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Storie di emigrazione dimenticate: gli Italiani in Gran Bretagna nel secondo conflitto mondiale

 La Conferenza della Associazione  Dante Alighieri di Catania per riscoprire gli Italiani, popolo di migranti e per riflettere sui fenomeni migratori di ieri e di oggi.

 

Ci sono ancora tante pagine della nostra storia di italiani-migranti che non hanno trovato la loro voce perché considerati non degni di essere ricordati.

Ma oggi, grazie al certosino lavoro di riscoperta della Prof.ssa Manuela D’Amore, Docente di Letteratura inglese al DISUM, Università di Catania, i loro scritti autobiografici ed epistolari, stanno riemergendo dall’oblio della dimenticanza per ritornare a raccontare le loro verità, perché la Grande Storia è fatta soprattutto dalle piccole storie degli uomini e non solo da quella narrata dai vincitori. Storie di uomini emigrati in terre straniere, che hanno lottato contro le difficoltà di integrazione e le discriminazioni, ma che sono riusciti a lasciare una traccia tangibile della propria presenza.

Queste le interessantissime tematiche affrontate dalla Professoressa Manuela D’Amore Docente, relatore unico nella conferenza promossa dalla Dante Alighieri di Catania, giovedì 30 aprile, presso il Coro di Notte del Monastero dei Benedettini di Catania.

Il Prof Dario Stazzone, in qualità di Presidente dalla DA, nel suo intervento inziale, ha sottolineato l’importanza di questa delicata e controversa tematica, soprattutto oggi, in cui si assiste a grandi fenomeni migratori, spesso osteggiati, e ha evidenziato la vicinanza della DA che da decenni si adopera nel promuovere corsi di lingua italiana per stranieri in modo da favorire una integrazione più fattiva.

La Professoressa ha presentato ai numerosi ospiti intervenuti, il risultato del suo lungo lavoro di ricerca iniziato 10 anni fa, all’interno di un più vasto progetto internazionale, durante il quale ha avuto modo di ricoprire storie dimenticate volutamente dalla storiografia ufficiale. Le ha riportate alla luce del presente e ha restituito una immagine letteraria e culturale di una comunità cancellata, quella degli italiani emigrati in Inghilterra.

Ha dato loro un’identità di popolo ricostruendone i percorsi migratori nel tempo.

Iniziati tra il 1830 e il 1870 per motivi economici, dal Nord Italia e poi intensificatisi nel periodo post-unitario a causa di una inadeguata riforma agraria, intorno ai primi del 900, portarono alla costituzione di una comunità italiana nel Regno Unito che raggiuse circa 25.000 presenze di cui 4600 solo in Scozia. 

Gli Italiani si concentrano per lo più nella città di Londra, nel distretto industriale del Nord Inghilterra, nel Sud del Galles e in Scozia a Glasgow ed Edimburgo.

Con lo scoppio della Prima Guerra mondiale circa 8500 italiani ritornano in Italia per combattere dimostrando il loro amor patrio.

La loro determinazione nel lavoro li ha condotti a una lenta ma decisa affermazione in ambito economico.  

Le loro prime occupazioni consistevano nella costruzione di piccoli oggetti di precisione come orologi e nella preparazione del gelato. A loro si deve la sua democratizzazione, fino a quel momento era stato appannaggio esclusivo delle classi alte.

All’inizio era preparato in casa e poi venduto nei carrettini dove veniva servito in coppette di vetro senza cucchiaino e poi lavate sommariamente.

 Le cattive condizioni igieniche, e il successivo divieto di vendita del Ministero dell’Igiene, porta gli italiani ad abbandonare la strada per acquistare dei locali, bar, ristoranti e friggitorie.

Dal gelato poi passano ad appropriarsi della cucina britannica abbassandone i costi in modo da renderli accessibili a tutti, così come anche la nota ricetta del “Fish and Chips”, ne curano la preparazione e la vendita con grande successo.

Intorno al 1930 in Scozia l’80% dei “Chippers” è infatti di origine italiana.

Quello che li contraddistingue è la propensione al sacrificio e al lavoro senza mai soste, spesso in condizioni di sfruttamento, soprattutto tra  i ragazzi.  Questi erano sottoposti a contratti di tre anni, pagati ogni 6 mesi e controllati a vista dal padrone. Gli abusi erano quotidiani, soprattutto se la sera tornavano con meno di uno scellino.

Venivano frustati con tre colpi di cinghia sulla pelle nuda e poi costretti a dormire sotto il letto senza cena.  

Gli Italiani, nonostante i  successi lavorativi ed economici, restarono sempre tollerati ma non accettati del tutto, (gli inglesi li consideravano i “Pakistani del tempo”) anche perché non si convertirono al protestantesimo ma restarono cattolici.

Il risentimento per la posizione sociale ed economica raggiunta, esplose, nel 1940, quando Mussolini dichiarò guerra all’Inghilterra e alla Francia.

Nonostante la comunità italiana avesse sempre osteggiato qualunque forma di associazionismo politico- ideologico, e solo in pochi aderirono alle Case del Fascio, mentre la maggioranza si prodigò in attività di resistenza antifascista, creando luoghi di incontro proprio dentro ai loro negozi, gli inglesi, soprattutto scozzesi,  una notte, che sembra rievocare la ben più nota Notte dei Cristalli, al grido “Sporchi italiani! Porci fascisti! “scesero per le strade e distrussero con le mazze le loro botteghe.

Il Ministero degli Interni che, nel 1939, aveva istituito 120 Tribunali per l’internamento dei tedeschi e austriaci presenti nel territorio nazionale, classifica i 20.000 italiani come “enemy aliens”: nemici stranieri.

Tra i 16 e i 70 anni vengono prelevati, arrestati, sottoposti a processi sommari e trasportati nei campi di internamento sull’Isola di Man, in Canada e in Australia.

Durante uno di questi viaggi, si verificò quella che è ricordata come la Tragedia dell’Arandora Star:  la nave che trasportava i prigionieri senza la bandiera della Croce Rossa, venne bombardata e affondata alle 6,30 del mattino da una U-Boat  tedesca.

Tra i prigionieri morirono annegati 446 italiani.

Nei campi di internamento gli uomini erano divisi dalle donne. Gli alloggi, hotel requisiti dal governo, circondati con del filo spinato e controllati a vista da militari armati.

Solo nell’isola di Man vennero internati circa 3000 italiani.

Alcuni vi rimasero solo 6 mesi ma la maggior parte restò internata per 4 anni.

Ma quello che colpisce è la loro forte resilienza, nonostante le grandi privazioni.

Sono stati capaci di ritagliarsi uno spazio fatto di attività ricreative come partite di calcio, di pugilato, o culturale con la scrittura di versi e di memorie che oggi sono di grande rilevanza per comprendere le loro esistenze di internati.

Alla fine della guerra tutti questi italiani, hanno dimostrato la loro fiera determinazione riprendendo le loro precedenti attività, nella loro comunità nel Regno Unito.

Una fierezza che, con gli anni, li ha condotti a una vera integrazione e a sentirsi finalmente parte della società.

Questi circa 40 scritti sono da considerare non come astratta ricerca letteraria ma elementi concreti che permettono di restituire dignità identitaria e memoria storica. Ponti di cultura, così come concluso dal Prof Dario Stazzone, che consentono di costruire dialoghi multietnici oltre gli asfittici confini di oggi

 

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Laureata in Lettere moderne, per alcuni anni ho insegnato, ma la passione per la scrittura ha prevalso e ho collaborato con diverse riviste locali e pubblicato tre romanzi giallo-storici. Il mistero mi affascina e ho collaborato come saggista per il Blog Sicilia Arcana. Sono anche speaker radiofonica su Radio CRT Catania con un programma di pillole di cultura e di storia. Ha pubblicato tre romanzi gialli: “L’Ombra della Verità”, “L’Impercettibile Sussurro del Silenzio”, “Il Respiro profondo del mare”.
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