Funes il memorioso e i pericoli del troppo ricordare: quando dimenticare diventa proteggersi

Il racconto “Funes, il memorioso” (Funes el memorioso) è contenuto nella seconda parte della celebre raccolta Finzioni (Ficciones) di Jorge Luis Borges, pubblicata nel 1944.
Il capolavoro borgesiano indaga l’atrofia intellettuale generata dall’accumulo mnemonico totale. Incapace di operare una sintesi o un’astrazione, l’uomo che ricorda ogni dettaglio diviene paradossalmente simile a un archivio inerte. Una lucida metafora sull’era digitale, in cui l’eccesso d’informazioni rischia di inibire il pensiero critico.
La prigione dell’invisibile: anatomia di un’ipertrofia mentale
Borges delinea la figura di Ireneo Funes, un giovane che, a seguito di una rovinosa caduta da cavallo, acquisisce una facoltà prodigiosa e insieme terrificante: il dono di un’imperitura e totalizzante memoria. Funes ricorda non solo ogni istante della sua vita con nitidezza abbagliante, ma possiede una percezione infinitamente dettagliata del mondo circostante. È in grado di enumerare i particolari di una foglia, le screziature delle nubi all’alba o i movimenti ondulatori dell’acqua.
Eppure, l’attento lettore si scontra immediatamente con un’affermazione sconcertante: la diagnosi che Borges riserva al suo personaggio è impietosa. Ireneo, pur conoscendo a memoria una moltitudine di nozioni, «non era molto capace di pensare». Pensare — chiosa l’autore argentino per bocca dell’io narrante — è dimenticare. Com’è possibile tale paradosso quando tutti siamo convinti che ricordare sia fondamentale e coltivare il dono della memoria significhi anche essere razionali esercitare le nostre facoltà mentali?
La genesi letteraria e filosofica
L’ispirazione di Borges per il personaggio di Funes affonda le radici nella sua profonda erudizione filosofica, in particolare nel saggio Il problema della memoria dello psicologo e filosofo francese Henri Bergson, e nelle speculazioni di John Locke e William James in merito alla percezione e all’identità. L’autore esplora la tragedia di un’esistenza in cui manca del tutto la facoltà di sintesi. Laddove l’intelletto umano possiede la virtù salvifica di decimare, archiviare e scartare le impressioni superflue per creare categorie universali, Funes è costretto a subire il peso insostenibile dell”’hic et nunc” assoluto.

La memoria come prigione
Il dono si trasforma in una condanna soffocante, un labirinto mentale in cui Funes finisce per annegare, non sopportando più il peso di un archivio mentale infinito.
Studiosi quali Stefano Tedeschi, evidenziano come Funes riassuma in modo paradigmatico l’intera poetica borgesiana sul tema del tempo, della percezione e dell’infinito.
La scottante attualità del “Memorioso” nell’era algoritmica
Se ci interroghiamo sulla contemporaneità di questa figura, la risposta è affermativa e, per certi versi, inquietante. Ireneo Funes è il precursore e l’emblema dell’uomo contemporaneo, che rischia di annegare nell’ attuale società dell’iper-connessione e dell’accumulo digitale.
“Il memorioso” anticipa l’architettura stessa della civiltà computazionale, incarnandone sia la vertiginosa potenza sia i limiti strutturali.
[Mondo Reale / Input] ──> [Funes / Database] ──> Accumulo di atomi informativi (No Sintesi)
[Pensiero Umano] ──> [Astrazione] ──> Capacità di dimenticare e creare concetti
Ireneo Funes rappresenta il “Big Data” ante litteram in cui compare l’accumulo senza tassonomia.
I moderni database relazionali e i data lake aziendali operano esattamente come la mente di Funes dopo la caduta da cavallo: registrano ogni singola transazione, clic, variazione termica o interazione digitale senza operare una selezione qualitativa preliminare. Funes non possedeva solo una memoria degli eventi, ma una memoria visiva e sensoriale assoluta. Borges scrive che Funes poteva ricordare la forma delle nubi di un preciso mattino e confrontarle con le venature di un libro visto una sola volta. Questo livello di granularità corrisponde alla memorizzazione dei dati grezzi (raw data) a livello di bit.
Pertanto, sia Funes sia il database, patiscono la medesima condanna: l’impossibilità di registrare un concetto senza registrarne l’intera immensità dei dettagli costitutivi.
Un secondo parallelismo va fatto tra l’intelligenza artificiale e l’illusione del “Pensiero”.
I modelli di intelligenza artificiale contemporanei (come i Transformer) vengono addestrati su corpus testuali sterminati. Essi non “comprendono” il mondo nel senso antropomorfico, ma calcolano probabilità statistiche di co-occorrenza delle parole basandosi su una quantità monumentale di esempi pregressi.
Borges annota acutamente che a Funes «dava fastidio che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte)».
Funes, pertanto, manca della capacità di astrazione. Allo stesso modo, una IA non possiede il concetto innato o platonico di “cane”; essa necessita di milioni di vettori numerici (token) che descrivono i pixel o i testi associati alla parola “cane”. L’IA, come Funes, sostituisce la comprensione intuitiva con un’iper-correlazione statistica di dati immagazzinati. E come notato da Umberto Eco, acuto e lungimirante intellettuale, l’individuo del XXI secolo rischia di subire la medesima sorte di Funes: sopraffatto dalla sterminata mole di dati immagazzinata nei motori di ricerca e nel web, corre il rischio di abdicare alla propria capacità di giudizio e di discernimento. L’algoritmo, che tutto cataloga e nulla dimentica, trasforma la rete in un enorme “Funes” collettivo, un labirinto di nozioni che rischia di atrofizzare la creatività e la profondità del pensiero umano. Attivare il filtro della memoria, allora, è l’unica difesa anche inconscia che la nostra mente attua per non impazzire. Senza la capacità di astrazione e di generalizzazione — cioè senza poter raggruppare le cose sotto categorie come “cane” o “albero” — la mente umana viene schiacciata dall’eccesso di particolari.

Per concludere, Borges ha il grande merito di aver capito che l’uomo, più “immagazzina files” più si avvia verso una cecità concettuale pericolosa.
Dimenticare è il nostro principale meccanismo di protezione.
Di fronte al logorio di un presente che archivia ogni scoria e rifiuta l’oblio, la figura di Funes ci ammonisce: la vera conoscenza non risiede nell’inutile accumulazione dei dettagli, dei dati aridi, ma nella creatività nella capacità di operare una saggia e critica selezione.