Il latino torna a parlare. E lo fa dal Palazzo Centrale dell’Università di Catania

C’è un momento, nella vita culturale di una città, in cui il passato smette di essere un reperto e torna a pulsare come una vena viva sotto la pelle del presente. A Catania questo accade il 21 maggio alle ore 17:30, quando l’aula magna del Palazzo Centrale dell’Università si apre a un incontro che ha il sapore di un ritorno di fiamma: Francesco Lepore presenta ‘’Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi’’, un titolo che sembra già un programma, quasi un invito a riascoltare una voce che non ha mai smesso davvero di parlare. La locandina dell’evento – sobria, ma non timida – mette in scena un libro che non vuole essere un monumento, bensì un ponte. E i ponti, si sa, non servono a ricordare: servono a passare.
Un incontro che è anche un attraversamento
L’appuntamento è promosso da GRANÓRA, associazione politico-culturale che negli ultimi anni ha provato a restituire alla città un gusto per il dibattito che non sia solo rumore di fondo. Coordina Giacomo Rota presidente dell’ associazione citata sopra, mentre i saluti istituzionali sono affidati al magnifico rettore prof. Enrico Foti. Poi, una costellazione di voci: parlamentari, studiosi, docenti, amministratori (l’ on. Valentina Chinnici, il sen. Antonio Nicita, la prof.ssa Sara Gentile, il prof. Dario Stazzone, il prof. Orazio Licandro). Ognuno con un frammento di mondo da portare in dote. È un parterre che non vuole impressionare, ma intrecciare. E questo, oggi, è già una forma di resistenza.

Il latino come specchio retrovisore
Confesso che ogni volta che sento parlare di latino, mi torna in mente un professore del liceo che, con un sorriso sghembo, ripeteva: “Non serve a nulla, ma serve a tutto.” All’epoca mi sembrava una frase sibillina. Oggi mi accorgo che era una sintesi perfetta’’. Il latino non è un arnese da museo. È un modo di guardare il mondo con una lente che ingrandisce ciò che spesso sfugge: la radice delle parole, la struttura dei pensieri, la genealogia delle idee. È come aprire un antico baule e scoprire che dentro non ci sono cimeli, ma strumenti ancora affilati.
Il ricordo di un esperto
Per capire meglio il senso di questa “rinascita”, rammento un’opinione di mio zio Vincenzo Licata, latinista ed ex docente di Latino all’Università di Palermo. ‘’Il latino non torna mai davvero di moda, perché non ne ha bisogno. È come una sorgente carsica: scompare alla vista, ma continua a scorrere sotto i nostri piedi. Ogni tanto riaffiora, e quando lo fa ci ricorda che il linguaggio non è solo comunicazione, ma memoria condivisa’’. Il libro di Lepore – pur con la sua impostazione divulgativa – ha il merito di far capire che il latino non è un altare, ma un attrezzo. E gli attrezzi servono a lavorare, non a venerare.
Un evento che parla al presente
Lepore, che concluderà l’incontro con il suo intervento, non è nuovo a questa operazione di “ripristino” del classico. Il suo volume prova a dimostrare che il latino non è un linguaggio trapassato, ma un linguaggio definito: ha già detto tutto, e proprio per questo può ancora dire molto. E forse è questo il punto. In un’epoca in cui le parole evaporano in un baleno, il latino ci rievoca che alcune locuzioni sono fatte per restare. Non per nostalgia, ma per necessità.

Catania come crocevia
Che questo evento si svolga al Palazzo Centrale, nel cuore dell’ateneo, non è un dettaglio. È un segnale. Le città che si interrogano sul proprio passato sono le stesse che riescono a immaginare un futuro più sicuro. E Catania, con la sua storia stratificata tra lava e memoria, è il luogo ideale per un dialogo che non vuole essere accademico, ma civile. Il 21 maggio non si celebra il latino. Si celebra la possibilità – rara, preziosa – di fermarsi un attimo e ascoltare. Perché a volte il passato non è un’eco: è una voce che ci chiama per nome.