavorando sia davanti alla macchina da presa sia dietro le quinte, occupandosi di direzione della fotografia, montaggio e composizione di colonne sonore. Un artista completo, capace di coniugare tecnica, creatività ed espressione.

Teatro, cinema, corpo, voce ed emozione si incontrano così in un’esperienza artistica e formativa ricca e coinvolgente. Ai nostri microfoni, Riccardo Celi.

 

Riccardo, partiamo dall’inizio: da Catania a Los Angeles. Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?

Quando mi sono diplomato dal liceo, nel 2017, ho attraversato quella fase (che penso passano un po’ tutti i ragazzi di 18 anni) in cui non sai esattamente cosa fare nella vita. Sì, avevo interessi vari, avrei potuto semplicemente continuare col mio indirizzo di studi, e andare all’università e vedere un po’ cosa succedeva. Ma nessuna di quelle opzioni sembrava essere quella che volessi veramente. Il caso volle che quella stessa estate si sono tenute le audizioni per un musical originale basato sul Cyrano de Bergerac. Ho partecipato, e sono stato selezionato per far parte dell’ensemble del cast. Non avevo nessuna conoscenza in fatto di musical, e venivo solo da alcune piccole esperienze, fatte in laboratori teatrali e simili, quando ero più piccolo. Ma questo progetto mi ha fatto riscoprire quanto mi piacesse performare. Ed è stato quello il momento in cui ho deciso che doveva essere la mia strada.

 

Ti sei formato alla American Academy of Dramatic Arts: che tipo di artista eri prima di arrivare lì e cosa sei diventato oggi?

Non sono nato “imparato”, come magari si può pensare. Ma ho studiato tanto e continuo a perfezionarmi tutt’ora. Penso che il mio sia uno dei settori in cui non si “arriva” mai veramente. Gli anni di studio, e poi di esperienza, sicuramente danno i loro frutti. Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti in Italia che mi hanno sempre aiutato a crescere sotto tutti i punti di vista; limando tutti gli spigoli già presenti, e migliorando tutti i miei punti di forza. Poi ho cominciato a lavorare, e li è cominciata la vera “gavetta”, della quale sono molto felice, perché mi ha dato l’esperienza sul campo di cui c’è disperatamente bisogno nel mio settore. Quindi, quando ho fatto l’audizione per l’American Academy of Dramatic Arts, avevo già metà del mio bagaglio, farcito di tutto quello che l’Italia poteva offrire. In America, c’è stato un processo di raffinazione delle mie doti. Ho imparato come andare a “sporcare”, ad umanizzare ogni personaggio. A raggiungere un livello di interiorizzazione e naturalezza che è tipico dello stile di recitazione Americano.

 

Trasferirsi negli Stati Uniti non è semplice: qual è stato il momento più difficile e quello in cui hai capito di aver fatto la scelta giusta?

L’adattamento iniziale è sempre la cosa più complicata. Mi ricordo che agli inizi mi sembrava proprio di venire da un altro pianeta. La conoscenza della lingua non sembra mai essere abbastanza per poter avere una conversazione alla pari. E poi, il tornare ad essere di nuovo uno sconosciuto in mezzo a migliaia. In un paese e in un ambiente nel quale la competizione raggiunge livelli veramente elevati, per difficoltà e tossicità. È stato veramente difficile e frustrante, agli inizi, cercare di farmi notare. Facevo il doppio della fatica a seguire le lezioni, impiegavo il doppio del tempo per eseguire qualunque cosa. Ma in qualche modo, il mio senso dell’orgoglio ha prevalso, e invece di essere scoraggiato e basta, ero spronato ad impegnarmi il doppio. E deve aver dato i suoi frutti, perché non solo sono riuscito a laurearmi, ma sono stato uno degli studenti a cui è stata conferita un’ onorificenza particolare. A quel punto, non ho neanche avuto bisogno di pensarci, se avevo fatto la scelta giusta.

 

Oggi vivi e lavori a Los Angeles: quanto è competitivo davvero quel mondo che spesso immaginiamo solo attraverso il cinema?

Prima di tutto c’è da capire una cosa; in questa città, chiunque, e dico chiunque, lavora o sta cercando di lavorare nel mondo dell’intrattenimento. Letteralmente vieni a vivere in questa città solo se vuoi fare questo. E quindi si può facilmente capire, senza bisogno che io lo spieghi, che la competizione è altissima. Perché la città è piena di gente che ci prova da anni, e di gente che continua ad arrivare perché vuole provarci. Io, personalmente, cerco di non pensarci più di tanto. È inutile e non aiuta nemmeno. In ‘college’ i professori ci hanno insegnato “Book the room, don’t book the role”, che sostanzialmente vuol dire “Pensa a fare un buon lavoro. Non pensare a conquistare la parte o il progetto”. Che è il modo in cui io approccio ogni lavoro e audizione.

Cinema, musica, performance: in un panorama sempre più ibrido, quanto conta sapersi muovere tra linguaggi diversi?

Beh, sicuramente aiuta. Ti dà l’opportunità di approcciare la stessa cosa da più punti di vista. E, per me, è anche un modo di conoscere a 360 gradi l’ambiente in cui sto lavorando. Perché se conosci il funzionamento di ogni sua parte, riesci a fare il tuo lavoro al meglio. In particolare, però, amo il cinema, e il mio approccio al lavoro è sicuramente di tipo attoriale, ma mi piace approfondire tutti i passaggi che portano alla creazione di un film, poiché provengo anche da una formazione tecnica acquisita al Liceo Artistico Audiovisivo e Multimediale. E, nell’industria del cinema, più cose sai fare, più diventi una risorsa che le produzioni cercano.

Hai già preso parte a diversi progetti: c’è un lavoro che senti particolarmente tuo, che ti rappresenta più di altri?

Recentemente ho prodotto un play test di uno spettacolo originale sul trombettista Chet Baker, scritto da Laura Tornambene, con cui abbiamo lavorato in passato. Io, trovando il testo assolutamente meraviglioso, le ho chiesto di poterlo mettere in scena e testarlo con un pubblico americano. Il  pubblico è stato entusiasta e ha amato moltissimo lo spettacolo, il che mi ha fatto decidere di preparare una versione da ‘showcase’. Al momento è in fase di “pulizia” per poterlo finalmente mettere in scena come si deve.

 

Le tue radici siciliane: sono un punto di forza o qualcosa da “tradurre” per il pubblico internazionale?

Credo che sarò per sempre uno strano ibrido: un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Ovviamente la cultura Americana è completamente diversa da quella Siciliana, e io ho dovuto adattarmi. Sicuramente ormai, dopo tre anni, ho un po’ acquisito lo stile di vita della California, ma lo spirito Siciliano non credo morirà mai. Anzi lo considero un punto di forza, se dosato e usato all’occorrenza.

 

Guardando al tuo percorso: quali sono state le rinunce più grandi che hai dovuto affrontare?

Allontanarsi da tutto quello che conosci e che hai conosciuto per tutta la vita, per spostarti dall’altro lato del mondo, è sicuramente la rinuncia più grande. Perdi tutto. Il che è strano perché è una decisione che hai preso da solo, e a volte ti viene da pensare “ma chi te l’ha fatto fare?”.

E invece le soddisfazioni che ti hanno ripagato di tutto?

Ti rendi conto che quando fai quello che ti piace fare, le rinunce diventano più leggere da digerire. Dopo essermi trasferito, la mia vita è stata un diagramma molto articolato, ma ho continuamente fatto passi in avanti. In pochi anni: mi sono laureato, ho cominciato a lavorare in America, in set di Hollywood, assieme agli attori che avevo sempre solo visto in tv o al cinema. Ed ho anche preso parte a progetti indipendenti che mi hanno portato in festival in giro per gli States. Ho creato film, ho conosciuto gente che non avrei mai conosciuto.

 

Il sogno americano esiste ancora o è una narrazione da ridimensionare?

Il sogno americano non è mai esistito secondo me. Non esiste il paese perfetto o la terra promessa. Esistono le opportunità. Ogni paese al mondo ha i suoi lati negativi, e positivi. Io mi sono trasferito negli Stati Uniti, perché l’industria per cui lavoro è la prima al mondo, e io volevo fare di questo il mio unico lavoro. Se volevo fare il dentista non avrei avuto motivo di spostarmi dalla Sicilia. Il sogno americano è una conseguenza del “giardino del vicino è sempre più verde”. Anche perché se chiedi agli americani, il sogno americano non esiste; e poi loro hanno il “sogno europeo”.

 

Ti immagini un ritorno artistico in Italia o il tuo futuro è ormai oltre oceano?

Mai dire mai, ovviamente. Il mio cuore sarà sempre in Italia, con la mia famiglia e i miei amici. Dal punto di vista lavorativo, però, tieni presente che, nonostante io abbia cominciato da poco a lavorare, riesco già ad autosostenermi.

 

C’è un ruolo, un genere o un progetto che rappresenta il tuo vero obiettivo?

In realtà gli obbiettivi cambiano e si evolvono. Ciò nonostante sì, ovviamente ho un’ idea di quello che vorrei raggiungere; e questa idea va delineandosi strada facendo, accordandosi con le cose che continuo ad imparare.

 

E infine: che consiglio daresti a un giovane italiano che sogna di seguire le tue orme?

Onestamente: se vuoi fare, fallo. Io non vengo da una famiglia benestante, e non mi sarei mai potuto permettere niente di tutto questo, se la mia famiglia ed io non ci fossimo rimboccati le maniche e lo avessimo voluto con tutte le nostre forze. E l’unico motivo per cui l’ho fatto è perché lo volevo davvero. Anche quando nessuno mi capiva o mi dicevano che stavo puntando troppo in alto, io sapevo che quello era il motivo per cui nessuno lo faceva. Non esiste “troppo in alto”. L’unica persona che può dirti che non puoi fare qualcosa, sei tu. Serve coraggio, e mooolta pazienza. Il primo impedimento è, quasi sempre, solo mentale.

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Docente liceale, collabora con la pagina culturale del quotidiano La Sicilia e la rivista di informazione scolastica La tecnica della scuola. Recensisce spettacoli di teatro di prosa, musica e lirica per il quotidiano on line Sicilymag.
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