Gli stretti fatali.Cosa insegna Hormuz che già non si sapesse?

La valutazione dell’efficacia di una strategia militare nell’affrontare un conflitto esula dalla identificazione del “buono” e del “cattivo” tra i confliggenti. H.C, Bywater, scrittore e critico navale dei primi decenni del secolo scorso, affermava, riferendosi, in particolare, all’italia il cui mare è contenuto da almeno due stretti: “Una grande potenza mediterranea che costituisca un impero al di fuori di questo mare, consegna degli ostaggi al corso degli eventi e si rende molto più vulnerabile all’influenza del potere marittimo altrui di quanto non lo fosse in passato”.
Nel nostro caso, l’Iran è una media potenza del Mediterraneo Allargato, del Golfo Persico per esser precisi. Ed esercita una certa influenza su territori, parti di Libano e Yemen, che stanno al di fuori del suo Golfo confitto dallo Stretto di Hormuz. I Pasdaran hanno dichiarato di possederne le “chiavi” reclamandone la gestione esclusiva. L’evolversi della guerra ha mostrato che non è così. Non è sufficiente avere la sovranità sulle coste di uno stretto, in ispecie quello persico, condivisa con l’Oman, per controllarne i flussi. Prova ne è che durante la guerra Italo-turca , nel 1912, la Marina Italiana forzò il pienamente turco Stretto di Dardanelli, congiunzione tra Mar Nero e Mar Egeo. Agli Iraniani il loro stretto, risorsa e condanna all’un tempo, sta veramente stretto. Il blocco speculare statunitense ostacola del tutto i loro commerci marittimi. Gli Americani si confermano , anche se zoppa, una grande potenza marittima. E l’Iran non lo è. Piaccia o no ai Pasdaran.