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Oltre la politica. Una lettura di “Genealogie della cura” di Stefania Mazzone

A una prima lettura, Genealogie della cura Donne, corpi e politica del vivente (Rubbettino 2026) di Stefania Mazzone potrebbe apparire come un saggio profondamente politico. Le sue pagine sono attraversate da figure che appartengono alla storia della filosofia, della cultura e dell’impegno civile; il lessico della cura, della relazione e della vulnerabilità sembra inserirsi nel dibattito contemporaneo sul ruolo delle donne e sulla crisi della politica moderna. Eppure questa impressione iniziale è, almeno in parte, fuorviante.

Il libro di Mazzone non è semplicemente un saggio politico. È piuttosto un saggio metapolitico.

La differenza non è soltanto terminologica. La politica si occupa delle forme attraverso cui una società organizza il potere, il diritto, la rappresentanza e le istituzioni. La metapolitica, invece, si interroga su ciò che precede tali forme, su ciò che le rende possibili e, nello stesso tempo, ne rivela i limiti. Essa non chiede come governare gli uomini, ma che cosa dell’esperienza umana sfugga a ogni possibile governo.

È in questa prospettiva che va letta la genealogia proposta da Mazzone. Genealogie della cura non è una genealogia delle donne contro gli uomini, né una semplice rivendicazione della presenza femminile nella storia. È piuttosto una genealogia di tutte quelle esperienze umane che la modernità politica ha progressivamente relegato ai margini perché difficilmente riconducibili alle categorie della sovranità, del diritto, della rappresentanza e della razionalità amministrativa.

La prima parte del volume è probabilmente quella che rischia maggiormente di essere fraintesa. Una lettura superficiale potrebbe infatti indurre a pensare che Mazzone voglia semplicemente riaffermare la centralità della differenza sessuale contro l’universalismo moderno. In realtà il problema che l’autrice si pone è assai più radicale.

Perché la modernità ha insistito tanto sulla differenza sessuale? La risposta più immediata sembrerebbe essere: perché esistono uomini e donne. Ma per Mazzone il dato biologico è quasi irrilevante. La differenza sessuale non costituisce una categoria naturale; essa rappresenta piuttosto il paradigma originario della relazione.

La relazione, infatti, non nasce dalla fusione ma dalla differenza. È proprio la distanza tra i poli a rendere possibile l’incontro. In questo senso il confronto con alcune tradizioni filosofiche orientali assume un significato particolare: là dove la molteplicità tende a ricomporsi nell’unità, Mazzone insiste sul valore generativo della differenza. Essa non divide, ma rende possibile la relazione.

Lo stesso schema interpretativo viene applicato alla tradizione ebraica e al pensiero di Tamar Ross. La Rivelazione non appare come un evento concluso una volta per tutte, né la Torah come una verità immobile. Ogni generazione aggiunge nuove interpretazioni, nuove prospettive, nuove domande. La verità non è possesso ma processo. Non è un punto d’arrivo ma un continuo lavoro di interpretazione.

La differenza sessuale diventa così il paradigma di tutte le differenze: culturali, religiose, sociali, storiche. Esse non rappresentano un ostacolo alla verità ma la condizione attraverso cui la verità stessa continua a manifestarsi e ad arricchirsi.

È proprio qui che prende forma la critica della modernità politica. Secondo Mazzone, il soggetto moderno è stato costruito attraverso una serie di opposizioni gerarchiche: pubblico e privato, cultura e natura, autonomia e dipendenza, uomo e donna. In ciascuna di queste coppie il primo termine è stato valorizzato e il secondo progressivamente svalutato. Come il maschile rispetto al femminile, così la cultura è stata privilegiata rispetto alla natura, l’autonomia rispetto alla dipendenza, il pubblico rispetto al privato.

La conseguenza di questa operazione è stata l’esclusione di intere dimensioni dell’esperienza umana. Escludendo il femminile, la modernità ha finito per marginalizzare anche la vulnerabilità, la cura, la relazione e la dipendenza reciproca. Non perché esse appartengano esclusivamente alle donne, ma perché il femminile ne ha storicamente custodito la memoria.

È a questo punto che entra in scena Antigone.

Non come semplice protagonista del primo capitolo e neppure come filo conduttore dell’opera. Antigone è la figura generatrice dell’intero libro. Essa rappresenta il momento in cui la razionalità politica incontra il proprio limite. Di fronte a Creonte, che incarna la sovranità, la legge e la decisione, Antigone rende visibile ciò che non può essere integralmente tradotto nel linguaggio del potere: il corpo, il lutto, la memoria, la relazione.

Tutte le figure che Mazzone convoca successivamente possono essere lette come variazioni di questa eccedenza originaria. Non donne contro gli uomini, ma esperienze che mostrano come l’umano ecceda continuamente le categorie attraverso cui la modernità politica ha tentato di comprenderlo.

In questa prospettiva assume particolare rilievo la figura di Eva Kühn. Se Antigone rappresenta il punto in cui la legge rivela i propri limiti, Eva Kühn rappresenta il punto in cui la società rivela i limiti delle proprie categorie di normalità. La sua vicenda mostra come l’ordine sociale non si limiti a distinguere il lecito dall’illecito, ma definisca anche ciò che è normale e ciò che è patologico. La donna che rifiuta di lasciarsi ridurre ai ruoli di moglie e madre non viene semplicemente esclusa: rischia di essere medicalizzata, classificata come deviante, relegata sul confine della follia.

Qui il libro di Mazzone incontra implicitamente la lezione di Michel Foucault. Il potere non opera soltanto attraverso il diritto e la sovranità, ma anche attraverso la produzione di norme che stabiliscono ciò che può essere considerato sano, razionale e accettabile. La follia, come mostrò Foucault, non è soltanto una categoria medica; è anche una categoria politica e sociale. Attraverso Eva Kühn, Mazzone mostra come molte donne siano state collocate in questo spazio di marginalità proprio perché incapaci o non disposte a conformarsi ai ruoli loro assegnati.

Anche Maria Giudice, pur in modo diverso, appartiene a questa genealogia dell’eccedenza. Non perché si opponga frontalmente alla politica, ma perché introduce nella sfera pubblica ciò che la politica tendeva a considerare estraneo: l’educazione, la maternità, la formazione delle coscienze, la vita quotidiana. In lei la separazione moderna tra pubblico e privato si incrina, mostrando come la politica non possa essere compresa esclusivamente attraverso le categorie del potere e della rappresentanza.

Il pregio maggiore del libro consiste proprio in questa capacità di mettere in discussione la pretesa totalizzante della politica moderna. Non si tratta di una posizione antipolitica né di un rifiuto delle istituzioni. Mazzone non invita ad abbandonare la politica, ma a riconoscerne i limiti. Esiste sempre un’eccedenza dell’umano rispetto alle categorie della sovranità, del diritto e dell’amministrazione. Esistono il corpo, la nascita, il lutto, la vulnerabilità, la cura e la relazione: dimensioni che nessuna istituzione può integralmente assorbire.

Per questo Genealogie della cura merita di essere letto non soltanto come un contributo agli studi femminili o alla filosofia della differenza, ma come una riflessione più ampia sui limiti della modernità politica. La genealogia femminile diventa la lente attraverso cui riportare alla luce ciò che la politica moderna ha relegato ai margini. Non una storia delle donne contro gli uomini, dunque, ma una genealogia dell’umano eccedente: di tutto ciò che continua a sfuggire alle pretese ordinatrici della sovranità, del diritto e della razionalità amministrativa.

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Cettina Laudani è docente di Storia del pensiero politico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania. Negli ultimi anni ha partecipato al programma di ricerca nazionale su: “Associazionismo e Democrazia” presso il Dipartimento di Storia della facoltà di lettere dell’Università di Padova e ai Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante interesse Nazionale su "Potere e opinione nel pensiero politico moderno" presso l’università di Firenze e su "Libertà e potere: vicende di una dialettica nel pensiero politico moderno e contemporaneo" all’Un. Di Parma. Gli studi più recenti sono rivolti alla storia del costituzionalismo siciliano e alla storia dell’associazionismo in Sicilia in relazione alla nascita della Massoneria e al ruolo assunto da quest’ultima nella seconda metà del Settecento. In relazione a ciò ha pubblicato 29 saggi e articoli apparsi in riviste e volumi collettanei per i tipi di Giuffrè, Milano 2008, Franco Angeli, Torino 2018 e Laterza, Bari-Roma 2018. Per la casa ed. Bonanno, ha pubblicato tre monografie; L’Appello dei Siciliani alla nazione inglese. Costituzione e costituzionalismo in Sicilia (2011); Dalla Libera Muratoria alle associazioni di Mutuo Soccorso. Democrazia e rappresentanza politica nella Sicilia postunitaria (2012); Illuminismo e Massoneria nel pensiero politico di Tommaso Natale (2018). Il saggio su Donne, Istruzione e lavoro nella Sicilia tra Otto e Novecento, Bonanno 2020, è stato recensito sulla pagina culturale di “Repubblica”. Nel 2022, insieme al gruppo di ricerca di Napoli, ha ottenuto un finanziamento pubblico per un Progetto di Ricerca d’Interesse Nazionale dal titolo: Democrazia e segretezza. Per una genealogia della trasparenza democratica. Dal 2021 è anche socia dell’Accademia degli Zelanti di Acireale. Attualmente lavora ad una ricerca nazionale sull’Eco-Femminismo tra Otto e Novecento ed è in via di pubblicazione una monografia su: Il Diritto di punire. La legislazione penale in Sicilia tra Sette e Ottocento
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