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Tre mondiali senza Italia: il fallimento non è di Gattuso, è di un sistema che rifiuta di cambiare

L’Italia del pallone in lutto, un lutto però reiterato. Per la terza volta di seguito la nazionale italiana non si qualifica ai mondiali. Era capitato per Russia 2018, si è proseguito con Qatar 2022 e adesso è il turno di USA 2026. Il problema è che tra queste competizioni si auspicava un rinnovamento della nazionale e chiaramente della federazione italiana che non è mai in realtà avvenuto. Gli organi federali sono rimasti gli stessi, attribuendo responsabilità solo ed esclusivamente a giocatori convocati e allenatori c.t. di turno: una volta la colpa è di Ventura, un’altra è di Spalletti ed ora probabilmente qualcuno dirà pure che è colpa di Gattuso. La verità ovviamente sta altrove.

A Zenica, in una città a settanta chilometri da Sarajevo, davanti a novemilacinquecento spettatori inferociti e circa trecento tifosi italiani arrivati fin lì con la speranza di veder finire un incubo, l’Italia ha scritto un’altra pagina nera della sua storia calcistica. La partita era persino cominciata bene, con il gol di Moise Kean al quindicesimo minuto che aveva illuso tutti. Poi il solito copione: l’espulsione di Bastoni per fallo da ultimo uomo al quarantunesimo, un’intera ripresa giocata in inferiorità numerica, il pareggio di Tabakovic al settantanovesimo e infine i rigori, dove Pio Esposito ha sparato in curva e Cristante ha centrato la traversa. Bosnia ai mondiali, Italia a casa. Di nuovo.

Ma il punto non è il rigore sbagliato da un ragazzo di vent’anni che non avrebbe nemmeno dovuto calciare per primo, né la traversa di un centrocampista esperto che in quella circostanza ha ceduto alla pressione. Il punto è che questo disastro era ampiamente prevedibile ed è il frutto di un sistema che si rifiuta ostinatamente di guardarsi allo specchio. Gabriele Gravina presiede la FIGC dal 2018. Sotto la sua gestione l’Italia non si è qualificata a due mondiali su due e ha collezionato un’uscita vergognosa dagli Europei 2024 in Germania. Nel mezzo c’è stata la parentesi luminosa dell’Europeo 2021 vinto sotto la guida di Mancini, che però non è servita a mascherare i problemi strutturali ma solo a rinviarne la resa dei conti.

E cosa fa Gravina dopo la disfatta di Zenica? Si presenta in conferenza stampa, fa i complimenti ai ragazzi, conferma Gattuso e Buffon, e rimanda tutto al Consiglio federale della prossima settimana dichiarando di essere “abituato alle richieste di dimissioni”. Una scena che i tifosi italiani sui social hanno definito surreale, al punto che qualcuno ha scritto che accendendo la televisione in quel momento si sarebbe pensato che l’Italia si fosse qualificata. C’è poi l’uscita sugli sport dilettantistici, con Gravina che ha provato a giustificare i risultati della nazionale paragonandoli a quelli delle altre discipline, dimenticando che nello sci e nel nuoto gli atleti italiani vincono medaglie olimpiche e mondiali con regolarità. La pattinatrice Francesca Lollobrigida gli ha risposto con un’ironica storia Instagram: “Sono una dilettante”. Due parole che valgono più di mille editoriali.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato il primo a rompere gli indugi istituzionali, dichiarando che il calcio italiano va rifondato partendo dal rinnovamento dei vertici della FIGC. Ha evocato il precedente di Tavecchio, che dopo la mancata qualificazione a Russia 2018 ebbe almeno la dignità di dimettersi. Ha ricordato che Gravina fu proprio colui che all’epoca chiese le dimissioni di Tavecchio da consigliere della Lega di Serie C, salvo poi prenderne il posto e fare peggio. L’ironia della storia si scrive da sola. Alla Camera, il deputato Caiata di Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente, mentre dalla Lega è arrivata una nota durissima che parla di “vergogna inaccettabile”. Persino Ignazio La Russa, che difficilmente interviene su questioni sportive con toni duri, ha scritto sui social: “A tutto c’è un limite”.

Il problema, però, non si risolve con le dimissioni di un uomo solo. Il calcio italiano è un sistema malato che produce sempre meno talento, che riempie i propri campionati di stranieri lasciando pochissimo spazio ai giovani italiani, che ha settori giovanili inadeguati rispetto a quelli di Francia, Germania e Spagna, e che continua a spendere cifre enormi per calciatori mediocri anziché investire nella formazione. C’è un’intera generazione di ragazzi nati dopo il 2002 che non ha mai visto l’Italia giocare un mondiale. L’ultimo risale al 2014, in Brasile. Da allora il nulla, interrotto soltanto da quell’Europeo vinto nel 2021 che oggi sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Il calcio italiano ha bisogno di una rifondazione vera, non dell’ennesimo cambio di allenatore o dell’ennesimo consiglio federale convocato per salvare le apparenze. Servono investimenti nei vivai, limiti agli stranieri nelle rose, una riforma seria delle competizioni giovanili e soprattutto una classe dirigente che si assuma la responsabilità dei propri fallimenti invece di scaricarla su chi scende in campo. Fino a quando questo non accadrà, ci ritroveremo qui tra quattro anni a scrivere lo stesso articolo. Con un nome diverso al posto di Gattuso e le stesse facce al vertice della federazione.

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da cinque anni col quotidiano online "Clessidra 2021".
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