Le influenze letterarie nella scrittura di Giuseppe Pontiggia

Giuseppe Pontiggia è uno scrittore apparentemente “locale” ma in realtà profondamente inserito in una tradizione letteraria europea e mondiale. Il collegamento letterario avviene su più livelli sui grandi filoni della letteratura.
Pontiggia si inserisce nella tradizione russa che da Gogol e Čechov arriva al Novecento: il personaggio mediocre, “il piccolo uomo” l’uomo senza qualità, l’esistenza che non lascia traccia. Se pensiamo al personaggio del suo romanzo “La grande sera”, tale Morini sembra evocare Oblomov di Gončarov, nel Bartleby di Melville, nell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij. La provincia lombarda diventa così un caso particolare di una condizione umana universale.

Il suo sguardo è una lezione del realismo psicologico e le sue forme letterarie devono molto a Henry James e Marcel Proust: la realtà esterna conta meno della percezione interiore, del modo in cui la coscienza trasforma e distorce ciò che vive. Il dettaglio non è mai neutro, è sempre portatore di significato psicologico.
Con “Vite di uomini non illustri” si avvicina a una tradizione illustre: le Vite di Plutarco rivisitate ironicamente, ma anche i ritratti di Marcel Schwob (Vite immaginarie) e anche di Borges. La vita minore viene raccontata con la stessa serietà formale della vita illustre produce un effetto straniante e umanissimo insieme.
Lo stile del narratore è freddo, clinico, apparentemente impassibile e distaccato, evoca alla nostra memoria Flaubert con quella famosa impassibilité con cui lo scrittore naturalista francese osserva i propri personaggi senza commentare e giudicare esplicitamente. In lui troviamo anche tracce di Musil e del suo romanzo più celebre “L’uomo senza qualità”, soprattutto quando il protagonista pontiggiano è qualcuno a cui manca il centro, a cui la vita scivola accanto senza che riesca ad afferrarla davvero.

Il tema della mediocrità in Pontiggia è trattato in lungo e largo originato da un dialogo con tutta la grande narrativa borghese europea dell’Ottocento e del primo Novecento. Ritroviamo influenze di Flaubert con i grandi romanzi “L’educazione sentimentale” e “Madame Bovary”, i contenuti di Thomas Mann con i suoi declini familiari, Arthur Schnitzler con le sue anatomie della borghesia viennese. La provincia cambia, ma la trappola è sempre la stessa.
Ciò che rende Pontiggia “mondiale” pur restando profondamente lombardo è proprio questo: usa la specificità del luogo e del tipo umano italiano come lente di ingrandimento su qualcosa di universale, il fallimento silenzioso, la vita non vissuta, la dignità nascosta nell’insignificanza. È la stessa operazione che fa Čechov con la steppa russa o Joyce con Dublino.