Il Mito di Encelado, il Gigante che dà forma alla Sicilia

In Sicilia i miti profumano dell’odore della nostra terra, ci riconnettono alla sua storia che affonda le sue origini in un tempo perso nella memoria.
Memoria collettiva, da sempre, nutrita dalla nostra cultura popolare e pertanto tradizione secolare che ancora oggi dà un significato al nostro presente.
Una memoria che lega in un nodo indissolubile la fantasia del popolo siciliano alle passate culture che l’hanno attraversata lasciando un segno indelebile negli usi e nei costumi.
Soprattutto la cultura greca, il cui fascino ha permeato la nostra con i suoi meravigliosi racconti mitologici, fatti di Dei onnipotenti con poteri divini e immortali, che si sono fusi con quelli dei nostri antenati per dare vita a miti tutti siciliani.

Uno di questi è il mito del Gigante Encelado.
Si narra che Encelato venne seppellito proprio sotto la nostra isola e che le forme del suo corpo conferiscono la particolare fisionomia del nostro paesaggio.
Questo mito ci proietta in una realtà mitica che è stata tramandata oralmente di generazione in generazione, unendo la nostra tradizione popolare alla mitologia classica greca per rivestire di un’aura magica la nascita della Sicilia.
Esso si ricollega alla famosa battaglia avvenuta tra Giganti e Zeus: La Gigantomachia: la guerra dei Giganti, scritta dallo storico Apollodoro .
Uno scontro violento che vide contrapposti i Titani figli di Gea, contro Zeus, il padre di tutti gli Dei. Egli però, con l’aiuto degli altri Dei e soprattutto di Eracle, riuscì a sconfiggerli e li punì severamente. Atlante fu condannato a reggere sulle spalle la volta del cielo, mentre gli altri Titani furono confinati, nel Tartaro. Ma Gea non perdonò Zeus per tale punizione così gli sollevò contro i Giganti, gli altri suoi figli avuti con Urano . Essi, incoraggiati dalla madre Gea, si opposero a Zeus e si ribellarono. Ma Zeus non cedette e ne derivò una conseguente guerra, la menzionata Gigantomachia.
Durante la battaglia i Giganti, altissimi e terribili, con lunghe barbe incolte e capelli lunghi e arruffati e code di serpenti che coprivano i piedi, si scagliarono con ferocia contro gli Dei.
Alcioneo, il loro capo, fu il primo ad essere ucciso da Eracle.
Gli altri non riuscirono a sconfiggere gli Dei e, scoraggiati, si diedero alla fuga.
Ma la dea Atena afferrò un grosso masso e lo scagliò contro Encelado che stava scappando insieme ai suoi fratelli superstiti. Colpito, affondò in mare sotto il peso dell’enorme masso.
In questo modo nacque la Sicilia.
Secondo la tradizione popolare, Encelado è rimasto intrappolato sotto la nostra isola e non è mai riuscito a liberarsi. Costretto da secoli, a vivere sotto il nostro territorio, alla fine lo ha modellato con le sue forme.

Si racconta che il Gigante abbia posto le sue braccia l’una in direzione di Messina e l’altra in direzione di Siracusa. Il suo busto si trova sotto il centro esatto dell’Isola e le sue gambe sono rivolte: la sinistra verso Mazara e la destra verso Palermo. Invece il suo alluce del piede destro ha determinato la formazione del monte Erice e la testa e la bocca, situate nei pressi di Catania, siano proprio sotto la bocca del nostro vulcano Etna.
Ogni volta che Encelado emette un respiro infuocato, dalla bocca del vulcano fuoriescono lapilli e lava incandescente generando, così, l’attività vulcanica dell’Etna.
Encelado ha dato origine non solo alla nostra isola ma anche all’attività eruttiva del nostro vulcano Etna.
Encelado, però, non si è mai rassegnato alla sua prigionia, per cui si agita spesso in preda alla collera e, quando si muove per tentare di togliersi di dosso l’enorme masso che lo tiene schiacciato, inevitabilmente scuote la terra e genera dei terremoti.
Ma la dea Atena non si lascia ingannare e vigila sempre su di lui in modo da non permettergli mai di liberarsi dalla sua giusta prigionia per essersi ribellato all’autorità del padre di tutti gli dei.
La storia del gigante Encelado, ci riporta indietro in un tempo lontano, quando ancora questo mito esisteva solo nella tradizione orale.
Venne messo per iscritto nel 700 a.C da Esiodo per poi essere ripreso da Pindaro, Euripide e Virgilio nel libro III dell’Eneide . Quando è giunto qui in Sicilia è stato arricchito di particolari tutti siciliani e non è mai stato dimenticato, poiché ci ricorda, ancora oggi, l’importanza delle nostre radici culturali.
Un mito che, in questi tempi moderni, riesce ancora a riportarci a quelle antiche origini che ci rendono figli della nostra terra.