Alex Zanardi se n’è andato nel silenzio, lui che aveva vissuto facendo rumore

Alla fine se n’è andato in un giorno qualunque, dopo aver combattuto prima da sportivo, poi dopo il primo incidente con la forza del suo sorriso e della sua determinazione, ed infine in questi ultimi anni dopo il secondo e determinante incidente nel silenzio. Un po’ come è accaduto all’altro indimenticabile campione, Michael Schumacher. Alex Zanardi era un campione, nella vita prima di tutto e nello sport anche. La sua vista e la sua verve avrebbero messo di buon umore chiunque, quella fiducia indissolubile nella vita e nelle persone erano contagiose.
Se n’è andato la sera del primo maggio, a Padova, nella struttura che lo accoglieva da anni. Aveva 59 anni, ad ottobre ne avrebbe compiuti sessanta. Un malore improvviso, dopo quasi sei anni di una battaglia combattuta lontano dalle telecamere, lontano da tutto. La famiglia ha scritto che Alex “si è spento serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari”: Daniela, la moglie che non lo ha mai lasciato, e Niccolò, il figlio che è cresciuto guardando suo padre rialzarsi ogni volta. I funerali si terranno martedì 5 maggio nella Basilica di Santa Giustina a Padova, in Prato della Valle. E non è un caso che se ne sia andato il primo maggio, lo stesso giorno in cui nel 1994 Ayrton Senna morì a Imola: due campioni legati da un destino che ha scelto la stessa data per portarli via.
Per capire chi era Alex Zanardi bisogna partire da quel ragazzo bolognese di Castel Maggiore che correva sui kart con la fame di chi sa che il talento da solo non basta, che serve anche la testardaggine. La Formula 1 lo accolse presto, tra il 1991 e il 1994, con Jordan, Minardi e Lotus, ma non gli diede mai la macchina giusta. Un solo punto in venticinque gare, un sesto posto in Brasile nel ’93 come miglior risultato. Quando la Lotus chiuse i battenti a fine 1994, Zanardi si ritrovò senza volante e senza prospettive. Aveva ventotto anni e una carriera che sembrava già finita.
Invece andò in America con quella che lui stesso definì “una valigetta piena di sogni e poco altro”, e lì successe tutto. Chip Ganassi gli diede una macchina e una squadra, e Zanardi ricambiò con due titoli CART consecutivi nel 1997 e nel 1998 che restano tra le imprese più straordinarie del motorsport a ruote scoperte. Quindici vittorie in cinquantuno gare, il soprannome di “Donut King” per le ciambelle di gomma che disegnava sull’asfalto dopo ogni successo, e quel sorpasso impossibile su Bryan Herta al Cavatappi di Laguna Seca nel 1996 che è diventato uno dei momenti più celebri della storia delle corse americane. L’America lo adottava, e lui adottava l’America: era diventato leggenda laggiù, “The Italian Legend” lo chiamavano, e non era retorica.
Poi il richiamo della Formula 1 con la Williams nel 1999, un ritorno sbagliato e amaro, senza nemmeno un punto. E il ritorno in America nel 2001, nel team di Mo Nunn, che sembrava l’inizio di un nuovo capitolo e invece fu la fine di tutto quello che era stato prima. Il 15 settembre 2001, al Lausitzring in Germania, quattro giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il mondo già ferito vide un altro orrore: la monoposto di Zanardi uscì dalla pit lane, sbandò su un tratto sporco e venne centrata a oltre trecento all’ora dalla vettura di Alex Tagliani. L’impatto spezzò la macchina in due e gli strappò entrambe le gambe. Quando i medici lo raggiunsero, aveva un solo litro di sangue in corpo. Gli diedero l’estrema unzione. E lui non morì.
Quello che fece dopo è la ragione per cui oggi non piange soltanto il mondo dello sport ma un Paese intero. Perché Zanardi non si limitò a sopravvivere, non si limitò a tornare a camminare con le protesi, non si limitò a tornare a guidare con i comandi manuali. Zanardi tornò a vincere. Tornò a correre nel campionato turismo con la BMW, vinse anche lì, e poi scoprì la handbike e divenne un campione paralimpico di livello assoluto. Due ori e un argento a Londra 2012. Due ori e un argento a Rio 2016. Dodici titoli mondiali nel paraciclismo su strada. Vinse la maratona di New York nel 2011, completò l’Ironman alle Hawaii, stabilì il record del mondo nella categoria disabili a Cervia nel 2018. L’immagine che resterà per sempre è quella di Londra: Alex in body da cronometro, senza gambe, che alza la handbike con un braccio e gonfia i bicipiti con l’altro, con quel sorriso enorme che sembrava dire al mondo intero che la vita è più forte di qualsiasi incidente.
Poi arrivò il 19 giugno 2020, e la sorte si accanì di nuovo. Durante la staffetta benefica “Obiettivo Tricolore”, sulla provinciale 146 nei pressi di Pienza, la sua handbike finì nella corsia opposta e venne travolta da un camion. Lesioni gravissime, un intervento neurochirurgico disperato al Policlinico Le Scotte di Siena, mesi di terapia intensiva, trasferimenti tra Milano, Lecco e Padova. Nel gennaio 2021 riacquistò la coscienza, e le fonti vicine alla famiglia raccontavano che riusciva a comunicare con gli occhi, a riconoscere Daniela e Niccolò. Ma non tornò più quello di prima. Da quel momento calò il silenzio, un silenzio rispettoso e totale, lo stesso silenzio che circonda Michael Schumacher da oltre dodici anni. Due campioni prigionieri dei propri corpi, due famiglie che hanno scelto la dignità della riservatezza contro l’invadenza del mondo.
Il presidente Mattarella lo ha definito “punto di riferimento di tutto lo sport e oltre lo sport”. Bebe Vio, che da lui aveva ereditato il testimone dello sport paralimpico come messaggio di vita, ha scritto: “Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto”. Gianni Morandi lo ha salutato cantando insieme a lui, in un video, “My Way” di Sinatra: e davvero non esiste canzone più adatta per un uomo che ha fatto tutto a modo suo, sempre. La Formula 1 ha osservato un minuto di silenzio prima della Sprint Race a Miami, nel weekend del Gran Premio. E da Padova il sindaco di Noventa Padovana, il comune che lo aveva accolto negli ultimi anni, ha proclamato il lutto cittadino.
Zanardi mancherà. C’è una frase che ripeteva spesso e che oggi suona come il suo testamento più autentico: si può provare a vedere che cosa si può fare con quello che è rimasto, piuttosto che dire “è finita, non ho più quello che avevo prima”. Ecco, Alex ha passato tutta la vita a dimostrarlo e gliene siamo grati.