“Senza paura”, il romanzo sul giornalista Cosimo Cristina ‘suicidato’ dalla mafia

Quanti sono stati i giornalisti uccisi dalla mafia? Tanti sicuramente, ma in questa lista, prima ancora di Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese,Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, ci fu l’omicidio mafioso di un cronista di razza, appassionato del suo lavoro e coraggioso soprattutto. Si chiamava Cosimo Cristina sul quale è uscita la storia, in forma di romanzo, grazie al lavoro di ricerca minuziosa, tra gli archivi e tra le persone che lo conobbero, scritta da Francesca La Matia e Angelo Urgo: “Un uomo senza paura. D’Artagnan, il primo giornalista suicidato dalla mafia”, La Corte Editore.
La narrazione prende avvio dalla crisi di coscienza dell’amico di Cosimo, il prof Giuseppe Rizzo, professore all’Università di Palermo, che ha visto il cadavere così martoriato del giornalista che è impossibile archiviare quella efferatezza come suicidio, secondo le superficiali indagini della polizia. Da qui la richiesta di apertura del caso dopo ben 5 anni dal delitto, nel 1965, quando ancora l’idea di mafia era nebulosa, nonostante già avesse dato la scalata alla speculazione edilizia e al sacco di Palermo, che erano stati fra l’altro proprio gli argomenti degli articoli del giovane Cosimo, insieme alle guerre fra clan, la spartizione del territorio e l’avvio del traffico internazionale di droga. Il coraggio di richiedere l’apertura del caso arriva quando il vicequestore di Palermo Angelo Mangano arresta il bossLuciano Liggio, quello stesso che ava assassinato, nel 1955, il sindacalista Salvatore Carnevale.
E la verità da allora lentamente viene a galla, così come questo romanzo di inchiesta e di denuncia nello steso tempo descrive con particolari interessanti e toni e note tipiche di un giallo. Inoltre, racconta La Mantia, il giornalista Luciano Mirone negli anni Novanta riesumò anche lui il caso, scoprendo che proprio Mangano aveva ampiamente capito che il cronista, dopo essere stato ucciso, il suo corpo fu depositato sui binari per simulare il suicidio. Tuttavia,nonostante mettesse in risalto le contraddizioni del referto autoptico e coinvolgesse la facoltà di Medicina legale, non riuscì afare riaprire l’inchiesta alla Procura di Palermo.
Ma chi era Cosimo Cristina? Ha solo 25 anni quando viene ammazzato, lo chiamano “D’Artagnan” per via del pizzetto e dei baffi, abita a Termini Imerese, impregnata di mafia e di omertà, vanta già numerose collaborazioni con giornali anche di livello nazionale, come L’Ora, La Stampa, Il Gazzettino di Venezia, il Giorno di Milano, Il Messaggero. E siccome si sente capace, fonda pure, aiutato dall’amico Rizzo, un giornale, “Prospettive Siciliane” nel quale scrive di mafia senza inibizione e paura, fino a quando, pochi mesi dopo, il5 maggio 1960, viene ritrovato morto lungo i binari della linea ferrata all’interno della galleria Fossola vicino Termini Imerese.
Il cadavere è pieno di lividi, incompatibili con il presunto travolgimento di un treno e dunque con il veloce verdetto di suicidio, stilato dagli inquirenti. Non viene comunque eseguita alcuna autopsia. Con l’aiuto della ex fidanzata di D’Artagnan, Enza Venturelli, e con l’appoggio del Vicequestore Mangano la verità lentamente si fa strada, ma non porta alla riapertura del caso. Un lavoro dunque importante quello dei due scrittori e un romanzo cattivante, oltre che per il taglio poliziesco, per il suo intento di denuncia civile nei confronti della società siciliana, talvolta poco propensa all’impegno, sebbene la trattativa Stato-Mafia sia un punto oscuro da chiarire ancora oggi.