Gaetano Mosca e la teoria della classe politica

Gaetano Mosca (1858–1941) oltre ad essere stato uno dei fondatori della sociologia politica italiana, ha anche uno studioso del cosiddetto elitismo classico nella cui corrente di pensiero sono inclusi Vilfredo Pareto e Roberto Michels. Il suo contributo teorico centrale ruota attorno al concetto di classe politica, che il pensatore ha esposto sistematicamente negli Elementi di scienza politica (1896, ed. ampliata 1923).
Il nucleo centrale della teoria si fonda sulla legge ferrea dell’oligarchia ante litteram e ,a tal proposito ,Mosca parte da un’osservazione empirica che ritiene universale: in ogni società, in ogni epoca e in ogni forma di governo, il potere effettivo è sempre esercitato da una minoranza organizzata su una maggioranza disorganizzata. Questa è la sua legge fondamentale della politica.
La minoranza dominante è denominata classe politica (o classe dirigente), e si distingue dalla massa per il possesso di qualità socialmente valorizzate che Mosca chiama formula politica nella loro giustificazione ideologica.
La classe politica non coincide necessariamente con l’aristocrazia di nascita né con la borghesia economica: è la minoranza che detiene le leve del potere in un dato momento storico. Il suo carattere è strutturale, non contingente: anche nelle democrazie, sostiene Mosca, governa sempre una minoranza, sebbene con meccanismi di legittimazione differenti.
Ogni classe dirigente ha una formula politica che giustifica il proprio dominio attraverso un principio ideologico condiviso che di volta in volta posso essere la volontà divina, la volontà popolare, la nazione, la razza, ecc. La formula politica non è necessariamente falsa in senso assoluto, ma è funzionale alla legittimazione del potere. Qui è possibile rintracciare una prefigurazione del concetto gramsciano di egemonia, sebbene con premesse assai diverse.

Nel ricambio dell’élite Mosca distingue tra tendenze aristocratiche (la classe politica si chiude e si riproduce per via ereditaria) e tendenze democratiche (la classe politica si apre e assorbe nuovi elementi dal basso). La stabilità di un sistema dipende dalla capacità di bilanciare queste due tendenze: una chiusura totale genera rivoluzione mentre un’apertura totale genera instabilità.
Nella riflessione più matura, Mosca introduce il concetto di difesa giuridica: l’insieme di norme, istituzioni e contrappesi che limitano l’arbitrio della classe politica e proteggono i governati. È qui che il pensiero di Mosca si distingue dal cinismo puro che pur riconoscendo l’inevitabilità dell’élite, valorizza le istituzioni liberali come argine al dispotismo.
La teoria di Mosca ha avuto fortuna enorme, ma ha ricevuto obiezioni significative nel definire la classe politica come coloro che governano rende la teoria difficilmente falsificabile.
Poi è stata criticata una sottovalutazione dei conflitti interni all’élite e delle pressioni dal basso come fattori di trasformazione reale.
Altra tensione irrisolta è stata individuata nella descrizione empirica e prescrizione normativa laddove Mosca oscilla tra il constatare l’inevitabilità dell’élite e il difendere le istituzioni liberali come suo limite.
Infine sebbene Mosca fosse critico del regime, alcune sue formulazioni furono strumentalizzate da ambienti antidemocratici.
Il pensiero di Mosca ha alimentato direttamente la teoria delle élite nel Novecento che vanno da C. Wright Mills (The Power Elite, 1956) a Robert Dahl, che ne criticò le premesse elitiste in favore del pluralismo. Nella sociologia italiana, la sua influenza si intreccia con quella di Croce sul piano filosofico e con la tradizione dello statalismo liberale.