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Tsc: La nudità dell’anima, Lucia Lavia dà voce a Else

La signorina Else di Arthur Schnitzler: un testo inquietante, onirico,  tagliente, naturale prodotto di uno scrittore ribelle, accanito contro la buona borghesia viennese della Bella epoque. La messinscena al Teatro Stabile di Catania, dal 10 al 19 aprile ha donato agli spettatori un’esperienza di forte impatto visivo e psicologico, capace di trasformare il monologo in un vero e proprio viaggio onirico dentro la coscienza della protagonista. Naturalmente in ossequio a quel monologo interiore che costituisce la cifra essenziale del famoso testo letterario.

Fin dall’apertura, magicamente dominata dalle note al pianoforte del Carnevale di Schumann, lo spazio scenico colpisce per la sua potenza evocativa: gigantesche riproduzioni dei dipinti di Gustav Klimt avvolgono, lasciando piacevolmente sorpresi gli spettatori, il palco, popolato da figure-pupazzo agghiaccianti, realizzate dalla Sartoria Arianna di Macerata,  che amplificano la dimensione straniata e perturbante. In questo universo sospeso, arriva la signorina Else, diciannovenne viennese di buona famiglia, l’unico essere vivente, creatura fragile e inquieta, smarrita quasi,  che si muove tra simulacri e fantasmi, mentre l’allusione alla riflessione psicoanalitica di Sigmund Freud sembra attraversare ogni suo gesto e ogni parola.

La vicenda – nota e crudele – si dispiega con una lucidità che ferisce: Else, per salvare il padre travolto dai debiti di gioco, è costretta ad accettare il ricatto del cinico signor Dorsday, che pretende di vederla nuda. La giovane diventa così merce di scambio, intrappolata in un conflitto lacerante tra sacrificio e dignità, tra amore filiale e autodeterminazione: d’altronde non può ribellarsi perché non le è stato insegnato nulla, non è capace di fare nulla,  destinata dunque solo a essere dipendente da un uomo e doversi sposare per convenienza, non avendo nessun mezzo di sostentarsi da sé. Così la povera Else deciderà di darsi la morte ingerendo del Veronal, soccombendo all’ipocrisia dilagante del mondo circostante.

Azzeccata la puntuale regia di Henning Brockhaus, che sfida il testo e lo mette egregiamente sulla scena. Lo spettacolo si configura così come un sogno febbrile, in cui realtà e allucinazione si fondono. Else gioca con le marionette, le anima, le piega alle sue parole, le disarticola, come se fossero proiezioni della sua interiorità ferita. Il racconto, attimo dopo attimo,  prende forma attraverso un flusso ininterrotto di pensieri che accompagna lo spettatore verso l’inevitabile gesto estremo, carico di un’inquietante risonanza biografica.

Al centro, la prova di Lucia Lavia si è rivelata  di straordinaria presa. Intensa come sempre, (come dimenticare la superba interpretazione di Come tu mi vuoi di Pirandello qualche anno fa?), l’attrice ha dominato la scena con una presenza duttile e magnetica, sottolineata dall’effetto plastico delle sapienti luci di Gaetano La Mela, modulando voce e corpo in una continua, serrata alternanza tra grazia e disarticolazione. Il suo monologo interiore (Joyce docet) è davvero diventato un flusso ipnotico e straniante, capace di trascinare vorticosamente e oscenamente il pubblico nei meandri di una coscienza frantumata.

Ed è qui tutto il bello di questo testo, efficacemente rappresentato allo Stabile: Else e il suo dramma risuonano (purtroppo) ancora terribilmente attuali, nell’inferno di una famiglia opprimente e di una società che è solo uno “sfavillante letamaio”, su cui calerà a breve la mannaia della Grande guerra e la dolente Finis Austriae.

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Docente liceale, collabora con la pagina culturale del quotidiano La Sicilia e la rivista di informazione scolastica La tecnica della scuola. Recensisce spettacoli di teatro di prosa, musica e lirica per il quotidiano on line Sicilymag.
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