Antonio Canepa, il socialista che sognò la Sicilia indipendente

Antonio Canepa, palermitano, classe 1908 è una figura sfuggente e controversa, che incarnò più ruoli: intellettuale, guerrigliero, fascista e antifascista insieme, teorico di ideali socialisti ma anche politico e letterato. Il Giornale di Sicilia lo ha definito “uno, nessuno e centomila”, e su di lui grava una prolungata damnatio memoriae.
Antonio Canepa, rappresenta a pieno titolo nell’immaginario un mito dall’indipendentismo e del separatismo isolano. Fu innanzitutto un pensatore, e un docente universitario che, poi, divenne anche uomo d’azione come comandante dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS).
Nato a Palermo da una famiglia di origini genovesi stabilitasi in Sicilia nel XVI secolo, suo padre Pietro era docente universitario. Si laureò in legge all’Università di Palermo nel 1930 . Venne ucciso il 7 giugno 1945 in un conflitto a fuoco con i carabinieri e da allora in poi è reputato una sorta di Che Guevara dei siciliani. Nel 1933 Antonio Canepa, insieme al fratello Luigi, radunò un gruppo di cospiratori per tentare un colpo di mano sulla Repubblica di San Marino, al fine di creare un’isola antifascista. Tuttavia il piano fallì: il fratello Luigi fu arrestato in possesso dei piani dell’occupazione. Seguirono una ventina di arresti, tra cui lo stesso Canepa, che venne internato in manicomio a Roma, si finse infermo di mente, fino al 1935 restò a Palermo .
Il suo nome di battaglia fu quello di Comandante Mario Turri dell’EVIS e fu il capo di un partito armato che sognava una Sicilia indipendente e democratica con il simbolo della Trinacria come vessillo della propria bandiera. Nel 1937 divenne professore incaricato all’insegnamento di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Catania, dove nonostante l’adozione di testi autorizzati dal regime, svolse un’indiretta e sotterranea opera di propaganda contro il regime fascista.
La traiettoria intellettuale di Canepa è paradossale e affascinante. Nel 1937 pubblicò a Roma, in tre volumi, il Sistema di dottrina del fascismo. Benché lodata dalla rivista ufficiale Gerarchia, quest’opera era costruita con un abile taglio propagandistico per la diffusione di idee democratiche antifasciste, attraverso amplissime citazioni di opere proibite, in particolare marxiste. La sua adesione al fascismo era un involucro per veicolare il suo opposto: un esempio raro di doppiezza intellettuale al servizio della resistenza.

All’Università di Catania è ricordato come severo docente e parallelamente intraprese, con gli pseudonimi di “Mario Turri” e “prof. Bianchi”, un’attività clandestina nelle file di Giustizia e Libertà con il “gruppo Etna”.
Nel 1942, proprio con lo pseudonimo di Mario Turri, Canepa pubblicò a Catania l’opuscolo “La Sicilia ai siciliani”, che ebbe larga diffusione a Catania, Messina e Palermo. In esso affermava: “La Sicilia si è trovata male sotto qualunque governo che non fosse siciliano. E si è trovata malissimo sotto il governo italiano”. In quest’opera intrisa del suo idealismo socialista pensò che l’indipendenza siciliana fosse il mezzo per l’emancipazione classi popolari. Si pose, quindi, in netta contrapposizione con il progetto di separazione propugnato dagli agrari che, probabilmente, fu la causa non solo della divisione del movimento indipendentista, ma anche della sua morte.
Il nucleo ideologico era preciso e radicale: l’indipendenza siciliana come strumento indispensabile per il progresso delle classi inferiori. Questa concezione rappresenta il nucleo dell’indipendentismo di sinistra, che sarà condiviso anche da Antonino Varvaro, ma era destinata a scontrarsi con il separatismo reazionario degli agrari.
Canepa, al pari di altri protagonisti di lotte anticolonialiste, fu sostenitore della necessità di tenere assieme “questione nazionale” e “questione sociale” come anelli di una stessa catena.
Nello stesso periodo diresse, con alcuni suoi studenti, azioni di sabotaggio contro installazioni militari italo-tedesche in Sicilia, tra cui l’attentato, insieme a un commando inglese, nella notte del 9 giugno 1943, alla base aerea di Gerbini, a Motta Sant’Anastasia, in mano ai tedeschi. Dopo lo sbarco alleato fu inviato in Toscana, alla guida delle brigate Matteotti.
Non ebbe buone relazioni tra i partigiani e tornato a Catania alla fine del 1944, riprese l’insegnamento universitario e si pose a capo, proprio insieme ad Antonino Varvaro, dell’ala sinistra del Movimento Indipendentista Siciliano. Il 9 febbraio 1945 costituì una forza paramilitare clandestina: l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS). Bisogna dire che non ebbe alcun rapporto con il banditismo, con la mafia e con il bandito Salvatore Giuliano, ma capeggiò, invece, un gruppo agguerrito di indipendentisti che perseguirono obiettivi di democrazia e di libertà.

Canepa non accettò mai finanziamenti dal Movimento Indipendentista Siciliano provvedendo autonomamente ai bisogni dell’EVIS. Tale scelta fu dettata principalmente dalla presenza all’interno del Movimento di figure baronali, nemiche giurate dell’indipendentismo socialista. Seppur in contatto con Finocchiaro Aprile, si tenne lontano dal suo gruppo dirigente, eccezion fatta per l’amico Antonio Varvaro e per Attilio Castrogiovanni.
I volontari dell’EVIS arrivarono a circa 400-500 persone, numero sufficiente per alcune gesta di guerriglia. Confermò a Edoado D’Onofrio, dirigente comunista, la sua lucidità politica: “I baroni, i feudatari siciliani che pur stavano dietro al movimento indipendentista, ne sarebbero stati travolti sul piano sociale e politico.”
Il 17 giugno 1945, in un conflitto a fuoco con i carabinieri in località Murazzu Ruttu, sulla strada tra Randazzo e Cesarò, Canepa veniva ucciso. Insieme a lui morirono il braccio destro Carmelo Rosano, 22 anni, e Giuseppe Lo Giudice, 18 anni. Da allora nell’immaginario collettivo è reputato come una sorta di Che Guevara dei siciliani. I carabinieri erano appostati fin dalle cinque del mattino, avendo ricevuto il giorno prima una “soffiata” da un confidente.
Le circostanze della morte restano avvolte nel mistero. Alcuni storici ipotizzano che Canepa sia morto in un’imboscata tesa dagli stessi vertici del movimento, riconducibili all’ala destra e conservatrice. Altri ritengono che nella morte del leader dell’EVIS vi sia stata la mano combinata di servizi segreti internazionali, poiché gli accordi di Yalta avevano già stabilito che la Sicilia dovesse far parte dell’Italia e fosse pertanto necessario neutralizzare i focolai separatisti. Si è fatta strada nel tempo l’idea anche attraverso studi recenti che l’eliminazione di Canepa fu programmata anche con l’apporto di servizi segreti internazionali, perché gli accordi di Yalta stabilirono che la Sicilia (divenne poi con Sigonella piattaforma militare Usa nel mediterraneo) dovesse fare parte dell’Italia, pertanto si rese necessario neutralizzare e smantellare i focolai separatisti. Purtroppo un triste destino colpì anche il figlio Antonio Enrico, che è stato negli anni ottanta un brillante deputato nazionale e dirigente del Psi, e che morì a soli 43 anni in seguito ad un’overdose.

Morti Canepa, molti evisti lasciarono la lotta armata. L’estremo bisogno di nuovi soldati portò il nuovo comando a coinvolgere i gruppi banditi, in particolar modo la banda di Salvatore Giuliano, distruggendo definitivamente l’EVIS e ciò che restava della corrente socialista dell’indipendentismo siciliano. Fu il capo di un partito armato che sognava una Sicilia indipendente e democratica con il simbolo della Trinacria come vessillo della propria bandiera.
Antonio Canepa è sepolto nel cimitero di Catania, nel viale dei siciliani illustri, accanto a Giovanni Verga e Angelo Musco. Una sepoltura illustre per un uomo che la storia ufficiale ha a lungo preferito dimenticare: intellettuale che usò il fascismo per combatterlo, socialista che volle fare dell’indipendenza siciliana una rivoluzione sociale, guerrigliero che si tenne deliberatamente lontano dai baroni che avrebbero poi tradito la causa.