Quella nostalgia che, di soppiatto, improvvisa ti afferra

Quella nostalgia che, di soppiatto, improvvisa ti afferra
Ogni tanto, senza annuncio,
mi prende alla gola una nostalgia antica.
Non ha volto.
Non viene da una sola città.
È un odore di tipografie bagnate,
di treni all’alba,
di camere d’albergo dove il mare
restava dietro le persiane.
Ho avuto troppe vite per chiamarne una «mia».
Ho scritto nomi, incendi, processioni,
elezioni, lutti, promesse,
e ogni volta lasciavo una pelle
su un tavolo di redazione.
Sotto infiniti soli ho camminato:
quello bianco delle piazze del Sud,
quello obliquo del Nord che taglia i portici,
quello feroce dei pomeriggi senza ombra
quando il taccuino bruciava nelle mani.
E gli immensi panorami —
porti, montagne, periferie, deserti di cemento —
mi hanno insegnato che l’uomo
è sempre più piccolo della notizia
e più grande della sua paura.
Ho ascoltato voci nella notte,
ho bevuto caffè con sconosciuti destinati a sparire,
ho visto la verità cambiare colore
tra la prima e l’ultima edizione.
Eppure, alla fine,
resta una sola immagine:
una strada vuota dopo il lavoro,
il vento che sfoglia i fogli rimasti,
e io che torno tardi,
con le scarpe piene di polvere e mare.
Forse la nostalgia è questo:
non rimpiangere un luogo,
ma tutte le vite attraversate
senza averne abitata del tutto nessuna.
Allora mi fermo.
Guardo il sole che scende dietro un tetto qualsiasi.
Nel silenzio sento ancora battere
le rotative lontane del tempo.
E capisco che anche il giornalista,
dopo tante partenze,
cerca una casa nella memoria.