La commedia “Trucchi dell’anima” di Gianni Scuto, un ritorno al teatro dell’assurdo

È andato in scena al Piccolo Teatro della Città, a Catania, e sarà replicata fino al 3 maggio, lo spettacolo “Trucchi per l’anima”, commedia scritta dal Rosario Galli e diretta da Gianni Scuto, (assistente alla regia Maria Rita Leotta, direttore di scena Domenico La Spada), con Marcella Marino, Domenico Maugeri, Salvo Brocato e Alessia Costa, per produzione dell’Associazione Città Teatro.
Opera che in qualche modo ci ha riportato, già nelle prime battute, al teatro dell’Assurdo caro, soprattutto, allo svedese August Strindberg, ma dove non poteva mancare Becket e i suoi personaggi non connotabili.
E infatti, all’apertura del sipario, l’opera inizia col rumore dello sciacquone, le cui funzione sembra essere quella di sprofondare l’Umanità nella grande cloaca sotterranea dell’inconoscibile. E ciò, anche per il mischiarsi fra i due protagonisti che compaiono subito sulla scena, l’uomo e la donna, di cui non sappiamo nemmeno i nomi, perché nessuno dei due li pronuncia, nè i ruoli che ricoprono, mentre lentamente si dipanano le rispettive narrazioni, considerato, fra l’altro, che passano, per incandescenza d’amore, dal tu al lei, come se si conoscessero ma che in effetti non pare abbiano frequentazione prossima e forse pure persino mercenaria.
Tranne che, si forza lo spettatore di sospettare, non siano in combutta fra di loro, dentro un gioco erotico per spingere l’uomo all’accoppiamento, mettendo in atto, fantasie sessuali, come appunto un immaginato rapporto giocato, dalla copia, fingendosi sconosciuti, oppure con degli amoreggiamenti con una prostituta, già del resto provati e ripetuti in altri momenti. Da parte di un uomo evidentemente più vecchio, bianco per antico pelo, e della donna, bella e sensuale e che sulla scena appare discinta, proprio per eccitare questo attempato vegliardo impotente, in difficoltà perfino nei movimenti.
Ci sono tutti i termini in ogni caso per giudicare la pièce, fino quasi alla fine, nell’alveolo di una di quelle scene di vita coniugale in profonda crisi, per mancanza di sesso, ben descritta, per esempio, nel film, “Il the nel deserto”, e dunque alla ricerca delle virilità perdute e del suo soddisfacimento, mentre si susseguono sulla scena citazioni importanti di altre opere, Shakespeare in primo luogo, dentro una cattivante e singolare parodia dell’”essere o non essere” virile nel monologo di Amleto.
E se la scena con un divano al centro narra da solo lascivie e desideri repressi, essa è pure riempita da oggetti inutile e volgari, kitsch, in qualche modo, come l’abbigliamento della femmina, forse poco declamato della futura tragedia, di cui il regista Gianni Scuto, ha tuttavia reso abbastanza bene il doppio gioco del teatro, in questo caso, come terapia per curare i malanni dell’anima. Teatro terapeutico che, fra l’altro, figure strane, maschere nude, direbbe Pirandello, hanno contribuito a mettere in evidenza, tramite il loro apparire e scomparire sul palcoscenico, come per sottolineare, da un lato la prova della prova dell’incontro fra i due, con le relative confessioni, e dall’atro la fugacità di quel rapporto.
Moto visibile degli attori per restituire ciò che in effetti sembrerebbe non rappresentabile, con spigliatezze convincenti della donna, rappresentata da una brava Marcella Marino, sui cui la commedia sembra cucita e che riesce a rendere le difficoltà di amori bucati da solitudini e incomprensioni.
Il finale, a sorpresa, declama tutta la vicenda, inattesa, e la rende leggibile nella sua piena pietas umana e decadente, mentre nello “Hintergrund”, sullo sfondo, appare all’improvviso il vero volto della civiltà nostra, quello del denaro e del fare denaro, facile, anche sulla pelle dei sentimenti più nobili della gente, ma quella più fragile e indifesa.