Povertà sanitaria, un italiano su dieci rinuncia alle cure

In Italia la povertà sanitaria è in aumento e incide su una larga fetta di popolazione.
Il diritto a essere curati non è più tale ma un vero e proprio privilegio, riservato solamente a chi ha la possibilità economica di poter accedere alle prestazioni a pagamento.
Una situazione allarmante confermata dagli ultimi dati Istat, dai quali risulta che sempre più cittadini sono stati costretti a rinunciare a visite specialistiche o ad accertamenti diagnostici, anche se necessari, causa le lunghe liste di attesa e disservizi delle strutture pubbliche.
Quasi il 10% degli italiani, circa 6 milioni di persone, ha rinunciato a curarsi.
In sostanza un italiano su dieci non accede ai servizi sanitari.
Un fenomeno in crescita che interessa più le donne (11,4%) e che attesta come il servizio sanitario nazionale non sia più in grado di assicurare prestazioni adeguate e sufficienti.
Anche l’età risulta essere un fattore discriminante: rinuncia l’8,3% degli adulti e il 9,1% degli anziani, a conferma della loro maggiore fragilità non solo economica ma anche fisica.
Questi dati si aggravano a seconda delle differenti aree geografiche evidenziando un’Italia disomogenea dal punto di vista territoriale riguardo la capacità di erogare servizi sanitari fondamentali.
Il 9,2 dei residenti al Nord che rinuncia alle cure diventa un 10,7 al Centro e un 10,3 al Sud.

Numeri schizzati alle stelle rispetto agli anni precedenti e che mostrano una inadeguatezza sanitaria in evidente crescita.
Eppure il diritto alla salute è sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione come diritto fondamentale dell’individuo che obbliga lo Stato a garantire cure gratuite per tutti coloro i quali si trovano in condizioni di indigenza.
La salute è quindi tutelata come diritto primario del singolo, ma questa tutela, oggi, non viene più garantita e, nella realtà dei fatti, è divenuta motivo di disuguaglianza sociale.
Una discriminazione fattuale che si verifica ogni qual volta un cittadino in condizioni di vulnerabilità economica non riesce ad accedere alle prestazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale.
L’accesso non è più un diritto garantito ma una questione di tempi e di possibilità economiche.
L’allungamento delle liste di attesa rappresenta oggi la principale causa di questo mancato accesso, sancisce una grave violazione del diritto alla salute e pregiudica gravemente le fasce economicamente più fragili.
Il Codacons ha più volte denunciato questi ritardi inaccettabili, soprattutto qui in Sicilia dove spesso raggiungono limiti estremi.
Il Segretario Nazionale Francesco Tanasi ha più volte sottolineato che in Sicilia” la salute è diventata un privilegio e non più un diritto” aggravata non solo dalle lunghe liste di attesa, ma anche da mancanza di medici, infermieri e risorse.
Conseguenze gravi dei tagli alla sanità decisi negli anni e che hanno penalizzato fortemente la già critica situazione sanitaria in Sicilia.
La situazione è generalizzata e coinvolge non solo la nostra Regione, ma l’Italia intera.
Secondo i dati OCSE, l’Italia presenta livelli di spesa sanitaria pubblica inferiori alla media dei principali Paesi europei in rapporto al PIL. Questa mancanza di fondi incide significativamente sul sistema sanitario nazionale che risulta in affanno di fronte a una crescente domanda di cure, soprattutto in questo particolare momento storico caratterizzato da una popolazione sempre più anziana e quindi affetta da patologie croniche.
A questa situazione si deve aggiungere un’altra difficoltà per i pazienti: le disuguaglianze regionali in rapporto alle prestazioni garantite. Mentre alcune regioni del Nord riescono a mantenere tempi di accesso relativamente contenuti in altre aree del Paese si registrano ritardi più significativi. Pertanto da alcuni anni si assiste a un fenomeno migratorio interno. La cosiddetta migrazione sanitaria che porta sempre più frequentemente gli abitanti del Sud a scegliere di recarsi nelle strutture ospedaliere del Nord.
Un fenomeno in costante crescita, come attestato dalla Fondazione Gimbe, la quale ha sottolineato, attraverso le parole del suo Presidente, Nino Cartabellotta: “il diritto alla salute è sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza”.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto sono le regioni con il più alto tasso di pazienti migranti dalle altre regioni e questo dato conferma un preoccupante divario tra Nord e Sud.
La fondazione Gimbe ha evidenziato come questa mobilità interregionale stia determinando delle conseguenze economiche importanti a causa di questo enorme flusso in uscita di risorse dal Mezzogiorno verso il Nord.
Spostamenti di denaro che incidono non solo sui bilanci delle Regioni del Sud, che devono poi rimborsare le prestazioni eseguite fuori sede, ma soprattutto sui bilanci delle famiglie costrette ad affrontare spese per gli spostamenti e alloggi.
In questi ultimi anni sono stati dirottati dal Sud verso il Nord miliardi di euro che evidenziano le pesanti criticità di un Sistema Sanitario Nazionale che non è più in grado di offrire servizi assistenziali in modo omogeneo in tutto il territorio italiano.
Dati confermati sia dai Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute che dai rapporti presentati dal Report Agenas.
Dati che non lasciano spazio ad alcun dubbio.
Il nostro Sistema sanitario nazionale è in sofferenza.
Urge un immediato intervento strutturale affinché venga potenziata l’assistenza territoriale e adeguata alle reali esigenze di cura in ogni singola Regione, altrimenti il diritto alla salute resterà solo un bell’articolo scritto sulla carta.