Bertrand Russel, grande intellettuale e pensatore poliedrico

Bertrand Russell (1872–1970) è una delle figure intellettuali più polimorfe del Novecento: filosofo analitico, logico, matematico, saggista politico e moralista. Il suo pensiero si articola in diverse grandi aree, che spesso si intrecciano e si intersecano.
Russell non fu mai un sistematizzatore in etica. In gioventù subì l’influenza di G. E. Moore e del non-naturalismo: i valori morali non si riducono a fatti empirici. Più tardi adottò posizioni più vicine al relativismo emotivista, ritenendo che i giudizi morali esprimano atteggiamenti piuttosto che enunciare verità.
Sul piano politico fu animato da un liberalismo radicale, sostenitore del pacifismo durante la Prima guerra mondiale (pozione che gli costò la cattedra a Cambridge e persino una condanna al carcere), per poi divenire un inflessibile critico del bolscevismo dopo un viaggio in URSS nel 1920, e infine anche nell’ultima fase della vita divenne protagonista della campagna per il disarmo nucleare e cofirmatario del Manifesto Russell-Einstein (1955).
Per quanto riguarda l’aspetto spirituale Russell fu un critico rigoroso della religione organizzata. Il suo saggio “Why I Am Not a Christian” (1927) rimane un classico dell’ateismo razionalista: argomenta contro le prove dell’esistenza di Dio, critica la figura storica di Cristo, e attacca la Chiesa come ostacolo al progresso morale.

Nonostante la varietà dei campi, c’è una costante nel pensiero russelliano: la fiducia nel metodo dell’analisi come strumento di chiarezza intellettuale, e l’idea che il linguaggio ordinario nasconda confusioni logiche che la filosofia ha il compito di dissolvere. Russell fu anche — e forse soprattutto — uno straordinario prosatore:ebbe il merito di usare la chiarezza e l’ironia in un suo stile davvero orginale che lo resero uno dei più letti intellettuali pubblici del secolo scorso.
Il Russell politico fu dunque è figura complessa e per certi versi contraddittoria: liberal-radicale di formazione vittoriana, pacifista, socialista libertario, al contempo era oppositore del capitalismo sfrenato e del comunismo autoritario. Il suo pensiero politico non forma un sistema chiuso, bensi si sviluppa per successive prese di posizione davanti agli eventi storici del Novecento.
Russell si rifece una tradizione liberal-utilitarista di cui Mill fu un implicito riferimento costante però radicalizza ancor più le posizioni. Il valore centrale del suo pensiero è la libertà individuale, intesa non solo come assenza di coercizione statale, ma come condizione per lo sviluppo pieno delle capacità e le abilità umane. Diffida profondamente intal modo di ogni forma di autoritarismo, religioso o politico, e considera il conformismo sociale una delle minacce principali alla vita della mente.
La posizione più coraggiosa e costosa della sua vita. Russell si oppose apertamente alla guerra del 1914–18, in un momento in cui quasi tutta l’intellighenzia britannica — incluso il suo maestro Whitehead — la sostenne. Le sue ragioni erano insieme utilitaristiche (la guerra produce sofferenza incomparabilmente superiore a qualunque beneficio politico) e di principio (la violenza di massa degrada il tessuto morale delle società).
Pagò con la perdita della cattedra a Trinity College Cambridge e con una condanna a sei mesi di prigione nel 1918. In carcere scrisse la “Introduction to Mathematical Philosophy”. Il pacifismo non fu per lui una posizione astratta, ma una scelta biografica concreta, con costi personali reali.
Nel 1920 Russell visitò la Russia sovietica e incontrò Lenin. Il resoconto che ne fece in “The Practice and Theory of Bolshevism” (1920) è un esemplare di notevole lucidità e tempismo. Quando molti intellettuali occidentali guardavano all’URSS con esaltazione ed entusiasmo, Russell descrisse il regime leninista come una nuova forma di dispotismo fondato su un’ortodossia dogmatica, non dissimile — nella struttura psicologica — dal fanatismo religioso.

Distinse tra i fini del socialismo, peraltro non rinnegati e giudicati in parte condivisibili dal pensatore, dai metodi bolscevichi, che giudicava non solo sbagliati ma auto-contraddittori poiché non si può costruire una società libera attraverso il terrore e la soppressione del dissenso.
Russell non era un conservatore né un liberale classico nel senso economico. Pensava infatti che il capitalismo industriale producesse alienazione, disuguaglianza e guerra. Nell’opera “Roads to Freedom” (1918) analizzò comparativamente marxismo, anarchismo e sindacalismo, cercando una via che salvasse l’istanza egualitaria senza sacrificare la libertà individuale.
La sua proposta tende verso un socialismo decentralizzato si ispirava all’idea del controllo delle industrie non allo Stato centrale ma a federazioni di lavoratori autogestite, con uno Stato ridotto a funzioni minime di coordinamento.

In Power: “A New Social Analysis” (1938) Russell sviluppa la sua analisi politica più sistematica. La tesi centrale è che il potere, non la ricchezza e neanche la classe sociale, sia la categoria fondamentale per comprendere la politica. Gli esseri umani sono mossi da un impulso profondo all’acquisizione di potere, e le istituzioni sociali sono in ultima analisi tentativi di canalizzare e limitare questo impulso.
Nella sua analisi distingue varie forme di potere che divide in coercitivo, economico, ideologico e sostiene che nessuna teoria politica che ignori questa dimensione psicologica può essere adeguata. È un testo che dialoga implicitamente con Hobbes, e che anticipa alcune analisi successive sulla natura delle élite.
Dopo la bomba di Hiroshima, Russell ridefinì il pacifismo in termini nuovi. Non più rifiuto assoluto della forza, ma consapevolezza che la guerra nucleare rappresenta una minaccia esistenziale per l’umanità intera. Nel 1955 firmò con Einstein il Manifesto Russell-Einstein, che chiamava in causa i governi a risolvere i conflitti per via pacifica e gli scienziati a rendersi conto della responsabilità morale delle loro scoperte.
Nel 1958 contribuì a fondare il movimento Pugwash, rete internazionale di scienziati impegnati per il controllo degli armamenti. Negli ultimi anni della sua lunghissima vita, morì nel 1970 a 97 anni, fu tra i critici più feroci dell’intervento americano in Vietnam.
La sua fiducia nell’educazione e nella ragione come motori del progresso morale è in parte è da reputare ingenua rispetto alle dinamiche del potere che lui stesso aveva analizzato. Il suo socialismo rimase spesso a un livello di principio, senza una teoria concreta dei meccanismi di trasformazione sociale. Il suo lime fu quello di essere affetto da una sorta di elitismo culturale, mai del tutto nascosto, che però mal si conciliava con una visione genuinamente democratica dal basso.
Rimane però una voce preziosa di un intellettuale che non si piegò mai al conformismo del momento, che pagò in prima persona le sue posizioni, e che mantenne fino alla fine la convinzione che la ragione critica abbia un ruolo irrinunciabile nella vita pubblica.